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Ambiente | 25 maggio 2025 | 18:00

Sul Grand Combin, una corsa contro il tempo per mettere in salvo una 'carota'. "Non possiamo permettere che la memoria custodita nei ghiacciai svanisca nel nulla"

Una nuova spedizione di Ice Memory, il progetto che cerca di salvare la storia dell’atmosfera prima che sia troppo tardi, è in corso in questi giorni sulle Alpi

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Essendo stato proclamato dalle Nazioni Unite l’anno internazionale della tutela dei ghiacciai, nel 2025 sentiamo spesso parlare dello stato in cui versano i grandi giganti bianchi del pianeta. Dai confronti fotografici alle grida d’allarme di ricercatori e ricercatrici, la condizione drammatica dei ghiacciai (montani e polari) è sotto gli occhi di tutti: alcuni, iconici, sono già scomparsi, come l’ultimo lembo di ghiaccio che rimaneva in Venezuela (che abbiamo raccontato qui), altri rischiano di fondere completamente entro i prossimi anni o decenni, con una lunga serie di conseguenze che ci rende tutti “in prima linea” e che ci impone di adattarci a un ritmo serrato. 

 

Tra gli impatti della perdita dei ghiacciai, ce n’è uno di cui si parla poco, ma che è fondamentale da un punto di vista scientifico: quando un ghiacciaio scompare, non perdiamo soltanto una meraviglia naturale o una risorsa idrica cruciale per milioni di persone, ma anche una pagina (o un volume) della storia del nostro pianeta. Infatti, le nevicate che si accumulano anno dopo anno sulla sua superficie, andando a crearne un nuovo strato, custodiscono, come in una biblioteca silenziosa, informazioni sulle caratteristiche dell’atmosfera del passato: tracce di aerosol, concentrazioni di gas serra, polveri vulcaniche, isotopi stabili dell’ossigeno. 


Per maggiori informazioni sul programma e per partecipare gratuitamente: EVENTO

Ogni carota di ghiaccio estratta (si chiamano proprio così i cilindri di ghiaccio che vengono estratti dal ghiacciaio, "carote") ci racconta qualche capitolo della storia dell'atmosfera, aiutandoci anche a comprendere con maggiore accuratezza ciò che ci aspetta nel futuro. Purtroppo, la fusione accelerata dei giganti bianchi di tutto il pianeta sta polverizzando queste informazioni preziose, imponendo ai ricercatori una vera e propria corsa contro il tempo per salvare campioni di ghiaccio prima della sua scomparsa.

La spedizione che pochi giorni fa ha preso piede al confine tra l’Italia e la Svizzera, sul Grand Combin, rientra proprio all’interno di questo sforzo collettivo: un team composto da esperti dell'Istituto di Scienze Polari del CNR, dell’Università Ca’ Foscari e della Fondazione Ca’Foscari mira a recuperare due carote di ghiaccio complete, dalla superficie attuale fino alla roccia sottostante, da uno dei ghiacciai tra i più a rischio delle Alpi occidentali.

 

Questa è solo la più recente impresa di Ice Memory, un progetto scientifico internazionale nato per raccogliere e conservare carote di ghiaccio provenienti da ghiacciai montani particolarmente esposti al riscaldamento globale. I campioni, una volta estratti, vengono in parte analizzati e in parte trasportati nel “santuario del ghiaccio” in Antartide: un’area protetta a Concordia Station, dove il permafrost garantisce una conservazione naturale e sicura per decenni, in attesa di tecnologie future capaci di analizzarli con ancora maggiore precisione.

Come spiega Giulio Cozzi, ricercatore dell’Istituto di Scienze Polari del Cnr e membro della spedizione: “Questi ghiacci raccolgono informazioni chimiche dell’atmosfera e fisiche del clima che oggi non siamo in grado di analizzare completamente. L’idea è conservare queste carote oggi, in modo che le generazioni future, con strumenti più evoluti, possano ricavare da esse dati che noi non potremmo mai ottenere”.

 

 

UNA CORSA CONTRO IL TEMPO (E CONTRO IL METEO)

 

Questa campagna sul Gran Combin arriva dopo un primo tentativo, di qualche anno prima, interrotto dalle condizioni meteorologiche: “Non siamo riusciti a portare a casa la carota, ed è il motivo per cui siamo tornati” racconta Cozzi. La nuova spedizione – guidata da Jacopo Gabrieli e Fabrizio De Blasi – è già riuscita ad allestire la cupola di perforazione e avviato i primi lavori, nonostante le condizioni proibitive. “Oggi – raccontava Cozzi da remoto – al campo ci sono -15 °C, con una bufera di neve e windchill di -22. Ma i colleghi sono riusciti a salire con i materiali e a montare tutto”.

 

Il lavoro di perforazione non è semplice: l’obiettivo è quello di raggiungere il cosiddetto bedrock, la roccia viva su cui poggia il ghiacciaio, attraversando decine di metri di ghiaccio compatto, e recuperare almeno una carota completa, auspicabilmente due, in un arco temporale di circa 10 giorni. “Utilizziamo un carotiere elettrotermico - spiega Cozzi - una novità rispetto alle spedizioni precedenti. Invece di tagliare meccanicamente il ghiaccio, questo sistema lo scioglie lentamente, riducendo lo stress del campione e migliorandone la qualità. Lo svantaggio è che è più lento: per questo i tempi sono sempre molto incerti”.

Come facilmente immaginabile, nel corso di imprese scientifiche (e non solo) di questo tipo, i problemi che ci si trova a fronteggiare non sono solamente tecnici o logistici: le condizioni del ghiacciaio stesso pongono sfide impreviste. “Negli ultimi anni, in molte spedizioni ci siamo trovati davanti a presenza di acqua vicino al fondo - racconta Cozzi -. Questo significa che il ghiaccio più antico, quello che vogliamo assolutamente salvare, potrebbe essersi già sciolto. Lo sapremo solo andando in profondità".

 

 

UNA MEMORIA GLOBALE, CUSTODITA AL POLO SUD

 

Dal 2016 a oggi, Ice Memory ha raccolto campioni da alcuni dei ghiacciai più emblematici e vulnerabili del mondo: il Col du Dôme sul Monte Bianco (Francia), gli Illimani nelle Ande boliviane, il Colle del Lyskamm nel massiccio del Monte Rosa, l’Otrodanfon nelle Valli Valdesi, il Colle Gnifetti. Ogni campagna ha presentato sfide specifiche, ma ha contribuito ad arricchire un archivio senza precedenti: una raccolta globale di “fotografie congelate dell'atmosfera”.

 

“Nel 2023 – ricorda Cozzi – come Istituto di Scienze Polari siamo riusciti a raccogliere due carote di ottima qualità sul Colle del Lys, e un’altra all’Otrodanfon, in condizioni estreme: temperature molto basse, vento forte, presenza d’acqua nel cuore del ghiacciaio. Ma ci siamo riusciti”. E il contributo italiano è stato sin dall’inizio fondamentale: “Siamo sempre stati tra i più attivi. Il CNR, l’Istituto di Scienze Polari, le università: tutti uniti da un obiettivo comune, che va oltre i confini nazionali”. 

Inoltre, quest’anno la spedizione italiana può vantarsi di un altro importante risultato, quello di avere all’interno della sua squadra sul campo ben quattro early career scientists, giovani scienziati che stanno muovendo i primi passi nel campo dell’accademia scientifica e della ricerca: “Il Cnr non fa solamente ricerca, ma anche formazione, e siamo orgogliosi di contribuire a formare le persone che forse, tra qualche decennio, con le tecnologie che ci riserverà il futuro, magari si troveranno ad analizzare questi stessi campioni” commenta Cozzi.

 

 

SALVARE IL PASSATO PER CAPIRE IL FUTURO

 

Le spedizioni in ambienti ostili e di gestione complessa, come i ghiacciai e le alte quote in generale, sono generalmente caratterizzate da una certa magia, e questo sforzo collettivo e unificato nel tentativo di mettere in salvo quanti più “cimeli glaciali” per permettere ai ricercatori del futuro di portare un passo più in là la nostra comprensione della storia del clima del pianeta, non è certo da meno.

 

I ghiacciai, oltre che spettacolari monumenti naturali, sono testimoni muti di ciò che è stato sul pianeta che chiamiamo casa: ogni strato racconta una stagione, ogni inclusione d’aria una composizione atmosferica, ogni variazione isotopica una temperatura. E nell’epoca in cui il cambiamento climatico sembra accelerare senza controllo, lasciando tracce nel paesaggio ogni giorno più evidenti, questi archivi stanno scomparendo più velocemente di quanto possiamo studiarli. “L’altro giorno ci dicevano che solo dieci anni fa il Gran Combin incombeva sulla valle in modo imponente. Oggi è già visibilmente ritirato. E tra qualche decennio, forse, non ci sarà più nulla da recuperare – conclude Cozzi –. Ecco perché siamo qui. Non possiamo permettere che questa memoria svanisca nel nulla”.

 

 

Tutte le fotografie, comprese quella di copertina, sono gentilmente fornite dal Cnr Isp.

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