Mi sono fermato per osservare un gruppo di stelle alpine e intanto qualcuno perdeva la vita in scontri lontani. C’è un senso nell’andare per monti quando l’umanità è attraversata da tanta sofferenza?

Lasciamoci stupire dalla perfezione dei fiori, dal mutare delle nuvole, dai colori delle rocce, dallo sguardo stupefatto di un camoscio. In questi tempi difficili e complicati è questo ciò che dovremmo cercare con insistenza tra le pieghe delle montagne. È qualcosa di prezioso. Non sprechiamo nemmeno un briciolo delle sensazioni che possiamo raccogliere lassù e sforziamoci di portarle a valle, lasciando che attecchiscano proprio là dove ce ne è più bisogno

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Di tanto in tanto trascorro una giornata in montagna, da solo. Non che non apprezzi la compagnia, anzi. Credo però che uno degli ingredienti fondamentali per stare bene sia conoscere sé stessi e ascoltarsi. Queste giornate di silenziosa solitudine tra pietra, natura e aria sono, almeno per me, uno dei modi più efficaci per farlo.
Fino a qualche tempo fa, quando gli astri si allineavano e riuscivo a trovare l’occasione per realizzare una di queste uscite, una luce mi brillava negli occhi. Se siete avvezzi a trascorrere del tempo in solitudine nella natura sapete di cosa parlo. Se vissuto in modo prudente e consapevole, lo stare in montagna da soli non è affatto limitante come si potrebbe pensare. Anzi è capace di sprigionare un’energia imprevista che amplifica le percezioni e la possibilità di leggere tanto l’ambiente in cui siamo immersi quanto noi stessi. Ogni particolare, ogni sfumatura diventa degna di attenzione perché le sensazioni in quel frangente sono l’unico legame tra noi e il terreno in cui ci muoviamo e da cui in quel mentre dipendiamo.
Questa non è però un’apologia della frequentazione solitaria delle montagne. Il motivo per cui ho deciso di scrivere è un altro. Da qualche anno, quell’euforia che un tempo mi riempiva in vista di queste uscite ha perso un po’ della sua intensità. Eppure la passione per la montagna, per il mondo naturale e per le infinite storie custodite lassù è rimasta immutata. Sono altre le cose che sono cambiate.
Sicuramente non sono più lo stesso di un tempo. Col passare degli anni è difficile, forse impossibile, evitare una forma di evoluzione. Un tempo il semplice stare in montagna poteva significare l’annullamento di qualsiasi problema, vicino o lontano che fosse. Ora non è più così e difficilmente riesco a scrollarmi di dosso le brutture che accadono nel mondo. Ed è inutile girarci intorno, negli ultimi anni tante cose sono andate peggiorando. Nuove guerre, morti e sofferenza, la tensione geopolitica che sale di continuo, il cambiamento climatico che avanza deciso.
L’altro giorno sono finalmente riuscito a concedermi una di quelle giornate. Camminavo seguendo una cresta. Avevo appena iniziato a camminare ed ero proprio ai piedi della lunga dorsale che inizialmente è appena accennata. Una gobba erbosa costellata qua e là da rari faggi, carpini, maggiociondoli. Il pascolo era bello grasso e pieno di colori e rumori. Fiori e insetti erano in attività. Nessuno in vista. Lassù la cresta si drizzava in mezzo a rocce calcaree biancastre rotte dal tempo subito prima di sparire inghiottita dalle nebbie. Mentre salivo e vivevo queste sensazioni non potevo non pensare alla sofferenza che colpisce una vasta porzione del mondo. A un tratto mi sono fermato con un sorriso ingenuo per osservare un nutrito gruppetto di stelle alpine sistemate su uno sperone proteso nel vuoto. Intanto qualcuno perdeva la vita a causa di scontri che poco hanno a che fare con la vita quotidiana di quelle esistenze. Perché ho avuto questa enorme fortuna?

La domanda mi ha accompagnato per il resto del giorno. Ho stretto tra i polpastrelli una tacca di calcare di 200 milioni di anni e mi sono issato. Poi ho sfiorato i petali bianchi di un camedrio e ho pensato che quella piantina è stata plasmata dai tempi dilatati dell’evoluzione ed è giunta sulle Alpi dalle lontane lande artiche in centinaia di migliaia di anni. La valle ai miei piedi si è riempita di ghiaccio numerose volte e altrettante si è poi svuotata, seguendo un balletto lento e preciso.
Questi frammenti di meraviglia naturale insegnano qualcosa? Non so se siano vere e proprie lezioni, ma sicuramente la natura è capace di ispirare riflessioni che affondano le radici in qualcosa di semplice: la Terra è un luogo meraviglioso e meravigliosa è l’opportunità di poterne avere esperienza. Eppure come specie ci ostiniamo a rovinare questa condizione così ben congegnata. Lasciamoci stupire dalla perfezione dei fiori, dal mutare delle nuvole, dai colori delle rocce, dallo sguardo stupefatto di un camoscio. In questi tempi difficili e complicati è questo ciò che dovremmo cercare con insistenza tra le pieghe delle montagne. È qualcosa di prezioso. Non sprechiamo nemmeno un briciolo delle sensazioni che possiamo raccogliere lassù e sforziamoci di portarle a valle, lasciando che attecchiscano proprio là dove ce ne è più bisogno.













