Un tirolese in adidas, jeans e t-shirt non è meno tirolese; un rifugio con migliorie moderne non è meno rifugio. Cos'è veramente "autentico" in montagna?

Sembra che in montagna vengano percepite "autentiche" esclusivamente quelle espressioni della tradizione che si sono saldate nel nostro immaginario. Di conseguenza, non è per tutti semplice accettare benevolmente quelle dinamiche che superano i confini delle nostre aspettative. Se è vero, tuttavia, che rivolgersi al passato può aiutarci a immaginare il futuro, replicarlo in modo ostinatamente inalterato rischia di proiettarci nella sfera dell’anacronismo

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Questo non è un rifugio autentico, è un Autogrill”.
Pochi giorni fa, mentre ero in attesa di ordinare il pranzo in un rifugio prealpino, non ho potuto fare a meno di origliare le considerazioni della coppia che mi precedeva in fila. Commentavano il sistema di ordinazione, a loro giudizio troppo simile a quello di una stazione di servizio autostradale: un numero alla volta, due autoparlanti invitavano i clienti a ritirare le pietanze richieste e pagate alle modernissime casse.
Le loro parole, rimaste nella mente, mi hanno spinto a riflettere sul termine “autentico”, così in voga tra valli e vette. Sembra infatti che in montagna vengano percepite “autentiche” esclusivamente quelle espressioni della tradizione che si sono saldate nel nostro immaginario. Di conseguenza, non è per tutti semplice accettare benevolmente quelle dinamiche che superano i confini delle nostre aspettative.
Anni fa, in un avamposto abitativo ecuadoriano circondato dalla foresta pluviale, ho assistito a un episodio decisamente istruttivo. Prima di partecipare alla visita organizzata a uno dei tanti affluenti del Rio delle Amazzoni, in modo del tutto casuale ho scorto un ragazzo entrare di soppiatto in un camerino mimetizzato tra gli arbusti. La metamorfosi in guida-indigena è durata pochi minuti: giusto il tempo per consentire alla comitiva, composta quasi esclusivamente da statunitensi ed europei, di consumare una bevanda “della tradizione locale”. Sbucato dal camerino, il ragazzo aveva un portamento più sgraziato, più selvaggio, e scagliava verso il cielo suoni artificiosamente tribali. Una gonnellina in rafia aveva sostituito i jeans, via stivali in plastica e maglietta di cotone, sciolta la folta chioma di capelli neri (in precedenza raccolti), pitturata accuratamente la faccia. L’entusiasmo dei presenti è salito alle stelle – l’estetica e i comportamenti del ragazzo combaciavano con le attese – e tutti hanno prontamente impugnato la macchina fotografica o lo smartphone per mitragliare di scatti quell’apparizione così selvaggia, così primitiva, così autentica. Le fotografie, è quasi banale sottolinearlo, hanno contribuito a rinforzare le lenti culturali con cui la società occidentale osserva quei luoghi e soprattutto le persone che li abitano.
Terminata l’escursione, mentre la comitiva si deliziava con l’ennesima bevanda tradizionale, il ragazzo si è rifugiato nuovamente nel camerino per poi sgattaiolare rapido, aiutato dagli stivali di gomma, verso un motorino.
Qual era la versione più autentica di quel ragazzo? Qual era il volto più autentico della società che, durante l’escursione, rappresentava? Qual è inoltre la differenza tra la sua metamorfosi e quella che ogni giorno compiono numerosi camerieri/operatori turistici alpini, costretti a indossare abiti dai richiami tirolesi (e non solo in Tirolo) per soddisfare l’idea di montanaro straripata tra valli, pianure e città? Cosa c’è di autentico in chi cerca di replicare quell’idea, magari coltivando forzatamente il proprio aspetto con barba incolta e camicia a quadrettoni da boscaiolo (ma giusto il tempo della villeggiatura, perché in pianura sarebbe un dress code inappropriato, per molti imbarazzante)?
Come spiega con grande chiarezza l’antropologo Marco Aime nella recente puntata del podcast Globo (del Post) dedicata a turismo e viaggiatori, “l’autenticità a volte cozza con l’immaginario. Perché la modernità che noi occidentali pensiamo di essere gli unici ad avere ce l’hanno anche gli altri. Io dico sempre che un Tuareg che possiede uno smartphone non è meno Tuareg; che un Tuareg che sa guidare benissimo un Toyota Land Cruiser non è meno Tuareg”.
Viene spontaneo aggiungere che un rifugio a cui vengono applicati accorgimenti riflesso della modernità, magari al fine di abbattere i tempi d’attesa quando il personale scarseggia, oppure per essere più efficiente dal punto di vista dell’autonomia energetica, non è meno rifugio; e un tirolese in adidas, jeans e t-shirt non è meno tirolese.
Gustav Mahler sosteneva che “la tradizione è salvaguardia del fuoco, non adorazione della cenere”. Se è vero, infatti, che rivolgersi al passato può aiutarci a immaginare il futuro, replicarlo in modo ostinatamente inalterato rischia di proiettarci nella sfera dell’anacronismo.
Come ha scritto un altro antropologo, Annibale Salsa, in I Paesaggi delle Alpi, è infatti importante “creare l’avvenire facendo tesoro di quanto è già avvenuto”.












