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Alpinismo | 13 maggio 2025 | 19:02

È stata la prima donna a organizzare una spedizione femminile sul K2 e la prima europea a scalarlo: storia di Wanda Rutkiewicz

Trentatré anni fa, l'alpinista Wanda Rutkiewicz scomparve nel Kangchenjunga: sarebbe stato il suo nono ottomila. Nel 1986 era stata la prima donna a salire il K2, nel 1978 era stata la prima europea sulla vetta dell’Everest. Lo storico dell’alpinismo Alessandro Filippini ripercorre la sua storia: "Una forza di volontà clamorosa l’ha portata a organizzare spedizioni solo femminili, come quella sul K2 nel 1982, a cui non ha potuto partecipare come voleva perché infortunata, ma presentandosi ugualmente al campo base in stampelle"

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“Ne parlavo ieri con Wielicki; lei è stata la sua prima istruttrice di alpinismo. Wanda era un personaggio unico, perché era così concentrata su ciò che voleva realizzare che non ascoltava nessuno e non deviava dal suo scopo per nulla al mondo”.

 

Nata a Plungé, nell’allora Polonia sovietica (ora Lituania), il 4 febbraio 1943, Wanda Rutkiewicz è scomparsa nel maggio 1992, durante una spedizione sul Kangchenjunga; sarebbe stato il suo nono ottomila.

 

“Come tutti in Polonia - ci racconta Alessandro Filippini - ha fatto tutta la trafila: la scuola per imparare i fondamentali, per poi andare sui monti Tatra, nei Carpazi. Quindi, quelli che si dimostravano più bravi potevano spingersi su altre montagne, magari sul Monte Bianco; e poi di nuovo nel blocco comunista fino ai 7000 dello Snow Leopard. Solo i più forti, alla fine, venivano convocati per le spedizioni in Himalaya”.

 

Wanda è stata la donna di riferimento dell’alpinismo polacco. “Wielicki mi raccontava che tutti erano innamorati di lei, ma lei non si curava di nessuno se non delle sue montagne. Una forza di volontà clamorosa l’ha portata a organizzare poi spedizioni solo femminili, come quella sul K2 del 1982, a cui non ha potuto partecipare come voleva perché infortunata, ma presentandosi ugualmente al campo base in stampelle. Una roba da matti”.

Spesso si insiste sulle difficoltà che una donna a quel tempo incontrava nell’ambiente alpinistico, senz’altro a ragione. Tuttavia, puntualizza Filippini, “va ricordato come nel blocco comunista, pur essendoci senz’altro del maschilismo, non c’era un particolare ostacolo alle donne, perlomeno a livello strutturale. Wanda poi contribuì a rompere ulteriormente gli schemi - non era sicuramente una che si faceva intimidire da un ambiente maschile - È il mondo occidentale semmai ad essere così chiuso verso le donne: qui da noi, alle alpiniste, era molto più difficile emergere rispetto ai colleghi uomini”.

 

Anche al di qua del muro, tuttavia, riuscì ben presto a imporre la sua personalità. Quando nel 1978 fu la prima donna europea a scalare l’Everest, peraltro lo stesso giorno in cui Wojtyla divenne Papa, divenne straordinariamente famosa. “Molti giocarono a farlo sembrare un segno del destino; il Papa volle anche riceverla. Così divenne un mito internazionale”.

 

“Era una donna che sfidava tutte le convenzioni. Wanda era tutta presa dalla ricerca della realizzazione di sé stessa attraverso la sua passione. Non erano solo le doti alpinistiche, ma soprattutto la sua personalità a renderla unica”.

 

All’inizio degli anni ’90, Wanda Rutkiewitz aveva scalato già otto ottomila. “Avanti di minimo un decennio rispetto al resto del mondo femminile, eccetto Nives Meroi forse, riuscì a superare anche il crollo del muro, che fu un trauma che costrinse molti alpinisti polacchi a cambiare vita”.


Per maggiori informazioni sul programma e per partecipare gratuitamente: EVENTO

Organizzava lei stessa le spedizioni, il che comportava tutto un lavoro di preparazione che era molto più complicato e portava via molto tempo. La spedizione del 1982 sul K2 era stata da lei voluta e organizzata, riunendo una spedizione di sole donne.

 

“Allora il K2 di allora non era quello di oggi. Erano più gli anni in cui nessuno raggiungeva la vetta che altro. Questo va ricordato, le situazioni erano molto diverse, e una spedizione di sole donne era un obiettivo rivoluzionario”.

Sul K2 poi ci tornò nell’86, e questa volta ne uscì vincitrice: fu la prima donna al mondo a raggiungere la vetta, senza l’utilizzo di ossigeno supplementare.

 

Quel che ci resta, 33 anni dopo, di questa figura straordinaria dell’alpinismo, è una tenacia che rompeva ogni argine; che in nome dell’amore per la montagna ha sfidato persino la morte.

“I polacchi in quegli anni hanno perso diversi campioni di alpinismo. Lei era cosciente del pericolo, ma lo voleva vivere. Era come una specie di adattamento alle grandi emozioni che la portava a cercarne in continuazione. Durante la fatidica spedizione sul Kangchenjunga, racconta Carlos Carsolio, suo compagno di spedizione, aveva provato a convincerla a desistere, ma, conoscendola, si rese presto conto che non era possibile fermarla e impedirle di andare avanti”.

 

In apertura, a sinistra, fotografia di Seweryn Bidziński (fonte: Wikimedia Commons)

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