Cosa resterà di Alagna se, un giorno, gli impianti dovessero fermarsi più spesso? "La strada non è 'togliamo lo sci', ma 'riportiamo lo sci a essere uno strumento per conoscere una montagna vera'"

Ad Alagna il freeride convive con le baite walser e inverni più corti. Il futuro di questa valle non dipenderà solo da quante giornate di sci avremo ancora, ma da come sapremo far convivere la montagna che si scia con quella che si abita. Il sindaco Roberto Veggi racconta se e come un paese di montagna può immaginare una vita anche oltre lo sci

Il sole del mattino tocca per primo il campanile. E i rintocchi delle campane rendono muta ogni cosa. C’è una grande via centrale che taglia il paese a metà. E ai lati strette strade in pietra strisciano silenziose nell’ombra delle baite walser. Ai piedi del Monte Rosa vive un paese in legno e pietra. Un luogo dove la cultura walser non è solo fotografia sui dépliant, ma architettura, lingua, nomi di alpeggi. Poi sono arrivati gli sciatori sui pendii più ripidi, e con loro la fama di "paradiso verticale": il freeride, le linee estreme, le tracce che sprofondano nella neve profonda.
Ma mentre gli inverni si accorciano, la domanda si fa più ampia: di cosa vive un piccolo paese quando la neve tarda, o non arriva? Cosa resterà di Alagna se, un giorno, gli impianti dovessero fermarsi più spesso? Con Pista Battuta ho chiesto al sindaco, Roberto Veggi, se questo paese può immaginarsi un futuro anche oltre lo sci. E che cosa significa tenere insieme, sulla stessa montagna, una cultura antica e un modello turistico che forse va ripensato.

Identità e futuro senza sci
Alagna è conosciuta per il freeride, ma anche per la sua anima walser e di paese di montagna. Se immagina Alagna tra 20 o 30 anni, riesce a vederla vivere anche in un futuro con molto meno sci o addirittura senza sci? Che cosa resta centrale dell’identità del paese se togliamo gli impianti dall’equazione?
"La verità è che non riesco a immaginare Alagna senza sci, e non vedo un motivo per cui dovrei farlo. Oggi il paese vive in larga parte grazie a questo sport e non c’è alcuna ragione strutturale per ipotizzare, tra venti o trent’anni, una valle totalmente 'post-sci'. Anche perché, nel nostro caso, abbiamo ancora la possibilità di salire in quota di oltre mille metri, il che offre margini importanti per la pratica dello sci. Lo sci è un’attività che ha piena dignità, al pari di molte altre discipline sportive. Non condivido l’accanimento che, talvolta, lo individua come il principale nemico dell’ambiente: è giusto porsi il problema dell’impatto, ma è altrettanto giusto ricordare che porta numeri, lavoro, reddito e quindi la possibilità stessa, per una comunità di montagna, di restare viva e prosperare. Se devo dire come vedo Alagna tra vent’anni, rispondo senza esitazioni: con tanto sci. La discussione, casomai, riguarda il 'come' sciare e il 'come' vivere la montagna, non il se.
Da padre, oltre che da amministratore, per me è molto semplice: quando vedo mio figlio di tre anni che si illumina appena mette gli sci ai piedi, ci vedo una gioia genuina, pulita. Non capisco perché questa stessa felicità non dovrebbe poter appartenere anche alle future generazioni. Ciò detto, non ho alcuna intenzione di negare la realtà: il cambiamento climatico esiste e sono convinto che molte località, in futuro, non potranno più contare sullo sci come oggi. La vera domanda, allora, è un’altra: saremo ancora capaci di far vivere agli sciatori di domani un’emozione autentica, legata al rapporto con la montagna, oppure ci limiteremo a offrire un prodotto standardizzato, una semplice merce di svago?

Non parlo di infrastrutture al servizio di un’economia del consumo fine a sé stesso, ma di strumenti che garantiscano, innanzitutto, la permanenza degli abitanti in montagna. Perché l’equazione 'togliamo lo sci perché inquina e così salviamo la montagna' rischia, nella pratica, di produrre l’effetto opposto: una montagna senza scuola, senza posta, senza negozi, senza botteghe, con chi ci vive costretto a scendere in pianura. È difficile immaginare, oggi, un’economia che stia in piedi se si elimina l’elemento cardine che la sostiene.
Per questo, se devo essere sincero, la risposta alla tua domanda è lineare: no, non vedo Alagna senza sci. Vedo, piuttosto, una Alagna che continua a sciare, ma che allo stesso tempo lavora per far sì che lo sci resti un modo per entrare in contatto con la montagna e con la sua identità, non solo un prodotto da vendere".

Dipendenza economica dallo sci
Quanto dipende oggi, in numeri concreti, l’economia di Alagna dagli impianti e dallo sci alpino? Se una stagione va male o se gli impianti restano fermi, che cosa succede davvero a rifugi, ristoranti, hotel, negozi, lavoratori stagionali? E quanto la politica locale si sente ‘ostaggio’ di questa dipendenza?
"Se guardiamo ai numeri, la risposta è piuttosto netta: oggi l’economia invernale di Alagna senza sci non sta in piedi. Farei però una distinzione tra il periodo delle vacanze di Natale e il resto della stagione. Durante le festività natalizie il flusso di persone è enorme e non sempre direttamente legato allo sci: c’è chi viene per la settimana bianca classica, ma anche chi sceglie la montagna per il clima di festa, il contesto, quasi seguendo un certo cliché della 'vacanza di Natale in quota'. In quel periodo, probabilmente, una parte dell’indotto sopravviverebbe anche con un ruolo minore degli impianti.
Il discorso cambia completamente da gennaio a Pasqua. In quella fascia di stagione, lo sci è il motore trainante, in particolare grazie alla presenza degli stranieri. Molti di loro vedono ancora le Alpi come 'l’ultimo baluardo dello sci' e scelgono le località che sanno offrire impianti efficienti, ospitalità di livello, capacità di accoglienza. È questo turismo, molto legato allo sci alpino, che tiene in piedi rifugi, ristoranti, hotel, negozi, lavoratori stagionali. Un inverno senza sci, oggi, ad Alagna significherebbe mettere in seria difficoltà l’intero comparto dell’accoglienza: non solo qualche settimana storta, ma un modello economico che non regge più.
Sul fronte estivo, invece, è in corso un cambiamento importante e positivo. Vediamo crescere una domanda di montagna intesa come natura, cultura, storia, identità locale: non solo sentieri e panorami, ma un territorio ricco di tradizioni, architettura walser, gastronomia, musei, eventi. Un turismo spesso più sostenibile, legato al trekking, all’escursionismo, alle attività all’aria aperta. Qui, ad Alagna, abbiamo un patrimonio unico: mille anni di storia, una cultura walser antica e radicata, la possibilità di offrire esperienze che combinano sport, buona cucina e approfondimento culturale. Su questo fronte c’è ancora molto margine di crescita.

C’è però anche un tema delicato: il desiderio, sempre più diffuso, di 'andare in alto' a tutti i costi, spesso da parte di persone che non hanno le competenze tecniche per farlo. L’alta quota offre emozioni straordinarie: dall’osservare l’alba sotto di sé al camminare sul ghiacciaio. Porta però con sé rischi intrinseci che non si possono ignorare. La sfida, per noi amministratori e per il territorio, è capire come gestire questo fenomeno: si può ragionare su forme di regolamentazione, su controlli dell’equipaggiamento, su una maggiore educazione alla sicurezza. L’obiettivo non è vietare, ma accompagnare.
Detto questo, c’è un punto che spesso non viene detto con sufficiente chiarezza: senza l’economia dello sci invernale, la montagna fatica a reggere persino in estate. Un sistema di accoglienza (alberghi, ristoranti, rifugi, negozi, servizi) sta in piedi se lavora almeno sette-otto mesi l’anno, minimo. Pensare di sostenerlo solo con il turismo estivo, allo stato attuale, non è realistico. Lo sci, quindi, non è semplicemente un 'settore' tra gli altri: è la colonna portante che permette a tutto il resto di esistere, compreso l’estivo. Quanto al rischio di sentirsi 'ostaggi' di questa dipendenza, direi così: la politica locale è perfettamente consapevole di quanto il paese dipenda dallo sci, e questo ovviamente pesa sulle scelte".
Quello che mi sembra di cogliere, parlando con Roberto, è che l’idea di essere "ostaggi" dello sci non gli appartiene: equivarrebbe ad abdicare alla responsabilità di guidare il cambiamento. Nella sua visione il compito dell’amministrazione è duplice: da un lato difendere e rendere più solido e moderno il comparto sciistico, dall’altro investire con decisione in tutte le alternative (culturali, ambientali, sportive) che possano affiancarlo. Non per sostituirlo dall’oggi al domani, ma per fare in modo che Alagna non sia mai legata a un solo destino, pur riconoscendo che, oggi, senza sci quella destinazione semplicemente non starebbe in piedi.
Piano B: come si costruisce un’Alagna post-sci

Esiste già un ‘piano B’ se le stagioni continueranno ad accorciarsi e lo sci dovesse diventare sempre meno prevedibile e redditizio? Se dovesse elencare tre pilastri alternativi allo sci su cui costruire il futuro di Alagna quali metterebbe sul tavolo e cosa state facendo, concretamente, per farli crescere?
"Oggi non è realistico immaginare un’economia di montagna senza sci: per Alagna resta il pilastro principale. Ma riconoscere questo non significa restare fermi: senza andare ‘contro’ lo sci, stiamo lavorando per allargare il ventaglio delle opportunità. Anche quando c’è neve, non tutti sciano: i costi sono aumentati e saranno sempre di più gli italiani che non potranno permettersi lo sci alpino come prima. Per questo già oggi offriamo alternative invernali (sci di fondo, ciaspole, attività sulla neve più accessibili) perché la montagna resti parte della vita di tutti, non solo di chi può permettersi uno skipass.
Il secondo pilastro è la cultura, soprattutto d’estate, quando il territorio si presta naturalmente a escursioni, bici, passeggiate. In tre quarti d’ora di cammino da Alagna al Rifugio Pastore ci si trova davanti uno dei panorami più belli delle Alpi; lo stesso vale per la Val d’Otro. A questa ricchezza naturale affianchiamo la valorizzazione della nostra storia: 800 anni di presenza walser, una cultura che si legge nelle case, nei dettagli architettonici, nelle differenze con i villaggi 'gemelli' oltreconfine. Chi viene qui non vuole solo fotografare una baita, ma capire cosa c’è dietro.

Lo stesso vale per l’Istituto Mosso, a 2.901 metri sul Col d’Olen, fondato nel 1907 dal fisiologo torinese Angelo Mosso, pioniere negli studi sull’adattamento del corpo umano all’altitudine. Partito dalle ricerche sull’ipobarismo in camera a depressione, Mosso ebbe l’intuizione di salire sul Monte Rosa: prima alla Capanna Regina Margherita, poi con un vero laboratorio al Col d’Olen. I suoi studi (sui movimenti di cervello, vasi e cuore, sulla contrazione muscolare, sulla respirazione in aria rarefatta) nascevano allora da esigenze belliche, per capire come far volare i piloti sempre più in alto, e oggi vengono ripresi in chiave aerospaziale. Molte conoscenze che diamo per scontate arrivano in realtà dalle montagne, non solo dalle metropoli.
Infine, c’è una dimensione ancora più semplice, ma potentissima: la capacità di raccontare la natura. Penso alla Poa alpina, un’erba di alta quota che, per sopravvivere in un ambiente durissimo, non si affida solo ai semi, ma produce già piccole piantine pronte a radicare appena il clima lo consente. È il suo modo per farcela dove la bella stagione dura un attimo. Anche un filo d’erba, se lo racconti bene a un bambino, gli resta addosso per tutta la vita: tenere in mano quella piantina viva e capire come riesce a vivere lassù cambia per sempre lo sguardo sulla montagna.
Ecco, il vero 'piano B' sta qui: nel valorizzare ciò che abbiamo e che finora abbiamo raccontato poco. Non solo la montagna "usa e getta" di una settimana di sci, ma la montagna come storia, tradizione, cultura, ricerca scientifica, educazione ambientale. Su questi pilastri (natura, cultura walser, ricerca e divulgazione, turismo lento) stiamo costruendo l’Alagna dei prossimi decenni. Lo sci, finché ci sarà, resterà il perno economico, ma tutto il resto dovrà crescere intorno, per dare al paese più radici e più futuro".
Parlando con Roberto ho capito che, come quel filo d’erba ha imparato ad adattarsi all’alta quota, anche noi saremo chiamati ad adattarci al cambiamento inevitabile. E forse la montagna può aiutarci a capire come farlo.

Mettere energia e risorse non tanto nell’aumentare il numero di piste, quanto nel dare profondità all’esperienza: una montagna più lenta, più abitata, più viva anche quando le seggiovie si fermano. Tenere insieme il tracciato battuto dagli sci e quello più antico delle baite walser, delle stagioni, dei residenti. Le piste, ogni primavera, chiudono. Le domande su che cosa voglia dire vivere (e non solo consumare) un paese come Alagna, invece, restano aperte.
Il futuro di questa valle non dipenderà solo da quante giornate di sci avremo ancora, ma da come sapremo far convivere la montagna che si scia con quella che si abita. E, in fondo, vale anche qui quello che scriveva Walter Bonatti: "Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi". Spetta a noi decidere che valore dare, domani, a questa montagna.

Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.














