Perché il prezzo del tungsteno è quintuplicato? Per capirlo bisogna salire sulle Alpi, dove la principale miniera d'Europa racconta un modo diverso di pensare lo sfruttamento delle georisorse

Il tungsteno è come una spezia: se ne usa poco, ma senza quel pizzico molte tecnologie non funzionerebbero. Negli ultimi mesi il suo prezzo è aumentato fino al 500%, ma la notizia è passata quasi inosservata. Eppure questo metallo è al centro di tensioni geopolitiche e industriali sempre più rilevanti. Inoltriamoci nella miniera alpina di Mittersill, scoperta nel 1967

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nel cuore delle Alpi austriache, sopra Mittersill, nel Felbertal, si nasconde una miniera che custodisce una storia molto più grande rispetto al piccolo imbocco che introduce a un dedalo di cunicoli scavati nella roccia. È la più importante miniera di tungsteno d’Europa.
Negli ultimi mesi questo metallo raro, normalmente poco o per nulla citato dalle notizie, è improvvisamente balzato agli onori delle cronache internazionali a causa del forte aumento dei prezzi. Nell’ultimo anno la quotazione del tungsteno ha registrato incrementi del 500%, partendo da livelli già elevati rispetto agli standard storici. Perché è diventato così costoso? E perché una delle sue miniere più importanti si trova nelle Alpi, dove molte attività estrattive sono state abbandonate da tempo?
Partiamo dalla seconda domanda.
La miniera di Mittersill fu scoperta nel 1967 grazie a una sistematica campagna di prospezione nei sedimenti fluviali delle Alpi orientali austriache. Esistevano allora deboli indizi della presenza di tungsteno: tracce nei sedimenti trasportati da alcuni torrenti. Non si conosceva però la posizione dell’affioramento da cui provenivano. Per restringere il campo, i geologi iniziarono ad analizzare i sedimenti utilizzando lampade UV.
Usare i raggi ultravioletti è un modo economico e veloce per individuare la scheelite (tungstato di calcio), il minerale che ospita il tungsteno, fluorescente se illuminato da luce UV. Grazie a questo metodo la ricerca può essere condotta direttamente sul campo, senza passaggi in laboratorio, tipicamente lunghi e costosi.
A rendere il lavoro difficile è però la fragilità del minerale: una volta nei corsi d’acqua, la scheelite si frantuma rapidamente, diventando più difficile da riconoscere. Un fatto quasi ironico, considerando che il tungsteno metallico è tra gli elementi più duri e resistenti dell’universo.
I geologi si mossero allora come segugi, fiutando le più piccole tracce di fluorescenza. Risalivano i torrenti di notte, per rendere il segnale prodotto dalle lampade UV più evidente. Individuata un’anomalia, seguivano la corrente verso monte, fino a individuare il ramo da cui proveniva il materiale. I torrenti di montagna funzionano infatti come cataloghi naturali della geologia di un territorio: analizzando i loro sedimenti è possibile ricostruire, in forma semplificata, le rocce che affiorano nel bacino a monte che alimenta i torrenti stessi. Così fu identificato il torrente "anomalo": il Felber. Proprio nei pressi dell’attuale ingresso della miniera venne trovato il primo grande blocco di roccia ricco in scheelite. Il tungsteno era stato scoperto nelle Alpi.

Da allora, la miniera di Felbertal è diventata uno dei pilastri della produzione occidentale di tungsteno. In quarant’anni sono state estratte oltre 12 milioni di tonnellate di minerale grezzo, con tenori medi intorno allo 0,5% di WO₃. Circa il 3% della produzione mondiale proviene da qui.
Non bisogna però immaginare volumi imponenti: l’elevata densità del metallo fa sì che basti un centinaio scarso di camion per trasportare l’intera produzione annua raffinata. Il tungsteno è come una spezia: se ne usa poco, ma senza quel pizzico molte tecnologie non funzionerebbero.
La miniera si trova nella cosiddetta "Finestra dei Tauri", una delle grandi finestre tettoniche delle Alpi orientali: zone in cui affiorano rocce profonde della crosta, deformate durante l’orogenesi alpina ma già rimaneggiate nel ciclo varisico, circa 320 milioni di anni fa. Si tratta quindi di rocce che hanno fatto parte di una catena montuosa precedente a quella alpina.
È in questo contesto che si è accumulato il tungsteno di Felbertal. Le rocce di questa località sono attraversate da fitti reticoli di vene quarzose ricche in scheelite, depositate da fluidi idrotermali legati all’intrusione di magmi durante l’orogenesi varisica. Decine di milioni di anni più tardi, l’orogenesi alpina ha deformato e sollevato queste rocce, mentre l’erosione le avvicinava alla superficie.
Oggi la miniera produce circa 400.000 tonnellate di minerale all’anno, equivalenti a poche migliaia di tonnellate di tungsteno metallico. L’intero mercato mondiale non supera le 100.000 tonnellate annue: numeri piccoli rispetto ad altre materie prime. Proprio per questo, Felbertal è un nodo strategico. È una delle poche miniere attive al di fuori del principale paese produttore: la Cina.
Torniamo quindi alla prima domanda: perché il tungsteno è diventato così costoso?
Il tungsteno è una materia prima critica non tanto per le quantità in gioco, quanto per il suo ruolo. È insostituibile in molti settori ad alta tecnologia: utensili da taglio, turbine, elettronica, semiconduttori. Ed è fondamentale per l’industria bellica: proiettili, corazze, missili, sistemi aerospaziali. Da alcuni anni viene infatti utilizzato anche in alternativa all’uranio impoverito nelle munizioni penetranti.
Ma non è solo una questione militare. Ogni smartphone contiene tungsteno: i piccoli dispositivi che generano le vibrazioni sfruttano proprio questo metallo denso e resistente, ideale per componenti soggette a sollecitazioni ripetute e per la miniaturizzazione. E fino a pochi anni fa, il mondo intero era illuminato dai filamenti di tungsteno delle lampadine a incandescenza.
A rendere davvero critico questo elemento è però anche la concentrazione della produzione. Oltre l’80% del tungsteno mondiale proviene dalla Cina, che controlla non solo l’estrazione, ma l’intera filiera. Questo dominio è stato costruito nel tempo, mantenendo prezzi bassi per decenni e rendendo non competitivi i produttori occidentali, fino alla chiusura di molte miniere.
Ora che la produzione al di fuori della Cina è ai minimi, Pechino può utilizzare il tungsteno come leva geopolitica. Dal 2025 sono state introdotte restrizioni all’export che permettono di controllare quantità e destinazioni del metallo. La domanda è ai massimi, spinta dal crescente utilizzo militare per le munizioni speciali. La guerra contemporanea ha anche questo volto: un enorme consumo di risorse rare, spesso distrutte nel loro stesso utilizzo. Domanda elevata e offerta controllata spiegano il forte aumento dei prezzi.
In questo scenario, il mondo è a caccia del poco tungsteno disponibile e la miniera di Mittersill assume un significato che va oltre la sua dimensione fisica. Non è soltanto uno dei pochi siti di estrazione ancora attivi nei paesi occidentali -negli Stati Uniti, ad esempio, non se ne produce più da decenni- ma anche il risultato di un approccio diverso allo sfruttamento delle risorse.
Pochi anni dopo l’apertura, gran parte delle attività fu trasferita in sotterraneo per ridurre l’impatto sul territorio alpino. Oggi, osservando la valle dall’esterno, è difficile immaginare che sotto la montagna si sviluppino decine di chilometri di gallerie. Anche la gestione degli scarti e dei bacini di decantazione è stata impostata per contenere gli impatti e massimizzare il recupero dei materiali.

Questo non significa che l’impatto sia nullo. Una miniera resta una miniera. Ma Mittersill rappresenta un tentativo concreto di bilanciare esigenze diverse: estrazione, tutela ambientale e continuità economica. Non a caso, pur essendo attiva da decenni e situata in un contesto alpino sensibile -il Parco Nazionale degli Alti Tauri è a pochi chilometri dall’impianto-, non è stata al centro di opposizioni locali, a differenza di tanti progetti minerari più recenti in Europa.
Grazie a Mittersill, e a poche altre miniere in Spagna e Portogallo, l’Europa ha mantenuto una forma, seppur limitata, di autonomia su una materia prima strategica. Una scelta che oggi appare meno marginale di quanto potesse sembrare in passato. Per decenni i paesi occidentali hanno preferito chiudere le proprie miniere, delegando altrove i costi ambientali e sociali dell’estrazione. Abbiamo beneficiato di risorse a basso costo, ignorando le condizioni in cui venivano prodotte e permettendo a pochi paesi di assumere una posizione dominante su molte materie prime critiche.

Possiamo forse vedere in una miniera come quella del Felbertal un antidoto a questa visione dominante e un poco coloniale dell’utilizzo delle georisorse. A Mittersill l’estrazione non è stata impostata esclusivamente sulla logica del massimo volume al minimo costo, ma su un equilibrio più complesso, che tiene insieme l’impatto ambientale, inevitabile, con la necessità di contenerlo e la possibilità di mantenere attiva una filiera produttiva nel territorio. Questo non significa che il modello sia privo di criticità e nemmeno che sia replicabile ovunque. Ci permette però di riconoscere un approccio ragionato e bilanciato allo sfruttamento delle georisorse.
Anche un territorio di grande valore ambientale e naturalistico come quello alpino può diventare, entro limiti chiari e stabiliti, un contesto capace di sostenere attività economiche di importanza primaria.













