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Ambiente | 04 febbraio 2026 | 12:00

A dicembre sono fiorite delle genziane a quota 1400 metri: sembra strano, ma questo episodio spinge a riflettere sul futuro economico dei territori montani

Di fronte a queste trasformazioni così significative e repentine, la natura saprà adattarsi e ricercare nuovi equilibri, magari accogliendo nuove specie animali e vegetali nei contesti montani e perdendone delle altre, dimostrando una forte capacità di adattamento. Ma la preoccupazione più grande non è rivolta alla natura in sé, ma al futuro della residenzialità permanente delle terre alte

scritto da Andrea Pincin

Ancora una volta, l’andamento climatico nell’ultima parte dell’autunno e l’inizio dell’inverno invita a una profonda riflessione sul futuro dell’economia alpina, intesa quale caposaldo fondamentale della residenzialità permanente nelle terre alte.

 

Temperature in generale ben al di sopra della media anche a dicembre inoltrato hanno ridotto il manto nevoso che si era depositato sulle Alpi alla fine di novembre, mentre una siccità prolungata non ha favorito l’espansione della coltre nevosa, nonostante il calo delle temperature registrato a partire dalla fine dell’anno.

 

La comprova di questa profonda trasformazione del clima non si registra solo sulla quantità di neve caduta in quota e fondovalle, ma può essere letta anche osservando la vegetazione. A metà dicembre l’Alpe Vezzena (tra le province di Trento e Vicenza a quota 1400 metri sul livello del mare) ospita una timida fioritura di genziane (Gentiana verna) e genzianelle (Gentianella campestris). La prima specie, come rivela il nome (verna rimanda a primavera) ha fioritura precoce, ma la seconda specie ha una fioritura molto più tardiva, generalmente estiva. Dicembre non è sicuramente il mese per osservare queste fioriture. Tra lembi di neve e pascoli ingialliti, il blu intenso e il rosa chiaro spiccano in un paesaggio che ricorda molto più la fine di marzo con lo scioglimento delle nevi, che non l’inizio del periodo invernale. Nello stesso momento, a poca distanza da queste fioriture fuori stagione, molti turisti sciano divertiti nel comprensorio limitrofo, ignari di questi segnali piccoli ma molto significativi.

 

A fine dicembre in Carnia, sempre a quota 1400 metri di quota, sotto le creste che circondano il principale polo sciistico locale, famoso anche agli appassionati di ciclismo, una genziana (Gentiana acaulis) fa capolino tra i prati ingialliti, in un paesaggio che sa di aprile e Pasqua. La corolla pentalobata dal colore blu inteso, tesa verso un sole già caldo, trasforma le storie dei rigidi inverni montani raccontate dagli anziani in fiabe, memorie perduti di tempi lontani.

 

Di fronte a queste trasformazioni così significative e repentine, la natura saprà adattarsi e ricercare nuovi equilibri, magari accogliendo nuove specie animali e vegetali nei contesti montani e perdendone delle altre, dimostrando una forte capacità di adattamento. Ma la preoccupazione più grande non è rivolta alla natura in sé, ma al futuro della residenzialità permanente delle terre alte. Per decenni si è costruita una filiera economica molto orientata agli sport invernali e all’industria della neve, rendendo questa filiera spesso il principale pilastro dell’economia montana. Oggigiorno, queste piccole genziane in fiore in pieno inverno ricordano che questo tempo è finito.

 

L’innevamento artificiale e le nuove tecnologie in materia di snow factory (letteralmente "fabbriche di neve" che permettono di produrre la neve a temperature fino a 25°C) potranno allungare questa finestra temporale, che in ogni caso ha già le ore contate. Il report di Legambiente "Nevediversa 2025" evidenzia che in Italia "sono 265 le strutture legate agli sci non più funzionanti, un dato raddoppiato rispetto al 2020 quando ne erano stati censiti 132". In un contesto in cui l’approvvigionamento energetico non è più un caposaldo sicuro tra forti tensioni internazionali e l’acqua diviene l’oro blu del nuovo millennio, siamo sicuri che questa sia la via principale da seguire per il futuro delle Alpi e delle montagne europee? Forse potrebbe essere più lungimirante trovare degli strumenti per disaccoppiare via via l’economia montana dall’industria della neve, certamente per piccoli step e sulla base delle condizioni locali. La montagna ha tanto da offrire, non solamente come turismo (invernale ma anche estivo).

 

Le sfide che il futuro riserverà alla montagna sono ancora più grandi, per cui è necessaria lungimiranza e capacità di prepararsi per tempo. Un’Europa sempre più calda e tropicale trasforma, agli occhi di tanti cittadini, la montagna in un piacevole rifugio estivo al riparo dal caldo e dalla siccità. In questo senso, va ricordato che i cittadini sono molti, hanno generalmente una maggiore capacità di spesa, e soprattutto non conoscono nulla della ruralità, della gestione del paesaggio, dell’interazione millenaria e sostenibile tra la natura e i montanari. In questo contesto, senza adeguate politiche, le terre alte si trasformano in un resort di lusso, fresco e immerso nel verde. Cosa resterà allora delle popolazioni montane e del paesaggio delle terre alte, senza una propria economia, senza una forma di tutela della residenzialità permanente, esposti alle pressanti richieste di un mondo urbano più popoloso, ricco ma molto più ignorante?

la rubrica
Paesaggio montano: punto di incontro tra umanità e natura

Le montagne sono abitate da migliaia di anni, durante i quali l’umanità e la natura, in sintonia, hanno dato forma al paesaggio. Le profonde trasformazioni in atto nella società contemporanea stanno disarticolando e mettendo a rischio questa millenaria interazione, svuotando di significato le terre alte, non più percepite come luogo di vita, ma come non-luoghi, da abbandonare o trasformare in parchi dei divertimenti. Tali eventi incidono sul futuro delle popolazioni montane, ma hanno anche profonde ripercussioni sull’ambiente nella sua dimensione locale e globale. Da qui l’esigenza di proporre e condividere alcune riflessioni sulle politiche e le forme di gestione delle terre alte

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