"A livello di salute animale, la transumanza lunga non fa bene. È una tradizione, ma non possiamo guardarla solo con occhi romantici". Storia della famiglia Marini, tra pianura e Altopiano

"Le vacche moderne non sono più adatte a certi sforzi. Chi fa transumanze spettacolari spesso usa vitelle o vacche asciutte, cioè non in produzione. Così non si pongono il problema del latte". Oggi la transumanza oscilla tra mito e realtà. Matteo Marini di Malga Dosso di Sotto ci racconta l’annuale epopea di una famiglia, tra il pedemonte veneto e l'Altopiano dei Sette Comuni. Cosa significa oggi fare transumanza?
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Come ogni anno, lo scorso weekend, le strade dell’Altipiano dei Sette Comuni sono state affollate da mandrie di bovini. Per il loro passaggio, il Comune di Asiago ha organizzato una manifestazione pubblica, con tanto di consegna della ciocca alla mucca che guida la mandria. È il rito della transumanza: dopo la stagione in alpeggio, le mandrie tornano alle stalle di pianura. Questa pratica è stata di recente riconosciuta Patrimonio culturale immateriale dall’Unesco ed è considerata uno dei metodi di allevamento più sostenibili ed ecologici.
Questo processo a volte provoca una sorta di mitizzazione della transumanza che ne cela il carattere complesso e le problematiche, lasciando agli occhi di chi non la vive in prima persona l’immagine di un’Arcadia idilliaca: una pratica bucolica e antichissima dove non c’è spazio per contraddizioni.
In realtà, le cose non stanno quasi mai così. A raccontarcelo è Matteo, una delle nuove leve della famiglia Marini di Malga Dosso di Sotto, che quest’anno festeggia cinquantun anni di transumanza.
“Noi abbiamo la malga ad Asiago, ma l'azienda vera e propria si trova in pianura, a Carmignano di Brenta. Sono circa 70 chilometri di distanza. Di solito, le transumanze normali coprono una trentina di chilometri, ma noi fino all’epidemia di Covid facevamo il tragitto completo”.
A fondare l’azienda agricola era stato il nonno di Matteo, Tarquinio Marini, nel 1956. Dal 1974 iniziarono anno per anno ad effettuare la transumanza in alpeggio fino a Malga Erio, a Mezza Selva di Roana, dove continuarono a salire ogni estate fino al 1995. Dal 1996 in poi, l’azienda si trasferì a Malga Dosso di Sotto situata a 1647 metri di altitudine in prossimità di Cima Larici, in località Val Formica. Tutt’oggi, durante la stagione estiva si trovano lì, dove è possibile acquistare i prodotti lattiero-caseari della malga.

Ogni anno, prima della pandemia, la transumanza si trasformava in un vero e proprio viaggio a piedi che durava due giorni: “Partivamo dalla malga il sabato mattina, verso le otto e mezza o nove. Ci fermavamo nei vari paesi che incontravamo lungo il cammino, tra cui anche Asiago. La sera arrivavamo a Conco, un paese nella zona di Lusiana, dove ci fermavamo per la notte. Poi la domenica mattina, alle quattro o cinque, ripartivamo: passavamo per Marostica e arrivavamo a Carmignano, dove ci aspettava una grande festa”.
Come spesso accade, nel bene o nel male, è la crisi a imporre un cambio di paradigma. In questo caso, la crisi è stata l’epidemia di Covid-19: “Durante la pandemia non si poteva fare nulla, quindi siamo rimasti fermi. Da allora abbiamo iniziato a portare giù gli animali direttamente con i camion: maiali, mucche, tutto il bestiame. Però abbiamo voluto mantenere comunque viva la tradizione, organizzando un giro simbolico per le vie del paese, e poi la festa finale”.

A sopravvivere alla crisi però, rimangono i ricordi. In oltre cinquant’anni di attività la famiglia Marini ne ha conservati parecchi. Tra questi ci sono anche dei nomi illustri, come quando Mario Rigoni Stern ed Ermanno Olmi andavano in malga da nonno Tarquinio per una fetta di formaggio e un bicchiere di vino. Quando si fermavano a mangiare, questi ospiti affezionati avevano il loro menù fisso: “Lasagne al burro e faraona ‘in tecia’ fatte da zia Paola”.
Proprio la letteratura di Rigoni Stern ci insegna che la montagna e la vita agreste sono questioni sostanzialmente pragmatiche; anche spirituali certo, ma per propria natura repellenti ai grandi sofismi. Forse questo ci aiuta a comprendere la scelta di adattare ai tempi la tradizione della transumanza, pur così identitaria per la famiglia Marini.
“La decisione è stata presa anche per il benessere degli animali. Fino al Covid abbiamo resistito, ma negli ultimi anni ci siamo resi conto che una transumanza di 70-80 chilometri diventa molto pesante per le vacche. Chi fa solo 10-15 chilometri, come molti che hanno le stalle lì sull’Altipiano, non ha problemi. Ma su distanze così lunghe, le mucche ne risentono parecchio, soprattutto nella produzione di latte. Devi chiederti: ha senso fare tutta quella strada se poi per due o tre mesi le vacche non riescono più a produrre come prima?”
Il problema non è solo logistico, ma anche genetico: “Le vacche di una volta erano più robuste, abituate a camminare, avevano fisico. Oggi la selezione genetica le ha rese macchine da latte: più producono, meno resistono fisicamente. Viceversa, più sono sottoposte a stress, meno latte saranno capaci di produrre. Le vacche moderne non sono più adatte a certi sforzi”.
Infatti, pur di mantenere la celebrazione e anche una certa visibilità, alcune aziende oggi mascherano la difficoltà organizzativa con soluzioni più comode. “Chi fa transumanze spettacolari spesso usa vitelle o vacche asciutte, cioè non in produzione. Così non si pongono il problema del latte. Noi, invece, portavamo giù tutta la mandria. Poi però dovevamo somministrare mangimi con proteine e grassi in più per ristabilizzarle. Non è semplice come sembra”.
La transumanza, poi, è anche un grosso impegno in termini di organizzazione: “A livello logistico è un lavorone. Bisogna avvisare i comuni per il passaggio, mettere in sicurezza le strade. Le vacche possono scappare in mezzo ai campi, andare oltre i guardrail. Bisogna delimitare i punti critici con dei fili: in modo che, vedendoli, le vacche non si buttino. Ma è successo che alcune cadessero nei burroni o nelle scarpate. In quei casi chiami i soccorsi, chiami il camion... è davvero complesso”.
Molto spesso, anche la gestione del traffico stradale viene lasciato in mano agli allevatori: “Di solito teniamo una sola corsia libera, con due persone davanti e due dietro che comunicano via radiolina per far passare le macchine a senso alternato. Ma anche lì: se una vacca struscia contro una macchina parcheggiata e rompe uno specchietto, poi bisogna aprire un sinistro. Le mandrie vanno assicurate, altrimenti rischi di pagare tutto di tasca tua”.
E i rapporti con le amministrazioni? “I comuni di passaggio non ci hanno mai fermato, ma neanche aiutato troppo, mentre con il comune di residenza, quando richiesto, abbiamo sempre messo a disposizione la nostra mandria per poi celebrare l’arrivo in paese. La nostra è sempre stata una tradizione di famiglia, lo si faceva solo per pura passione. Mio nonno era fatto così: ‘Io passo. Se qualcuno mi ferma, mi fermo. Altrimenti vado avanti’. E la filosofia è rimasta un po’ quella, con i dovuti accorgimenti”.
Negli anni, si è dovuto riflettere concretamente sull’effettiva sostenibilità di questa pratica, perché l’attività della famiglia Marini non è solo tradizione. È un lavoro vivo, quotidiano e in costante mutamento, che non può permettersi di guardare solo indietro. “A livello di salute animale, la transumanza lunga non fa bene. Le mucche non mangiano perché non ci sono pascoli, non bevono perché non ci sono corsi d’acqua, non vengono munte: accumulano latte e ne risentono. È una tradizione, sì. Ma non possiamo guardarla solo con gli occhi romantici”.

Eppure, anche la tradizione può conservare la sua vitalità, per questo è importante preservarne il messaggio: “Lo stracchino, per esempio, nasce proprio da lì. Le mucche erano 'stracche' – cioè stanche – alla fine della transumanza. Il latte che non veniva munto la sera, veniva munto il mattino dopo, era un latte povero, con meno sostanze. Da lì nasceva il formaggio 'stracco'. È cultura viva, concreta”.
Ma se la transumanza lunga è quasi impossibile oggi, rimane comunque la dimensione comunitaria della pratica agreste, in tutta la sua attualità. Come ogni forma di realtà radicata in un territorio, infatti, attorno ad essa si continuano a sedimentare delle memorie, sia per chi ne è protagonista, sia per la comunità che la accoglie.
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“Quando ero piccolo c’erano signore che venivano apposta a vederci passare. Tiravano fuori il banchetto, ci davano da bere e da mangiare. Era un modo per ricordare il loro papà, che a sua volta le portava a vedere la transumanza. Ogni anno ci aspettavano con il banchetto pronto, ed era davvero emozionante. Ora facciamo la festa in paese. Portiamo gli animali, ci sono i cavalli, i bambini si avvicinano alle mucche, le vedono da vicino, le toccano. Vivono un’esperienza che oggi si fa fatica a trovare”.
Ma allora, dopo cinquantun anni, cosa significa per voi questo modo di fare allevamento?
“Fare una transumanza è un po’ come affrontare un cammino. Lo scopo della giornata è di arrivare al posto e all’orario prestabilito, è fatto di preparazione, molti imprevisti, spirito di adattamento, nuove amicizie tra risate, bevute, qualche acciacco. Delle compagne di avventura silenziose, ma che agiscono all’unisono, e l’unico pensiero è di aiutarle a raggiungere casa seguendo il loro ritmo naturale, avvolti dalla sinfonia dei loro campanacci. Questa per noi è stata la vera transumanza”.













