"In montagna pullman di turisti come fosse Riccione. Siamo sicuri che il problema sia il monoruota?" Lo youtuber Andrea Sangiovanni fa chiarezza sul caso in Marmolada

"Io vado spesso in sentieri di montagna con il monoruota. Ovviamente, solo dove si può. Su certe strade forestali o su sterrati larghi, non vedo il problema". Il caso del fantino su una ruota nei pressi del ghiacciaio della Marmolada ha sollevato un’ondata di clamore, che ha spesso abbassato la qualità del dibattito. Proviamo ad approfondire un mezzo e una pratica ai più ancora sconosciuti

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Circa tre settimane fa, la notizia di un uomo in monoruota che saliva quasi fino al ghiacciaio della Marmolada (ne parlavamo in questo articolo) ha sollevato un'ondata di clamore. Diffusa a partire da un video della Campagna Glaciologica Partecipata organizzata dall’Università di Padova, ha trovato un'ampia diffusione sui principali media nazionali e non, scatenando una sequela di commenti e reazioni contrastanti.
In un recente video, pubblicato sulla pagina YouTube SangioMaker DIY, dedicata proprio agli appassionati di monoruota, lo youtuber Andrea Sangiovanni è intervenuto per commentare il video della Marmolada e le reazioni mediatiche che ha suscitato. Essendo Andrea un esperto di monoruota, tra i primi in Italia ad essersi avvicinati a questa pratica, abbiamo pensato potesse contribuire a fare chiarezza su un mezzo così poco conosciuto e sulle implicazioni del suo inserimento in un contesto montano.
“La notizia mi è arrivata perché molte persone sanno che io vado in monoruota e mi hanno girato il reel. L’ho ricevuto da uno, poi da un altro, e poi da un altro ancora… a un certo punto ho capito che stava girando parecchio. Così ho deciso di approfondire”.
A colpirlo non è stato il gesto del turista, quanto le reazioni che questo video ha generato su media e social: provocando letture contrastanti e spesso tendenti agli estremismi. Il tutto naturalmente con forte impatto per il circoscritto mondo del monoruota. “Quello che mi ha spinto sono stati i messaggi che circolavano, soprattutto nei commenti. Molto polarizzati, e in gran parte di condanna. Altri invece difendevano il gesto, rivendicando la libertà di fare quello che si vuole, dove si vuole. Io non mi riconosco né da una parte né dall’altra”.
Il monoruota, come tanti strumenti di micro-mobilità elettrica, è ancora vissuto da molti come qualcosa di estraneo, quasi “alieno” (purtroppo anche dal punto di vista legislativo). Non solo in città, ma ancora di più nei contesti naturali. “Quando vado in giro col monoruota, vedo due reazioni opposte. Alcuni si gasano: 'Che figata! Dove si compra?'. Altri invece lo guardano con sospetto. Percepisco la paura, come se avessero appena visto un disco volante. Questo accade anche per le strade: figurarsi in un ambiente come la montagna”.
La montagna, nell’immaginario collettivo, è ancora uno degli ultimi luoghi ‘sacri’: uno spazio che esige silenzio, lentezza, fatica. L’introduzione di un mezzo elettrico, per di più così inusuale, sembra un gesto irrispettoso, se non addirittura provocatorio. Questo vale, apparentemente, anche se il mezzo percorre piste quotidianamente attraversate da fuoristrada, ruspe e battipista.
Per chi il monoruota lo usa quotidianamente, il discorso è molto più sfumato. “Io vado spesso in sentieri di montagna con il monoruota. Ovviamente, solo dove si può. Se il sentiero è troppo tecnico o stretto, non ha senso. Ma su certe strade forestali o su sterrati larghi, non vedo il problema. L’importante è adattarsi al contesto: rallento, avviso le persone, mi fermo se serve. Mi è successo di incontrare signori anziani che si sono spaventati. Allora io scendo, metto un piede a terra, li lascio passare. E alla fine mi hanno ringraziato, persino sorridendomi”.
Ma allora, aldilà dei toni, tutte le accuse di superficialità verso il gesto di quel turista sono del tutto campate a vuoto? Non sono forse il riflesso di un cambiamento che ancora fatica a essere accettato?
“C’è sicuramente un problema di percezione. Proprio perché siamo una categoria ancora così eccezionale, basta un cretino di noi per fare notizia. Ma direi che non è questo il caso. Chi come me ama questo mezzo, cerca di stare non attento, di più. Deve essere quasi esemplare. Perché altrimenti tutti pagano il prezzo dell’errore di uno”.
C’è poi una questione più tecnica, che forse, proprio in virtù di quest’aura sacrale della montagna, viene poco considerata: quanto impatta davvero il monoruota sui sentieri rispetto, ad esempio, a una mountain bike? “Il monoruota, rispetto alla bici, non scava il terreno. Non ha bisogno dell’attrito di continue sgommate, ma funziona con una sorta di freno motore, che impedisce di prendere eccessiva velocità e che nel frattempo rigenera energia. Inoltre, il monoruotista cerca sempre il punto più stabile dove passare, perché altrimenti chi guida cade”.
Anche il discorso sull’impatto ambientale va messo in prospettiva. “Il monoruota è elettrico, ha un impatto minimo, anche in termini di inquinamento acustico. L’unico vero danno ambientale è se ti cade in un crepaccio e non lo recuperi, perché la batteria contiene litio. Ma questo vale per qualsiasi oggetto elettronico: un drone, un action cam, persino un telefono”.
Forse il vero tema non è il mezzo in sé, ma la nostra idea di come dovremmo vivere la montagna. Un’idea che sta cambiando, anche a causa dei social, del turismo di massa, della spettacolarizzazione della natura. “Sono andato a piedi da solo al Lago di Braies, il sentiero era vuoto e pensavo di non trovare nessuno. Dopo due ore di cammino, arrivo lì, e trovo pullman di turisti, selfie stick, caos. Sembrava Riccione. Allora mi chiedo: siamo sicuri che il problema sia il monoruota?”.
Il rischio è di accanirsi contro ciò che è nuovo e visibile, trascurando invece i veri nodi: l’eccesso di accessibilità, la mancanza di educazione ambientale, il turismo a tutti i costi. “Io ho fatto anche cammini a piedi lunghi giorni, capisco il valore della fatica. Ma la libertà non dovrebbe essere vietare i mezzi nuovi. Dovrebbe essere chiedersi come li usiamo. E perché li usiamo”.
“Il monoruota, secondo me, dovrebbe essere inserito tra i mezzi a basso impatto. Non solo, andrebbe anche considerato che, più di altri, il mezzo stesso ti educa al rispetto”.
Qualcuno tra i commenti ai vari articoli, arrivava a gridare alla “ludicizzazione della montagna”, alla sua trasformazione in un parco giochi. “Ebbene, la montagna secondo me può essere abbastanza grande per contenere anche il parco giochi: penso ai parchi-avventura, le zip line. A proposito di questa notizia, la scrittrice Marta Aidala ha affermato che dovremmo imparare a cedere una parte per tener pura un’altra. Io non credo sia giusto proibire tutto, chiuderci alle tecnologie, alle novità. Dobbiamo convivere con le nuove cose, serve soltanto un po’ più di consapevolezza e di attenzione”.













