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Storie | 05 maggio 2025 | 06:00

“Un sistema che disumanizza”, piaga che in Italia coinvolge oltre 200mila persone. Ma un'alternativa al caporalato c'è: ecco come funziona la rete di aziende agricole etiche

Il Progetto Humus Job (Bandiera verde 2020) è nato in Valle Grana nelle Alpi Cozie piemontesi nel 2018 per far incontrare domanda e offerta di lavoro in agricoltura e porre rimedio alle condizioni di sfruttamento, precarietà e angherie in cui vivevano i lavoratori stranieri stagionali

Festival AltraMontagna

A volte la montagna, le aree marginali, interne o periferiche che dir si voglia, risalgono in cattedra e insegnano alle pianure e alla città poste al centro come si dovrebbe vivere. Lo spiegava bene Mario Rigoni Stern, quando ospite di un convegno internazionale in un intervento nel gennaio 1989, è salito sul palco del Teatro Toselli di Cuneo e ha detto: «le Alpi saranno una risposta a una sfida, sfida della natura e del mondo moderno. Nei secoli passati la gente trovò nelle montagne un luogo per continuare a vivere e lavorare in pace; avvicinandoci al 2000 ancora sulle montagne l’uomo troverà rifugio per superare un sistema che disumanizza e che lascia poco spazio a quelle che sono le vere ragioni dell’esistenza: l’amore, la socialità, il lavoro ben fatto […]».

 

È successo con il Progetto Humus Job (Bandiera verde 2020), nato in Valle Grana nelle Alpi Cozie piemontesi nel 2018 per far incontrare domanda e offerta di lavoro in agricoltura, si è messo in testa di porre rimedio alle condizioni di sfruttamento, caporalato, precarietà e angherie in cui vivevano i lavoratori stranieri stagionali nel nostro paese. Una piaga epocale che in Italia, secondo i dati della CGIL, coinvolge oltre 200 mila persone finite in un mercato nero o grigio che alimenta lo sfruttamento dei lavoratori attraverso il caporalato. Tutti noi conosciamo il problema, perché i media ce la presentano, e giustamente, attraverso immagini e racconti delle baraccopoli dei raccoglitori di frutta nella Piana del Sele o di Castel Volturno in Campania, dei campi di Nardo e Andria in Puglia, quelli nella Piana calabrese di Gioia Tauro o tra i campi del catanese in Sicilia. Un fenomeno che a seguire i media mainstream pare relegato al solo il Sud, ma che invece purtroppo investe l’intera penisola: con i raccoglitori di mele e kiwi costretti a dormire per strada in Provincia di Cuneo, i baraccati intorno ai campi di Franciacorta in Lombardia, il caporalato nelle cooperative dell’ortofrutta dell’Emilia Romagna e i disperati dei campi dell’Agro Pontino nel Lazio. Concentrazione, monocoltura, industrializzazione, grande distribuzione, concorrono a creare “un sistema che disumanizza e che lascia poco spazio a quelle che sono le vere ragioni dell’esistenza”, tra cui “il lavoro ben fatto”. E chi non si adegua è fuori, perché il mercato è spietato e il prezzo detta le condizioni.

«L’idea iniziale era semplice e geniale – ricorda Claudio Naviglia, uno dei fondatori di Humus Job, realizzato da un gruppo di persone che hanno avuto la forza di dire NO alla disumanizzazione – facilitare l’incontro domanda e offerta», a partire da un lento lavoro “porta a porta” tra piccole e medie imprese agricole delle Alpi Cozie per sensibilizzare i produttori alle condizioni di vita precarie e disumane dei poveri braccianti stagionali stranieri che impiegavano per la raccolta di frutta e ortaggi.

 

In quel periodo infatti in Provincia di Cuneo, come nel resto delle montagne italiane, erano in atto progetti di accoglienza di richiedenti asilo provenienti da altri continenti che dalle città venivano trasferiti in strutture montane per risparmiare sui costi di accoglienza, e che essendo in cerca di lavoro finivano spesso ad alimentare un mercato nero o grigio di manovalanza agricola a cottimo, senza leggi né diritti che, rischiava di far abbruttire l’intero territorio. «Ricordo che nel 2018 era girata voce che dovessero arrivare un centinaio di migranti richiedenti asilo in Valle Grana, a Monterosso - continua Claudio – e una parte della comunità ha reagito minacciando di ritirare i figli da scuola». La paura aveva risvegliato il rancore in parte della comunità nei confronti di una globalizzazione che presentava il suo lato peggiore, accogliendo stranieri in fuga ma lasciandoli poi soli ad affrontare processi complessi di inserimento in una comunità che li percepiva come un pericolo. Perché la montagna a rischio spopolamento in realtà avrebbe forte bisogno delle loro braccia, menti, famiglie, ma senza percorsi dedicati all’incontro si rischia di creare gruppi di semplici manovali precari, sottopagati, insoddisfatti e impossibilitati a mettere radici nella comunità, pronti ad abbandonare quel determinato luogo ogni qual volta gli si presenti l’occasione, perché quel luogo per loro rimane uguale a quell’altro. I ragazzi di Humus Job però non si allineano alla protesta ceca, e si muovono in direzione contraria.

 

«Ci siamo chiesti: Chi sono queste persone? Visto che in teoria avrebbero dovuto lavorare per mantenersi, chi avrebbe potuto dare loro un lavoro?». La prima sorpresa è stata che raccontando, spiegando, affrontando il problema i ragazzi di Humus Job hanno trovato la solidarietà dei piccoli imprenditori locali, perché in montagna c’è molta concretezza. «Ci siamo imbattuti - spiega Claudio - in piccole aziende del territorio con un forte bisogno di connessione con il resto del mondo, per riuscire a capire cosa stava succedendo e poter accogliere la manodopera straniera, di cui avevano fortemente bisogno. Abbiamo aperto uno sportello lavoro sul territorio, capace di dare formazione», dove gli imprenditori agricoli sono diventati i docenti e i migranti gli allievi e futuri lavoratori. E così trenta richiedenti asilo accolti nel centro di accoglienza di Monterosso Grana sono stati distribuiti in una quindicina di aziende locali che li hanno assunti e accolti al loro interno riattivando “la socialità” evocata da Mario Rigoni Stern.

Rimaneva però ancora un problema: la dittatura del prezzo. Perché anche se le colture di montagna puntano alla qualità, senza scimmiottare quelle intensive di pianura, hanno però costi di gestione molto alti a fronte di margini economici risicati. «La vera svolta è arrivata con l’adozione dello strumento dei Contratti di rete», ricorda Claudio, una formula di collaborazione leggera tra imprese che già esisteva, ma semi sconosciuta, che permette di scambiarsi manodopera, strumenti e quant’altro nello stesso distretto senza dover sostenere da soli tutte le spese e senza troppa burocrazia. Una formula che conoscono in pochi ma che sembra pensata proprio per le piccole imprese dei territori frammentati come quelli di Alpi e Appennini. «L’abbiamo subito adottato, perché l’economia in montagna se vuole un futuro deve diventare accogliente, e il Contratto di rete permette di collaborare senza dover creare nuove pesanti strutture che poi si farebbe fatica a mantenere». All’interno di un Contratto si cresce insieme, poco alla volta, condividendo risorse e strumenti e adottando i ritmi della natura. 

 

A questo punto i ragazzi della Val Grana, con lo strumento del Contratto di rete in mano, escono dalla valle e cominciano a spargere il verbo sui territori delle aree interne di tutta Italia, promuovendo un modello virtuoso e capace di futuro: nascono Contratti di rete nelle valli cuneesi Varaita e Stura, uno nelle montagne nei dintorni di Mondovì, un altro in Liguria nell’entroterra genovese, uno in appennino vicino a Modena, un altro in Puglia nelle valli vicino a Cerignola. «La formula esiste ormai da 12 anni – spiega Claudio sottolineando come sia davvero poco sfruttata – ed è uno strumento molto bottom up, e questo purtroppo non piace proprio a tutti». Humus Job nel 2019 lancia una piattaforma online di domanda-offerta di lavoro che in poco tempo cresce in maniera esponenziale: «è diventato difficile gestirla – ricorda Claudio - da una parte per le complicazioni legislative e dall’altra per il numero crescente di richieste, per continuare avremmo dovuto trasformarci in qualcosa di troppo grande e non ce la siamo sentita». La piattaforma informatica chiude, ma ormai il seme è piantato, e grazie all’interessamento dei Centri per l’impiego, le strutture pubbliche coordinate dalle Regioni, i Contratti di rete continuano ad essere presidiati.

 

Nel 2020 Humus si trasforma in una rete di respiro nazionale, una “Rete di impresa” registrata in camera di commercio, che supporta gruppi locali nel condividere mano d’opera, processi di trasformazione e canali commerciali. Mentre Humus job, il progetto della Valle Grana da cui è nato tutto, continua a fornire consulenze sui contratti di rete e formazione in ambito agricolo.

«Abbiamo portato un modello che oggi si sta espandendo – conclude Claudio -. Continuiamo a lavorare a livello locale per creare ponti con le aziende, facciamo piccole progettualità su territori marginali che vedono la collaborazione di agricoltori, ristoratori, cooperative sociali ecc. Il meglio sarebbe poter creare una rete di reti, una cosa tipo l’Arci ma dedicata ai Contratti di rete». E chissà che un giorno gli ex ragazzi di Humus Job partiti dalla Valle Grana non ci riescano? 

 

Per informazioni sul progetto Humus job: https://humusjob.it/

la rubrica
Il mondo dei vincenti

Siamo ancora abituati a pensare alla montagna come luogo di svago delle città e della pianura che, bontà loro, sostengono le economie d’alta quota attraverso il turismo di massa e la frequentazione. Ma così non è più, si sbagliano e di grosso giornali e riviste, e noi de L’Altramontagna vogliamo raccontarvelo per primi, dando il via ad una vera e propria contro-narrazione che si appoggia sull’approfondimento dei tanti esempi emblematici presenti nei Dossier delle Bandiere Verdi di Legambiente. Una rubrica a cura di Maurizio Dematteis

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