"Feci vedere la medaglia conferitami da Mussolini; si misero sull'attenti e mi lasciarono andare. Se le SS mi avessero perquisito, saremmo saltati in aria"

Furono tanti gli alpinisti che, come Riccardo Cassin, rifiutarono la Repubblica Sociale Italiana. Con le parole dell'alpinista friulano, inauguriamo la nuova rubrica "La montagna nei libri"

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica La montagna nei libri ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".
Iniziamo con un estratto di Liberi di sbagliare. Un'estate tra le montagne del giovane Primo Levi di Pietro Lacasella, al fine di comprendere il complesso rapporto tra fascismo e alpinismo:

"Il fascismo tentò – a volte riuscendoci – di appropriarsi anche dei rilievi e, conseguentemente, del movimento alpinistico, così da potenziare la macchina della propaganda. Chi meglio dei grandi scalatori poteva riflettere le virtù esaltate dal regime come lo spirito di sacrificio, un fisico aitante e un temperamento audace? L’ardore del loro coraggio andava premiato; gli alpinisti dovevano diventare emblema del fascista perfetto, di quello che, fregandosene del pericolo, trasformava la retorica in realtà. Arrivarono le prime medaglie, distribuite dal Duce in persona anche a chi, più avanti, avrebbe deciso di salire in montagna per unirsi alla Resistenza.
Con le seguenti parole, riportate sulla rivista del Cai Lo Scarpone, l’alpinista Riccardo Cassin rievocò un singolare episodio della propria Resistenza, vissuta a capo del Gruppo Rocciatori della brigata Lecco:
Ricordo che una volta, di notte, mentre scendevamo dai Resinelli carichi di bombe a mano e munizioni, incontrammo una pattuglia di SS. Le granate le portavamo pronte da esplodere dentro le calze, senza sicura. Ci fermarono e ci chiesero dove andavamo, con i mitra spianati. Gli feci vedere la Medaglia d’oro al valore atletico conferitami da Mussolini; si misero sull’attenti e mi lasciarono andare. Se non avessi avuto in tasca quel particolare “salvacondotto” e mi avessero perquisito, saremmo saltati in aria tutti quanti.
Furono tanti gli alpinisti che, come Cassin, rifiutarono la Repubblica Sociale Italiana, anche perché, a differenza di quanto ingenuamente pensavano i teorici del littorio, l’alpinismo non si può ridurre al puro e semplice sprezzo del pericolo. Certo, il desiderio di superare le insidie fa parte dell’esperienza, ma non è l’unico movente capace di spingere le persone in montagna. L’alpinismo, infatti, non è solo azione, ma anche osservazione e contemplazione.
Tuttavia, il desiderio di inglobare questa attività tra le rigide e fitte maglie fasciste non si limitò al tentativo di sedurre, attraverso onorificenze e riconoscimenti, gli scalatori italiani attivi tra le due guerre. Il governo puntò anche più in alto, dritto dritto al più importante sodalizio nazionale di appassionati di montagna: il Cai.
Una spiegazione emerge dalle ricerche di Lorenzo Grassi. Il Cai, incluso dal 1927 all’interno del Coni – che da Statuto prevedeva un «vincolo di piena sudditanza ai voleri del potere politico» –, nei piani del governo non aveva soltanto una funzione propagandistica, ma doveva anche preparare gli italiani alla guerra in montagna, educandoli all’imprevedibile carattere delle alte quote. Nel 1938, perseguendo l’obiettivo di raffinare la lingua italiana dalle interferenze straniere, il Club Alpino Italiano venne ribattezzato Centro Alpinistico Italiano e, a fine anno, il presidente generale Angelo Manaresi inviò alle sezioni una «circolare riservatissima» dove venivano prefissati i criteri per l’epurazione «dei soci di razza non ariana». Gli effetti delle leggi razziali non tardarono quindi a farsi sentire anche sul sodalizio. In seguito alla circolare, scattò dunque un’importante e scrupolosa esclusione dei soci ebrei dal Centro.
Le leggi razziali, racconta sempre Grassi, non vennero applicate solo ai tesserati in vita, ma anche a quelli morti già da tempo. Nel 1939, infatti, la presidenza generale impose alle sezioni locali proprietarie di rifugi dedicati ad alpinisti ebrei di provvedere a cambiare nome. Emblematica, in tal senso, la storia del rifugio Levi, in Val di Susa. Il rifugio – privo di connessioni con Primo e la sua famiglia – nel 1929 era stato intitolato a una giovane alpinista ebrea, Mariannina Levi, travolta l’anno precedente da una valanga presso il Colle della Rho, nella conca di Bardonecchia. Nel 1939, costretto a cambiare nome, fu dedicato alla memoria di un’altra alpinista: Magda Molinari. Nel dopoguerra, per non fare torto a nessuno, diventò il rifugio Levi-Molinari, e si chiama così tuttora".

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".















