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Trento
27 settembre | 20:45

"A Como c'è un vero laboratorio del pallone: qui si lavora, studiando Fabregas e Roberts". La storia del trentino Salvatore Leotta, tecnico dell'Under 17 lariana

Tra i tecnici che stanno "studiando" alla scuola di Fabregas c'è anche un trentino: Salvatore Leotta, 42 anni, allena per la seconda stagione di fila la compagine Under 17. Partito dai campi polverosi di Trento, formatosi soprattutto a Bolzano, oggi è uno degli allenatori di punta del vivaio lariano. "La struttura è incredibile, la società ti mette nelle condizioni di lavorare nel migliore dei modi e poi sembra di essere in un vero e proprio laboratorio del pallone: si studia, ci si aggiorna, ci sono mille idee. Gli stimoli sono quotidiani: è un vero e spettacolo"

"A Como c'è un vero laboratorio del pallone: qui si lavora, studiando Fabregas e Roberts"

COMO. Su "quel ramo del lago di Como" di manzoniana memoria sta nascendo un nuovo modello di "fare" calcio in Italia. Anzi, in Europa.

 

Il "direttore d'orchestra" è Cesc Fàbregas che, dopo essere stato un giocatore "pazzesco", capace di vincere praticamente tutto con le maglie di Arsenal, Barcellona, Chelsea e con la "camiseta" delle Furie Rosse, ha chiuso la propria carriera da calciatore proprio al Como, in serie B, passando immediatamente dal campo alla panchina.

 

La sua idea di calcio? Nuova, innovativa, rivoluzionaria. E' ancora presto per dire che sarà un "nuovo" Pep Guardiola, ma l'allenatore spagnolo ha tutte le "stimmate" del predestinato: dopo essere stato un campionissimo sul terreno di gioco, ha tutte le le carte in regola per esserlo anche da allenatore.

 

E, con le sue idee, la sua visione, il supporto di una struttura che cresce a vista d'occhio, il Como sta diventando - nemmeno troppo lentamente - uno dei top team italiani. La proprietà è ricchissima, l'organigramma eccezionale, internazionale, proiettato al futuro. Moderno, come più non si potrebbe e i risultati lo stanno certificando: la strada intrapresa è quella giusta.

 

E, parallelamente allo straordinario percorso della prima squadra, anche in ambito giovanile il Como sta lavorando in maniera innovativa. Tra i tecnici che stanno imparando alla scuola di Fabregas c'è anche un trentino: Salvatore Leotta, 42 anni, allena per la seconda stagione di fila la compagine Under 17.

 

E' partito dai campi polverosi del capoluogo, si è formato soprattutto a Bolzano, ha studiato tantissimo e oggi è uno degli allenatori di punta del vivaio lariano.

 

"Il Como è un club very... international - esordisce il tecnico trentino -, che ha una grande tradizione calcistica, una storia di quasi 120 anni e dove si può fare calcio in maniera "totale" e innovativa. La struttura è incredibile, la società ti mette nelle condizioni di lavorare nel migliore dei modi e poi sembra di essere in un vero e proprio laboratorio del pallone: si studia, ci si aggiorna, ci sono mille idee. Gli stimoli sono quotidiani: è un vero e spettacolo. Io, tra l'altro, ho la fortuna di non essere solamente un tecnico e ho la possibilità di lavorare a stretto contatto con Osian Roberts per lo sviluppo metodologico della nostra Academy. Lui è un professionista eccezionale, un formatore di carattere internazionale: insomma, non potevo veramente chiedere di meglio".

 

Beh siamo partiti "a bomba". Allora non possiamo non chiederle subito quale è il rapporto con Fabregas.

"Per tutti noi tecnici è un punto di riferimento imprescindibile, una "stella polare" a cui facciamo riferimento. Infatti nel settore giovanile abbiamo creato una filosofia e e una serie di principi che derivano direttamente dal suo modo d'intendere il calcio e allenare".

 

La tua idea di calcio quale è? E poi, quanto è cambiato questo sport con il passare degli anni?

"Tantissimo, perché stiamo parlando di una disciplina che è in continua evoluzione. Personalmente, sin dall'inizio del mio percorso da allenatore, ho studiato diverse metodologie di lavoro e mi sono approcciato sempre con la massima curiosità, cercando di "prendere" il meglio da ognuna e approfondendo quanti più aspetti. Sono stato fortunato, perché ho trovato tante persone che mi hanno ben consigliato e mi sono state vicine. Ho avuto la possibilità di svolgere un periodo di formazione all'Atalanta e lì ho appreso basi tecniche di fondamentale importanza. Poi, con l'esperienza e il passare degli anni, ho imparato a studiare le partite, mi sono confrontato con ex giocatori di altissimo livello per migliorare la tattica individuale, mi sono relazionato con persone anche al di fuori dei confini italiani per "aprire" ulteriormente la mia mente. Cosa mi piace insegnare maggiormente? La valutazione degli spazi, sia in fase di possesso che in fase si non possesso: mi piace pensare che il calcio sia uno sport geometrico, di situazione, dove a comandare è proprio lo spazio. Il mio obiettivo è quello di formare calciatori dinamico nel gioco e che abbiano autonomia di scelta".

 

Di acqua ne è passata tanta sotto i ponti da quando ha iniziato ad allenare sui campetti polverosi di Trento. Vent'anni fa Salvatore Leotta era una giovane che, anziché giocare, preferiva sedersi in panchina: insomma, un amore a prima vista.

"Devo essere sincero: mi capita spesso di pensare al passato, agli inizi e ai tantissimi sacrifici che ho affrontato in questi anni per far sì che la mia più grande passione diventasse un lavoro. Mentirei se dicessi che è stato facile, perché è stato complicato, ma alla fine lo sport premia chi lavora duramente e io sono contento del percorso e dove sono arrivato, con l'ambizione di crescere ancora e migliorarmi ulteriormente. Però devo essere onesto: se oggi faccio questo è grazie anche a chi mi ha supportato, spinto e stimolato a crescere e non demordere, nemmeno nei momenti di difficoltà".

 

Ecco, allora, ripercorriamo la sua carriera.

"Tutto è cominciato durante gli anni dell'università. Andavo ad allenare, all'epoca per puro hobby, i ragazzini al campetto dietro la chiesa di San Giuseppe e lì ho trovato una vera e propria famiglia calcistica. Un pensiero speciale lo voglio rivolgere a Luciano "Franz" Franceschini, che mi ha sostenuto sin dal primo momento e mi ha spinto a continuare. Poi c'è stato il Trento, dove ho avuto la possibilità di cominciare a mettere in pratica le mie idee con gruppi di ottimo livello. Dopo un'esperienza all'Hellas Verona sono approdato al Südtirol: verso il club altoatesino nutrirò sempre un'immensa riconoscenza, perché mi ha permesso di operare sia come allenatore sul campo che come responsabile. Lì sono cresciuto tantissimo e ho ampliato notevolmente le mie competenze. Poi c'è stata la Sampdoria, dove ho vissuto un'esperienza importante, sia a livello personale che professionalmente: li mi sono reso veramente conto di cosa significhi rappresentare una piazza calcistica incredibile, una delle più affascinanti d'Italia. E, adesso, sono al Como che - senza dubbio - è una delle realtà più importanti della Penisola, con un fascino e un'ambizione di livello internazionale".

 

A Trento torna ogni tanto?

"Circa una volta al mese. Lì ci sono la mia famiglia e tanti amici di gioventù che rivedo sempre con tanto piacere. Amo passeggiare nella mia città e, quando torno, ne approfitto anche per fare un salto a Bolzano, dove ho vissuto per ben 11 anni. Anche in riva all'Isarco ci sono tante persone care con le quali ho mantenuto rapporti stretti".

 

Tutta la sua carriera da tecnico si è sviluppata nel settore giovanile: è la sua "casa" naturale o, insomma, l'ambizione di compiere il salto c'è?

"Non nego di aver avuto, in passato, contatti per allenare prime squadre, ma ho sempre ritenuto fondamentale compiere un passo alla volta. E, dunque, sono sempre stato concentrato sull'attualità. Alcuni anni fa, quando ero al Südtirol, ho avuto l'opportunità di far parte dello staff della formazione maggiore: è stata un'esperienza bellissima, che mi ha lasciato veramente tanto. Adesso penso solo a fare al meglio quello che è il mio lavoro, in futuro vedremo".

 

C'è un grande sogno sportivo nel cassetto di Salvatore Leotta o ha già realizzato quello che aveva?

"Un obiettivo che ho raggiunto e del quale sono estremamente orgoglioso, è quello di essere diventato docente del Settore Tecnico di Coverciano. È un’attività parallela, strettamente legata a quella di allenatore e mi dà molta soddisfazione. Credo che l'evoluzione di un tecnico passi inevitabilmente dallo studio costante: ritenere di essere arrivato significa, a mio avviso, decretare la fine del proprio percorso. Un altro sogno nel cassetto ce l'ho certamente, però ammetto di essere scaramantico e, dunque, provo a tenerlo "al sicuro" finché non si realizzerà".

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