Alla parola "wilderness" si associa una montagna incantata, ma è un prodotto del pensiero borghese che non descrive né rappresenta la reale storia delle Alpi

Wilderness è la rappresentazione di un contesto culturale e filosofico nato a partire da una visione primitivistica e poi romantica, che si è sviluppata dalla nascente borghesia industriale e urbana che ha visto e cercato nelle Alpi l’ultimo frammento selvaggio d'Europa: in "queste premesse storico-teoretiche […] si colloca […la] radice del più potente stereotipo alpino mai prodotto".

Nell’odierno immaginario collettivo, alla parola wilderness si associa una montagna incantata, boschi dal carattere magico, fiumi impetuosi, branchi di lupi, mandrie di bisonti in sterminate praterie. Sono selvaggi gli orsi che cacciano i salmoni sui fiumi, le linci che rincorrono le lepri sul manto nevoso, i cervi che bramiscono nella stagione degli amori, gli gnu che migrano a migliaia nella savana o le dune di un deserto arso dal sole e spazzato dal vento.
Il concetto di wilderness – o natura selvaggia – rimanda a qualcosa di ancestrale, un eden puro, genuino e incontaminato, un topos idilliaco, a volte quasi fiabesco, ma allo stesso tempo dominato dalla dura legge della natura. Incontaminatezza e selvaggità sono i principi ontologici fondanti della wilderness: selvaggio deriva dal latino silva ‘foresta’, nel senso di luogo esterno dalle aree rurali o urbane, ossia fuori dalla civiltà. Incontaminato rimanda al verbo latino tagere ‘porre a contatto elementi eterogenei, imbrattare’ con aggiunta del prefisso negativo in-. L’incontaminatezza è l’assenza di impurità, di degradazione e diviene quindi sinonimo di purezza.
In questo contesto, le montagne europee e in particolare le Alpi, con i loro grandi spazi naturali e la loro distanza dai grandi agglomerati urbani di pianura, sono diventate nell’archetipo collettivo uno degli ultimi frammenti geografici nel quale sopravvive una natura pura e incontaminata, ancora parzialmente al riparo dalla mano distruttrice dell’umanità. Le Alpi divengono quindi il simbolo e l’ultimo relitto di un eden da preservare intatto nella propria purezza: i boschi alpini sono considerati vergini e inesplorati e i prati sono oasi di biodiversità da conservare inalterati.
Un concetto che affascina, attrae, esprime meraviglia, come un bel documentario quando racconta della vita degli animali nella savana africana o nelle giungle equatoriali. Ma questo quadro non è un dato di natura: è solamente il prodotto della storia del pensiero borghese degli ultimi due secoli e non descrive né rappresenta la reale storia delle Alpi e dei suoi paesaggi. Questo è la rappresentazione di un contesto culturale e filosofico nato a partire da una visione primitivistica e poi romantica, che si è sviluppata dalla nascente borghesia industriale e urbana che ha visto e cercato nelle Alpi l’ultimo frammento selvaggio d’Europa.
L’antropologo Annibale Salsa, nel libro Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi mette in guardia indicando che in "queste premesse storico-teoretiche […] si colloca […la] radice del più potente stereotipo alpino mai prodotto".
La storia delle Alpi (e delle altre montagne europee) è invece profondamente diversa – generalmente poco conosciuta e più taciuta – caratterizzata dalla costante interazione tra l’umanità e la natura, dal rapporto sostenibile tra tecnica e risorse. La vita nel territorio alpino si è potuta sviluppare solamente attraverso questa relazione biunivoca, che non ha portato a una degradazione dell’ambiente naturale, ma allo sviluppo di forme inedite. La relazione millenaria tra l’umanità e la natura ha prodotto l’armonioso insieme dei paesaggi alpini quale più alta espressione di vivibilità dei territori montani.
Negare da un punto di vista concettuale questa relazione millenaria, mette a repentaglio non solo l’economia montana, ma lo stesso paesaggio e ambiente naturale alpino. Ne sono un esempio i prati di fondovalle creati grazie al lavoro di dissodamento, i quali senza regolari sfalci o interventi di pascolo tornano presto ad essere ricoperti dal bosco, con una perdita netta di determinate piante e animali. Anche i boschi alpini rispondono a una logica simile. Le foreste di abete rosso oggetto di forti infestazioni di bostrico – un insetto xilofago (ossia che si nutre del legno) – responsabile della moria di estesi popolamenti. Problema questo che non può essere risolto con la logica della wilderness, ossia lasciando il bosco alla libera evoluzione della natura, poiché l’accumulo di legno morto sui versanti aumenta il rischio di incendio, ma anche di smottamenti e fenomeni franosi, nonché risulta un ostacolo al libero movimento della fauna selvatica.
Come ricorda l’antropologo Annibale Salsa, tra i più esperti conoscitori della geografia sociale alpina, "sussiste un divario profondo che separa il codice culturale urbano e quello montanaro, inseriti in due distinte ed opposte mitologie. La contrapposizione tra le due visioni del mondo alpino si è venuta a determinare allorquando le nascenti borghesie urbane […hanno capovolto] in termini valutativi (etico-pedagogici) l’esperienza della selvaggità, che da dis-valore (devianza e marginalità) viene tramutandosi in valore (purezza e genuinità)".

Le montagne sono abitate da migliaia di anni, durante i quali l’umanità e la natura, in sintonia, hanno dato forma al paesaggio. Le profonde trasformazioni in atto nella società contemporanea stanno disarticolando e mettendo a rischio questa millenaria interazione, svuotando di significato le terre alte, non più percepite come luogo di vita, ma come non-luoghi, da abbandonare o trasformare in parchi dei divertimenti. Tali eventi incidono sul futuro delle popolazioni montane, ma hanno anche profonde ripercussioni sull’ambiente nella sua dimensione locale e globale. Da qui l’esigenza di proporre e condividere alcune riflessioni sulle politiche e le forme di gestione delle terre alte














