Ha ancora senso andare a "caccia di Ottomila"? I dubbi sollevati su Marco Confortola invitano a una riflessione più ampia sull'alpinismo

L’alpinismo himalayano si basa su regole precise ed è giusto che vengano rispettate. Altrimenti il gioco, perdendo significato nella menzogna, si guasta. Non sorprende dunque che qualcuno voglia vederci chiaro. È un atto dovuto; una semplice ricerca di trasparenza. Provando tuttavia ad andare oltre alla vicenda Confortola e all’attendibilità della sua versione dei fatti, viene quasi spontaneo domandarsi se abbia ancora senso, in un’epoca segnata dall’aumento delle temperature, mettere l’accento mediatico sulla "conquista" degli Ottomila

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Marco Confortola ha raggiunto davvero la vetta di tutti i 14 Ottomila?”
“Confortola, secondo voi, dice la verità?”
“Pensate di scriverne? Perché non affrontate la vicenda?”
Queste domande stanno giungendo alla nostra redazione con una frequenza aumentata in modo considerevole negli ultimi giorni. Più di una voce ha infatti espresso pubblicamente dubbi e scetticismo circa il reale esito della “battuta di caccia” dell’alpinista valtellinese alle 14 vette più alte della terra.
Dagli alpinisti Simone Moro e Silvio Mondinelli su Lo Scarpone, al giornalista Alessandro Filippini: non sono in pochi a mettere sul tavolo della discussione un inanellarsi di indizi (fotografie di vetta che parrebbero “rivisitate” ad arte, testimonianze divergenti, contestabili riscontri altimetrici) che lasciano presupporre una diversa versione dei fatti.
L’alpinismo himalayano si basa su regole precise ed è giusto che vengano rispettate. Altrimenti il gioco, perdendo significato nella menzogna, si guasta. Non sorprende dunque che qualcuno voglia vederci chiaro e non penso che in questo desiderio si nasconda una forma di accanimento dei confronti di Confortola. È un atto dovuto; una semplice ricerca di trasparenza.
L’impostazione editoriale del nostro quotidiano, finalizzata principalmente a indagare il rapporto tra comunità e rilievi italiani, in linea generale non si sofferma sulle spedizioni extraeuropee (per le quali l’interesse è soprattutto storico). In modo particolare quando si inseriscono nel solco della “conquista” della vetta, che si rifà modelli alpinistici abbondantemente superati.
Quando tuttavia una vicenda acquista una carica mediatica tale da avere un’influenza sull’immaginario collettivo (e di conseguenza sulla frequentazione) dei territori montani, è necessario sviluppare una riflessione.
Provando ad andare oltre alla vicenda Confortola e all’attendibilità della sua versione dei fatti, viene quasi spontaneo domandarsi se abbia ancora senso, in un’epoca segnata dall’aumento delle temperature, mettere l’accento mediatico sulla “caccia” agli Ottomila che, come sappiamo, a parte qualche rara eccezione richiede un apparato organizzativo dispendioso non solo da un punto di vista economico, ma anche ambientale.
Se l’esplorazione in alcuni contesti può indubbiamente avere un significato profondo, oggi più che mai è necessario concentrarsi non solo su cosa viene raggiunto, ma anche sul come lo si fa.
All’ombra dei “cacciatori di vette” - come sosteniamo nel nostro manifesto - esiste un alpinismo di sperimentazione, che mette in rapporto il fare con il conoscere, che punta alla creatività, alla riscoperta (anche dei territori della quotidianità), alla contemplazione piuttosto che alla pura performance. Un alpinismo culturale, diversificato e sostenibile. Un alpinismo più agile da un punto di vista economico e soprattutto assai meno impattante sulle già precarie condizioni climatiche del presente.













