Contenuto sponsorizzato
Alpinismo | 07 aprile 2025 | 06:00

L'orsacchiotto di pezza che accompagnò Walter Bonatti in una delle scalate più celebri della storia: Zizì ci aiuta a comprendere la popolarità dell'alpinista bergamasco

Il talento non è una prerogativa sufficiente per guadagnare un’incondizionata ammirazione. Quali sono allora le ragioni che rendono Walter Bonatti uno dei più amati alpinisti della storia? Proviamo a individuarle a partire dalla storia di un orsacchiotto di pezza

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Walter Bonatti è stato senza dubbio uno dei più grandi e amati alpinisti della storia. Non è semplice individuare il motivo di tanta popolarità. Certo: Bonatti ha compiuto imprese eccezionali. Per scaltrezza e resistenza fisica, potrebbe ricordare Ulisse in versione alpina.

 

Ma il talento non è una prerogativa sufficiente per guadagnare un’incondizionata ammirazione: molti altri alpinisti, infatti, seppur dotati di grandi capacità tecniche e atletiche, sono nel tempo scivolati tra gli anfratti più reconditi della memoria collettiva.

 

Se anche in questa occasione Bonatti è riuscito a salvarsi dagli abissi, è soprattutto grazie alle sfumature umane che hanno sempre accompagnato le sue avventure sovraumane. Una caratteristica comportamentale capace di creare un legame empatico con le persone; di far filtrare i sogni tra le maglie troppo strette e rigide della società contemporanea.

 

Oggi ne ho avuto la conferma. Stavo scorrendo svogliatamente i social network quando mi sono imbattuto in un post capace di evidenziare questa ulteriore abilità dell’alpinista bergamasco.

 

“In un mondo impazzito”, c’era scritto nella didascalia,apro uno qualunque dei libri di Walter Bonatti. Torno a respirare. E mi allontano”.


Copertina di Paris Match del 13 marzo 1965, con particolare dell'orsacchiotto-portafortuna Zizì. La fotografia fu ricostruita in seguito alla salita per offrire l'idea di un bivacco sulla parete

Bonatti ha accompagnato intere generazioni tra le pieghe più recondite della terra, una fuga che, pur essendo temporanea, tutt’ora aiuta le persone a fuggire con i pensieri dalle incombenze della quotidianità.

 

Lui stesso, tuttavia, cercava di uscire o, comunque, di non limitarsi a questa prospettiva:

 

C’è chi, per ignavia, non sa vedere nell’alpinismo che un mezzo per fuggire la realtà dei giorni nostri. Ma non è giusto. Non escludo che in chi lo pratica possa manifestarsi temporaneamente una qualche componente di fuga, questa però non dovrà prevaricare mai la ragione di base, che non è quella di fuggire ma di raggiungere”.

 

Sempre grazie ai social ho incontrato un altro indizio utile per comprendere le ragioni della popolarità di Bonatti. Una fotografia in bianco e nero: l’alpinista sorride tenendo tra le mani nodose un piccolo orsacchiotto di pezza. Ne parla in Montagne di una vita, nel capitolo dedicato a una delle pagine più significative della storia dell’alpinismo: la scalata della parete Nord del Cervino, d'inverno, in solitaria e attraverso una nuova via.

Racconta che, dopo uno sfortunato tentativo interrotto da una violentissima bufera, si trovò senza compagni. L’abruzzese Gigi Panei e il carnico Alberto Tassotti, che l’avevano accompagnato in quel primo slancio, dovettero infatti lasciare Zermatt a causa di incombenze difficili da rimandare. Decise quindi - non senza titubanze - di affrontare da solo la Nord del Cervino. Partì in incognito, per sfuggire all’occhio vigile dei giornalisti, accorsi in gran numero a Zermatt dopo l’insuccesso del primo tentativo. Alcuni, i più maliziosi, sfruttarono la notorietà di Bonatti per costruire titoli roboanti come Il Cervino ha sconfitto Bonatti. Ad accompagnarlo nella fase di avvicinamento furono tre amici, Guido Tonella, Mario De Biasi e Daniel Pannatier. Fu proprio il figlio più piccolo di quest’ultimo a regalargli il celebre orsacchiotto-portafortuna Zizì, che gli tenne compagnia, appeso allo zaino, durante l’intera salita. “Lo porto attaccato allo zaino da ieri pomeriggio e mi ci sono già affezionato”. Quando la parete si approssimò, gli amici, salutandolo con discrezione, lo lasciarono solo con la montagna, con i suoi desideri, con le sue paure. Per abbracciare la croce di vetta a Bonatti servirono quattro giorni e quattro gelidi bivacchi.

L’orsacchiotto Zizì riflette la presenza di elementi comuni all’interno di contesti eccezionali. Queste presenze aiutano il lettore a immedesimarsi, creando dei punti di connessione con vita di tutti i giorni. Zizì è dunque un efficace grimaldello, capace di aprire le porte della narrazione alpinistica anche a chi vive in città o frequenta i rilievi in modo sporadico; è una di quelle “sfumature umane che hanno sempre accompagnato le sue avventure sovraumane”.

 


Archivio Walter Bonatti - Centro documentazione Museo Nazionale della Montagna - Cai Torino

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Sport
| 08 maggio | 13:00
Oggi inizia l'edizione numero 109 del Giro d'Italia. Un evento iconico per il nostro Paese, un'avventura che negli [...]
Attualità
| 08 maggio | 12:00
Barbara Crea, titolare di Quelle del Baito, un "organismo" agricolo di allevamento ai confini del Parco Naturale [...]
Alpinismo
| 08 maggio | 06:00
"Le Dolomiti erano in tempesta e noi, come naufraghi privi di veliero, annaspavamo in quel mare di roccia. Con le [...]
Contenuto sponsorizzato