Una valle isolata dove si consuma un atto di violenza mai condannato: Massimo Zamboni invita a riflettere su come è possibile o impossibile esercitare la giustizia in luoghi lontani dai centri cittadini

Una pietra d’inciampo piantata nella valletta tra Monteorsaro e Roncopianigi in Val D’Asta, rievoca alla memoria del viaggiatore un fatto di sangue. Una vicenda affrontata nel libro "Pregate per ea" (Einaudi)

Ex chitarrista e compositore, fondatore dei CCCP emiliani e poi passato ai CSI, Massimo Zamboni ha poi dedicato alla ricerca storica e alla scrittura il suo impegno civile e narrativo. Molti libri alle spalle ma, in particolare si ricordano L’eco di uno sparo e La trionferà usciti per la casa editrice Einaudi dove, con metodo storico, si rintracciano ragioni e controversie sulla sanguinosa vicenda dei Fratelli Cervi e sul caso di Cavriago, piccolo comune emiliano, battezzato la “Pietroburgo nostrana”.
Con tratto ironico e profonda conoscenza dei territori, Zamboni rievoca minute storie di donne e uomini legate al lavoro e al coraggio mai esibito. Il suo ultimo Pregate per ea (sempre Einaudi) ha come teatro una valle isolata dove si consuma un atto di violenza mai condannato. Occasione per una riflessione su come è possibile o impossibile esercitare la giustizia in luoghi tanto lontani dai centri cittadini. Un testo inusuale, dalla scrittura attenta ai toni montanari, capace di aprire nuove chiavi di letture su comunità la cui memoria è ancora viva.
Pregate per ea
Proprio prima di portare chi legge dritto dritto al cuore della vicenda, Massimo Zamboni forte di non pochi romanzi a ricostruzione storica, spiana un dramatis personae a richiamare le “maschere” di una tragica vicenda tutt’altro che plautina. Una pietra d’inciampo piantata nella valletta tra Monteorsaro e Roncopianigi in Val d’Asta, rievoca alla memoria del viaggiatore un fatto di sangue.
Nel 1870, quando il Regno d’Italia dettava le sue nuove regole, nell’oscura e chiusa valle dove la storia non arrivava per ragioni orografiche, muore per atto violento Maria Domenica della razza dei Gebennini. Zamboni, legittimato dall’appartenere per lontane parentele alla medesima razza della vittima, s’incammina lungo il processo che seguì alla misteriosa uccisione.
Nel luogo del fatto arrivano procuratori, gendarmi, uomini di legge del tutto incapaci di comprendere la lingua dei montanari, impegnati a restituire in un italiano manzoniano, le molteplici testimonianze di chi era presente nel giorno di giugno della morte di Domenica. Zamboni immagina, mescola, azzarda pensieri, rotte, antiche rivalità, modeste rivalse legate a un ambiente dominato dalla fame e dalle bestie. Entra nell’animo di Domenica, donna alta per quel tempo, affaticata dal lavoro costante (era là per raccogliere le foglie), con un tumore al fegato che la “vivisezione” legale rivela, moglie di Felice Puglia, fratello dell’accusato Lorenzo Puglia detto Gambaccia, lancia due invocazioni al cielo prima di cadere come un animale.
Alle prime, la comunità si stringe per proteggere il Gambaccia, consapevole che se si aprisse una crepa, il loro sistema tutto sommato autonomo rispetto allo Stato centrale, potrebbe franare. E così le interrogate e gli interrogati fingono di non avere visto, di non aver sentito, insinuando che a uccidere Domenica sia forte stato il suo gran brutto carattere. E mentre il Gambaccia fugge verso la città di Parma, il vedovo e l’orfana di Domenica riprendono il lavoro della montagna nell’estate che esplode.
Cronaca giudiziaria e insieme canto accorato per una vittima di una società chiusa nella lingua, nella rincorsa delle stagioni, nell’ossessione per le greggi, il testo di Zamboni è davvero una sorta di unicum dal punto di vista della sua collocazione. Non manca l’attenzione per histoire matérielle, per l’antropologia e per le espressioni dialettali: materiali dosati con una gentile e accorata volontà di denuncia. Un mondo diviso tra coloro che il cappello lo 33portano in testa e coloro che invece lo portano in mano. Gente che il dolore non lo sa esprimere, gente che al futuro guarda con struggimento se la vacca è gravida. Una figlia che si vede consegnare un nuovo stato civile “da oggi è una orfana di madre. Una ragazzina con il fazzoletto in testa, il grembiale addosso, le tante vesti. Le scarpe solo se occorre, d’estate mai”.
Fotografia in copertina di Giorgio Galeotti

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".















