"Gli incendi da fulmine sulle Alpi sono antichi quanto la loro vegetazione", ma ora stanno aumentando. Approfondiamo uno dei fenomeni più curiosi, preoccupanti e interessanti dell'estate 2026

In tanti, di fronte alle immagini dei gravi incendi che anche sulle Alpi hanno caratterizzato questa torrida estate, si sono stupiti di fronte all'ipotesi che potessero essere stati generati da un fulmine. Eppure, in molti casi, dal Piemonte al Friuli-Venezia Giulia, è andata proprio così

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In tanti, di fronte alle immagini dei gravi incendi che anche sulle Alpi hanno caratterizzato questa torrida estate, si sono stupiti davanti all'ipotesi che potessero essere stati generati da un fulmine. Molti non hanno proprio creduto a questa ricostruzione, invocando qualche forma di pseudo complotto per nascondere chissà quali cause indicibili. Eppure, in molti casi, dal Piemonte al Friuli-Venezia Giulia, è andata proprio così.
Per capire meglio l'entità degli incendi da fulmine sulle Alpi e il loro significato ecologico e gestionale abbiamo contattato Davide Ascoli, Ordinario di assestamento forestale e selvicoltura all'Università di Torino e grande esperto di incendi boschivi. Abbiamo chiesto, innanzitutto, se si tratta di un fenomeno comune e se è in aumento rispetto al passato.
"Gli incendi da fulmine sulle Alpi sono antichi quanto la sua vegetazione", esordisce Ascoli. "Il fulmine è l'unica fonte di innesco naturale possibile in queste montagne, non essendoci vulcani attivi negli ultimi 2 milioni di anni. Molti studi antracologici dimostrano come già alla fine delle glaciazioni, all'inizio dell'Olocene, circa 12.000 anni fa, si verificavano incendi. Questo accadeva prima ancora che l'Homo sapiens colonizzasse le montagne, per cui erano necessariamente incendi da fulmine".
"Da quando registriamo le cause degli incendi sulle Alpi, per alcune regioni dagli anni '60", continua l'esperto, "abbiamo i numeri che mostrano come gli incendi da fulmine si sono manifestati quasi ogni anno, in percentuali variabili dal 1% al 15% degli inneschi complessivi, a seconda dell'anno e della regione. Rispetto al passato alcuni studi mostrano per il ventunesimo secolo un loro aumento, a seguito di una maggiore probabilità di annate siccitose e ondate di calore. Queste circostanze rendono il suolo organico delle foreste e delle praterie alpine molto secco e quindi in grado di innescarsi a seguito del calore generato dal fulmine, anche in presenza di pioggia. Il suolo in profondità inizia a bruciare e poi, appena passa la pioggia, il fuoco emerge in superficie e inizia a diffondersi".

Un incendio che viene innescato da un fulmine, nell'immaginario collettivo, è un fenomeno molto circoscritto e quindi facile da spegnere. Abbiamo allora chiesto a Davide Ascoli come mai, invece, in certe condizioni può propagarsi per giorni e centinaia di ettari, come accaduto in più contesti alpini tra luglio e agosto 2026.
"Sì, l'incendio da fulmine generalmente inizia in modo molto lento dopo una tempesta e impiega anche qualche giorno per iniziare a propagarsi, per cui non appena i servizi antincendi rilevano il fumo intervengono e lo spengono", spiega Ascoli. "Tuttavia", sottolinea, "se la vegetazione è molto secca, come accade in presenza di siccità e caldo prolungati, il tempo che il fuoco impiega per passare dal suolo all'erba e alla lettiera diminuisce. Ecco allora che l'incendio si propaga più velocemente e può uscire dalla capacità di estinzione del primo intervento. Bisogna considerare che generalmente questi incendi partono da zone impervie di alta quota dove non c'è viabilità e possono essere raggiunti solo dai mezzi aerei, se le condizioni meteo lo consentono, per cui sono molto complessi da estinguere una volta che si espandono. Inoltre, dal momento che il suolo è molto secco, spesso sembrano estinti ma riprendono qualche giorno dopo, sfiancando i servizi antincendio durante il periodo caldo".
Cosa ci insegnano, quindi, i tanti incendi di questa estate innescati dai fulmini? E come è possibile affrontare questa "nuova normalità" determinata, molto probabilmente, anche dal cambiamento climatico in atto?
"Gli incendi da fulmine sulle Alpi di questa estate ci insegnano che siamo di fronte a un processo naturale che può assumere una scala di paesaggio", evidenzia Ascoli. "In Piemonte, a metà agosto, c'erano in simultanea, da nord a sud, almeno 8 incendi da fulmine, di cui uno ha superato i 1.000 ettari".
Ascoli ci invita ad un esercizio di immaginazione rispetto a ciò che poteva accedere nel lontano passato, nelle Alpi senza umanità: "Immaginiamo 8 incendi che si propagano indisturbati per un mese a mezzo senza attività di lotta attiva, in paesaggi forestali continui, con livelli di biomassa superiori a quelli che osserviamo oggi: probabilmente avrebbero percorso diverse migliaia di ettari. Immaginiamo che questo, a seconda del clima, potesse accadere con frequenza variabile, dai 50 ai 300 anni. Significa che nell'arco di 1.000 anni una buona parte dei paesaggi alpini vedeva almeno una volta il ritorno di questo disturbo, che quindi in passato ha agito, al pari di altri fenomeni naturali, come forza ecologica".
Ma dopo aver compreso la "naturalità" di questi eventi occorre fare i conti con la nostra presenza sulle montagne.
"Questi incendi aprono nuovi interrogativi", sottolinea l'esperto. "Sulle Alpi, ad esempio, i servizi antincendio si sono calibrati sugli incendi invernali e primaverili del ventesimo secolo. Nel ventunesimo secolo, invece, devono affrontare incendi per quasi tutto l'anno, il che comporta la necessità di ripensare molti meccanismi e procedure dei sistemi operativi. Questi incendi sollevano anche questioni ecologiche che incrociano aspetti di protezione civile. Essendo naturali, potrebbero rientrare fra le strategie di rewilding della rete ecologica nazionale e regionale, ovvero di ripristino dei processi ecologici in assenza di disturbo dell'uomo? Ma possiamo permetterci di lasciar bruciare questi incendi se poi il fuoco e il fumo minacciano gli abitati ed i cittadini che vivono dentro e fuori i parchi?"
"Come ogni cambiamento", chiosa Ascoli, "i nuovi incendi richiederanno la necessità di adattarsi e di guardare al fuoco non solo come ad un artefatto della nostra società che può essere controllato, ma come un processo naturale che può solo essere governato".
Questo "governo" - lo abbiamo raccontato più volte, ormai, su queste pagine - passa da una gestione capace di superare le sole attività di spegnimento per integrare maggiormente previsione, prevenzione, lotta e ripristino, in stretta collaborazione con le comunità rurali. Nel caso degli incendi da fulmine non esistono il piromane, il criminale, il turista o l'agricoltore distratto. Esistono solo eventi naturale (i fulmini) e territori più o meno antropizzati, con vegetazione più o meno continua, cresciuta ed espansa più o meno liberamente nel tempo, dove operano sistemi antincendio più o meno pronti a rispondere a questi eventi. Territori da conoscere e governare mesi e anni prima di quel singolo temporale capace, dopo settimane e mesi di siccità e alte temperatura, di generare fiamme in grado di correre per decine, centinaia, migliaia di ettari.
La foto di copertina è di Eljon Ejlli, la foto interna di Chiara Cimador. Entrambe sono tratte dalla pagina Facebook della Regione Friuli Venezia Giulia e relative all'incendio del Monte Amariana, innescato da un fulmine ad agosto 2026












