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Sport | 07 dicembre 2025 | 18:00

Un mio amico, mia sorella e mio padre probabilmente oggi non sarebbero vivi se avessero sciato senza casco. Perché la sicurezza in pista ora è per tutti (e perché l’abbiamo aspettata così a lungo)

Le norme sulla sicurezza sembrano faticare non poco ad aggiornarsi e a ottenere l’accettazione collettiva. Perché? A partire dalla stagione invernale 2025/2026, l’obbligo di indossare il casco è esteso a tutti gli sciatori. Vediamo nel dettaglio la direttiva: vale anche per gli scialpinisti? A quanto ammontano le sanzioni? Quale casco scegliere?

Un mio amico, mia sorella e mio padre probabilmente oggi non sarebbero vivi se, quella volta, non avessero indossato il casco. Mia sorella Alessia, in una discesa libera a Caspoggio, perse il controllo nel tratto più ripido, batté la testa sulla neve ghiacciata a circa 120 km/h e finì fuori pista, oltre le reti di protezione, rotolando tra erba, neve e massi. Ne uscì con "solo" una commozione cerebrale e una notte in osservazione, grazie a un casco omologato FIS. Senza, il bilancio sarebbe stato quasi certamente tragico.

 

Il mio amico Luca stava risalendo con lo skilift quando, dalla direzione opposta, un piattello difettoso (non richiamato correttamente verso l’alto dopo essere stato lasciato da un altro sciatore), continuò a strisciare e saltellare sulla neve agganciandogli una gamba. Fu sollevato di colpo, a cinque metri da terra e, sebbene indossasse il casco, batté violentemente la testa contro il grosso cavo portante. Cadde poi pesantemente al suolo, riportando, oltre ai forti colpi in testa, la frattura di quasi tutte le ossa del pollice.

 

L’incidente più recente è quello di mio padre. Un giorno di gennaio dello scorso anno ci mettemmo d’accordo per prendere un giorno libero da lavoro. Era un mercoledì e aveva finalmente nevicato, non molto ma abbastanza per giustificare l’intenzione. A pomeriggio ormai inoltrato, pochi metri fuori dalla pista battuta, uno sci sprofondò nelle radici di un rododendro affiorante, mentre il resto del corpo si sbilanciò in avanti finendo con l’abbracciare, in primis con la testa, un grosso blocco di ghiaccio. Lo precedevo di un centinaio di metri, quando si rialzò e mi raggiunse lo vidi scosso in viso e con una grossa rientranza sulla plastica esterna del casco. Come se Mike Tyson lo avesse colpito con un gancio destro. Incredibilmente, la testa era illesa, ma riportò la frattura di una vertebra cervicale.

 

Sono stata fortunata, queste storie hanno avuto un lieto fine. In tutti e tre i casi, però, gli sciatori indossavano il casco.


Le norme sulla sicurezza, tuttavia, sembrano faticare non poco ad aggiornarsi e a ottenere l’accettazione collettiva. Ho iniziato a sciare a meno di quattro anni e ho cominciato con il casco: non so cosa voglia dire non indossarlo. Chi ha vissuto il cambiamento parla di peso eccessivo, minore libertà di movimento e ridotta visione periferica e uditiva. Ho sempre trovato poco sensato limitare l’obbligo alle fasce di età più giovani, prima sotto i quattordici anni e poi sotto i diciotto, come se il cranio di un ventenne o di un cinquantenne, sbattendo violentemente sul ghiaccio, fosse infrangibile. Sono felice che il cambiamento sia arrivato, ma resto stupita per la tempistica. D’altra parte, va ricordato che anche l’obbligo di allacciare le cinture di sicurezza in auto risale solo al 1988 per i sedili anteriori e solo al 2006 per quelli posteriori.

Mi domando perché una protezione tanto essenziale fatichi ad essere accettata, facendo storcere il naso a molti. La resistenza al cambiamento fa parte degli esseri umani che, anche di fronte all’evidenza scientifica e alle testimonianze dirette, trovano difficile adattarsi. Questo comportamento ha radici in dinamiche psicologiche e sociali complesse.

 

1) L’individualismo pratico: "A me non succederà mai"

L’individualismo pratico si fonda sull’idea che l’esperienza personale valga più di qualsiasi statistica o regola astratta. Frasi come "Guido da trent’anni senza cintura" oppure "Ho sempre sciato senza casco" dimostrano come l’assenza di incidenti nella sfera individuale venga interpretata come prova dell’inutilità della regola. È un bias cognitivo comune: ciò che non si è vissuto in prima persona non rappresenta un rischio reale, e la fortuna personale diventa un argomento contro la prudenza e la protezione collettiva.

 

2) La norma come imposizione, non come tutela

Accade spesso che le norme sulla sicurezza non vengano viste come strumento di protezione bensì come un’imposizione che toglie libertà. A questa percezione distorta si aggiungono, comprensibilmente, multe e controlli che causano una reazione automatica: la norma viene etichettata come l’ennesimo strumento dello stato per "fare cassa", perdendo completamente la sua valenza di tutela. Questo meccanismo innesca un circolo vizioso in cui la resistenza all’obbligo aumenta, vanificando l’obiettivo primario della salvaguardia della persona.

 

3) La scarsa fiducia nelle istituzioni e nelle competenze tecniche

In un contesto di generale scetticismo e diffidenza, risulta più complesso credere che chi legifera agisca nel reale interesse collettivo. A questo si aggiungono coloro abituati a leggi pensate male e applicate peggio. Questa diffidenza diffusa indebolisce anche le norme ben fondate portando a una generalizzazione pericolosa e sfavorevole: "Se ne inventano di tutti i colori". La sfiducia nelle istituzioni e nelle competenze tecniche minaccia alla base l’accettazione di qualsiasi regolamento, anche quelli vitali.

 

4) Inerzia psicologica e il "costo" del cambiamento

Il nostro cervello è abitudinario e ogni cambiamento, seppur piccolo, richiede uno sforzo. Ciò che facciamo da anni (sciare senza casco, guidare senza cintura) diventa la nostra "normalità". I piccoli fastidi immediati e tangibili del casco (il caldo, il peso, il leggero impaccio, il cinturino che graffia) pesano psicologicamente molto più di un beneficio lontano, astratto e ipotetico come il pensiero che "forse, un giorno, in un incidente grave, mi salverà la vita". Questa percezione falsata rallenta l’accettazione e l’adozione di nuove abitudini.

 

A corroborare queste teorie è il mondo dello sci professionistico dove l’adozione del casco fu lenta e graduale. Nelle discipline veloci (Discesa libera, SuperG, Gigante) l’obbligo si estese dagli anni ’80 agli anni ’90, ma paradossalmente nello Slalom Speciale, disciplina apparentemente meno estrema, divenne obbligatorio in tutte le gare FIS solo dalla stagione 2006/2007. Un chiaro esempio di come l’inerzia e la percezione del rischio possano rallentare l’accettazione di misure protettive persino tra gli atleti d’élite.


L’obbligo del casco vale per tutti? E per gli scialpinisti?

A partire dalla stagione invernale 2025/2026, l’obbligo di indossare il casco è esteso a tutti gli sciatori, senza distinzione di età, su piste e aree sciabili attrezzate. Per gli sci alpinisti, se si trovano sulle piste battute di un comprensorio sciistico, sono obbligati a indossare il casco, anche se non usano gli impianti di risalita. Per chi scia interamente al di fuori di un comprensorio, l’obbligo legale non è previsto (indipendentemente dall’età), ma è comunque fortemente consigliato per affrontare i rischi di un ambiente severo come quello alpino.

 

Quali sono le sanzioni per chi non rispetta la norma?

In caso di mancata osservanza dell’obbligo, sono previste multe da 100 a 150 euro. In caso di recidiva, può scattare anche il ritiro dello skipass da 1 a 3 giorni.

 

Quale casco scegliere?

Per lo sci alpino in generale, è fondamentale che il casco sia omologato secondo la normativa EN 1077. Per chi pratica scialpinismo, soprattutto se si avventura fuori pista, è consigliabile optare per un casco con doppia omologazione: oltre alla EN 1077 (sci alpino), anche la EN 12492 (alpinismo). Questa doppia certificazione garantisce una protezione superiore contro impatti da caduta e la penetrazione di oggetti appuntiti, coprendo al meglio i rischi specifici di entrambe le attività.

 

Come verificare l’omologazione del tuo casco?

L’omologazione e la certificazione sono processi rigorosi eseguiti dai produttori stessi. Per verificare se un casco è omologato, è necessario cercare l’etichetta o un’incisione all’interno della fodera o sul cinturino, dove è indicato lo standard di omologazione (ad esempio EN 1077). La normativa europea principale per i caschi da sci alpino e snowboard è la EN 1077, ma esistono anche altre certificazioni riconosciute, come quella per l’uso agonistico: la FIS RH 2013.

 

Il rischio sulle piste battute è in costante evoluzione. Gli sci moderni, grazie a materiali sempre più performanti e reattivi, permettono velocità maggiori e rapidi cambi di direzione, aumentando la potenziale violenza degli impatti. Inoltre, l’introduzione di sci con geometrie "carving" ha facilitato anche a sciatori meno esperti l’approccio alla sciata sugli spigoli e il raggiungimento di alte velocità, spesso però senza le competenze tecniche o la preparazione atletica necessarie per gestirle in sicurezza. A questo si somma il cambiamento climatico e la riduzione delle precipitazioni nevose. Una condizione che lascia i bordi pista e gli ostacoli naturali sempre più scoperti e i possibili impatti meno ammortizzati dalla neve fresca. Questa combinazione di fattori rende il casco non più un optional, ma un presidio di sicurezza indispensabile, una barriera irrinunciabile tra la nostra passione e le imprevedibili insidie della montagna. Un salvavita.

la rubrica
Pista Battuta

Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.

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