Contenuto sponsorizzato
Alpinismo | 17 marzo 2026 | 18:30

"Eravamo 970 metri sotto terra soccorrendo un ferito colpito da un masso. A un tratto mi accorgo che non respirava più. Per giorni sciocchi titoli di giornale parlarono di grotta maledetta: che brutto aggettivo"

"Per chi va, o andava in grotta, quando qualcuno si fa male si tratta comunque di un tuo simile, un amico, anche se non lo conosci. Se poi si tratta di qualcuno che è un soccorritore volontario allora è come se fosse un fratello". Storia di un incidente in grotta capace di raccontare il peso emotivo (oltre allo sforzo fisico, non indifferente) che spesso devono affrontare i soccorritori

scritto da Redazione
Festival AltraMontagna

Come raccontare gli incidenti in montagna? A partire da questa domanda è nata una collaborazione tra L'Altramontagna e il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, finalizzata a riprendere le testimonianze di chi è stato soccorso o di chi ha prestato soccorso in montagna in modo da acquisire importanti elementi per frequentare i territori montani con maggiore consapevolezza e, quindi, per cercare di prevenire situazioni di potenziale pericolo.

I testi pubblicati hanno partecipato al concorso Ti racconto il mio soccorso, nato da un’idea di Melania Lunazzi: la premiazione della prossima edizione del concorso (è possibile iscriversi fino al 31 marzo in questa piattaforma) avrà luogo nella cornice del festival L'Altramontagna (il programma e le date verranno pubblicati a breve).

 

Oggi pubblichiamo il racconto di un soccorso in grotta: la prospettiva e le parole del soccorritore Alessandro (Tolo) Tolusso evidenziano il peso emotivo (oltre allo sforzo fisico, non indifferente) che spesso devono affrontare i soccorritori.

 

Nell'immagine di apertura, due fotografie di Paolo Manca

 

A meno mille: nelle viscere del Veliko Sbrego

 

Quanto raccontato sotto si è svolto a fine Gennaio 1990. La località in cui si svolsero i fatti era nota come il Veliko Sbrego. L’abisso si trova nel lato Sloveno sotto Cima Confine. I centri abitati più vicino sono Bovec in Slovenia e Sella Nevea in Italia.

 

Domenica sera, suona il telefono.

 

-Pronto.

 

-Ciao Tolo c’è stato un incidente in Veliko puoi partire subito?

 

Accidenti, penso, il Veliko si trova in Slovenia - che in quel periodo era Jugoslavia - dev’essere qualcosa di grave.

 

C’ero stato pochi mesi prima, fu una gran bella occasione: il mio primo "meno mille" ed il primo meno mille della zona. Chiedo qualche notizia in più e mi dicono che in corso di esplorazione, sul fondo, Mario s’è ferito ad una mano.

 

Con lui c’è Fossile, mentre l’altro compagno d’esplorazione, Beccuccio è risalito e, in solitaria, d’inverno, al buio, ha raggiunto il Gilberti e lanciato l’allarme.

 

In quegli anni i cellulari erano ancora fantascienza, in dotazione avevamo dei teledrin. Nulla più.

 

Rispondo al telefono: "Posso partire, ma prima devo andare sul lavoro ad avvisare".

 

A quel tempo il Soccorso Speleologico non era inquadrato e tutelato come oggi e fare del volontariato.

Fare del bene poteva anche voler dire perdere il lavoro: ma saremmo partiti comunque.

 

L’indomani mattina mi presento dal capo, gli dico quanto è successo e che dovrò assentarmi dal lavoro. Mi guarda e ci capisce poco. Lo rassicuro dicendogli che nel frattempo sarebbero arrivate le carte da Roma che mi avrebbero precettato e che la mi assenza sarebbe stata pagata all’azienda dal ministero.

 

Torno a casa, preparo tutto e mi reco alla sede del Soccorso che quella volta si trovava a Borgo Grotta. Parto insieme ad altri con le macchine cariche di materiali. Destinazione Bovec, in Slovenia, dove raggiungiamo l’Hotel Kanin. In quegli anni in zona il turismo non era ancora partito e poche erano le strutture che avrebbero potuto ospitare quell’alto numero di soccorritori che poi furono necessari.

Dormiamo a Bovec. Appena possibile un elicottero ci porterà in quota a raggiungere gli altri che stanno già operando. Mattino: sentiamo in fondo alla valle il rumore di elicotteri. Per tutta l’operazione elicotteri militari italiani e della Jugoslavia avrebbero fatto la spola fra Bovec e il campo allestito all’ingresso della grotta a quota 2000.

 

Sarà, condizioni meteo e di visibilità permettendo, un continuo trasporto di materiali e decine e decine di tecnici del soccorso, provenienti da tutte la parti d’Italia e dalla Slovenia.

 

Mario (anche lui forte soccorritore) che era rimasto in compagnia di Fossile, è stato raggiunto da quelli che erano potuti partire subito e con loro dal dottore. Stiamo per entrare in grotta quando arriva la notizia che nessuno avrebbe mai voluto sentire. Lui stava abbastanza bene, era stato medicato, sarebbe risalito in autonomia con l’eventuale assistenza di un compagno al fianco.

 

Purtroppo nel frattempo era successo un secondo incidente. Heidi mentre stava pulendo la carburo - in quegli anni l’elettrica era di riserva o usata per vedere un po’ più lontano, le lampade a led sarebbero venute ben più tardi - era stato colpito da un masso staccatosi alle sue spalle. Il masso lo aveva colpito dietro il capo mandandolo a sbattere contro una pietra che aveva davanti. Nonostante indossasse il casco, che si ruppe, il colpo fu devastante tanto da mandarlo in coma. Il medico era li vicino e gli prestò immediati soccorsi, ma questi non bastavano.

 

L’ultima volta eravamo saliti all’ingresso della grotta a piedi, erano belle giornate d’autunno senza ombra di neve. Mille metri di dislivello in salita, cambio di abiti all’ingresso della cavità, scendere nell’abisso altri mille metri fino all’ora limite delle esplorazioni. Poi risalire, scendere a valle, mangiare qualcosa, andare a casa ed il lunedì mattina presentarsi al lavoro. Non c’era alternativa allora come oggi la speleologia è una passione e ci si può dedicare solo il tempo libero, purtroppo.

 

Dunque arrivati al campo esterno ci cambiamo lasciamo in un mucchio gli zaini, i ragazzi della logistica ci penseranno a sistemarli. Secondo quanto deciso entreremo insieme Vasco ed io. Siccome c’ero stato da poco mentre Vasco non conosceva la grotta io sarei stato anche la guida. In quel momento mi presero dei seri dubbi, si va bene c’ero stato da poco ma sarei riuscito a ripercorrere la strada giusta? Non si poteva sbagliare non c’era tempo per farlo. Heidi stava male ed aveva bisogno che arrivassimo il prima possibile.

 

Poi c’era anche da considerare che ero arrivato fino all’allora limite delle esplorazioni e nel frattempo gli altri avevano scoperto altro, terre per me e Vasco incognite.

 

In due prendemmo quello che il medico aveva chiesto la barella e due sacchi medici. Fino meno 550 non ci sono problemi: è tutto un susseguirsi di pozzi intervallati da brevi gallerie e qualche strettoia. Nei punti stretti la barella vuota passava, ma non agevolmente. Con un ferito no, non sarebbe passata. Tutti ne erano consci e quindi una squadra avrebbe lavorato per allargare queste zone. Dopo la successione di pozzi la grotta cambia fisionomia, troviamo meandri comodi che si percorrono sul fondo, gallerie intervallate da pozzi ampi, profondi e caverne. La distanza da percorrere non sembra molta, sono circa 1200 metri di dislivello e grosso modo cinque chilometri. All’esterno poca roba: un buon camminatore in montagna in due ore e mezza tre, ma anche meno, ce la fa.

 

Ma qui siamo sotto terra, qui le distanze e i dislivelli assumono altri valori, altri significati, il tempo stesso sembra seguire altre, inspiegabili, leggi.

 

Facciamo alcune bravi pause, per prendere fiato, ci verrebbe da correre, ma è una cosa assolutamente da non fare si rischierebbe un altro incidente e la situazione è già molto complessa. L’unica è andare avanti, costanti, nonostante la barella che non collabora. I sacchi contengono dei tubi con il materiale medico e ce li sistemiamo in schiena quando si cammina o sotto l’imbrago, nei pozzi, dove ogni tanto roteando si attorcigliano alle corde. La barella invece dà proprio fastidio, ce la mette tutta per farlo, è scomoda e ti sbilancia nelle gallerie, dondola e si attorciglia alla corda nei pozzi quando non si incastra nelle asperità delle pareti.

 

Scendendo a -800 incontriamo Mario: lui sta abbastanza bene, ma lo sapevamo è uno che va forte. È visibilmente stanco per la lunga permanenza oltre che sofferente per la mano. Uscirà con la sola assistenza di Fossile e qualche altro soccorritore. Mario è preoccupato per il compagno infortunato che sta sotto, sul fondo, e per il fatto che non potrà essere con noi a recuperarlo. Lo salutiamo è ancora lunga la salita per lui, ma anche la nostra discesa non scherza.

 

Alla fine, dopo 5 o 6 ore, arriviamo al campo base a -1030, dove ero giunto nella precedente esplorazione. Da lì uno dei compagni, che è entrato fra i primi, ci mostra per dove proseguire. Li salutiamo, siamo il loro cambio, inizieranno a salire per assistere Mario e per lasciare libero per noi il posto nella tendina del campo. Vasco ed io continuiamo, raggiungiamo Heidi consegniamo le attrezzature mediche a Vacca (il medico del Soccorso Alpino e Speleologico che verrà in seguito sostituito da Giovine). Rimaniamo un po’ lì mentre lui ci spiega la situazione. Il resto dei soccorritori sta arrivando. Gli altri hanno vari compiti. I telefonisti scendono installando i cavi telefonici dall’esterno per arrivare al fondo, gli attrezzisti iniziano a studiare tutta la cavità con gli occhi dei soccorritori. Le corde presenti saranno utilizzate, come di consueto, per la progressione di tutti, o sostituite con altre qualora ce ne fosse bisogno. Ora si pensa al recupero del ferito, ci sono da attrezzare teleferiche, traversi, contrappesi. È tutta una tecnica ed una serie di manovre delle quali chi non è del soccorso nemmeno immagina la difficoltà e la quantità di materiale necessario. Tutti quanti ci troveremo nella tendina del campo base per aspettare che il medico dica quando possiamo iniziare il recupero.

 

Heidi sta male, non si può spostarlo bisogna prima stabilizzarlo. Le ore passano lente, ma incessantemente. Le continue manovre ti abituano a cosa fare e a come farlo. Un intervento, però, è altra cosa non ci possono essere sbagli, scelte avventate tutto deve funzionare come un orologio. Non si può tornare indietro, non si può ripetere nulla. Al momento si deve solo aspettare, il tempo non passa mai tanto meno in grotta dove sembra seguire leggi tutte sue e pare dilatarsi.

 

All’esterno c’è bufera, ci avvisano che non avremo presto il cambio. Pensiamo ai compagni al campo esterno, noi qua con due gradi sarà anche umido ma stiamo bene, loro sono a 2000 metri sotto la tormenta, dentro le tendine che si scuotono per il vento e che non ti lasciano riposare un attimo. Qui, dentro la montagna abbiamo acqua, te, cibi liofilizzati. Per la luce accendiamo anche delle candele per economizzare il carburo e cerchiamo, nel limite del possibile, ogni tanto di fare qualche pisolino. Tutto è umido e dopo un po’ fa anche fresco per cui ci si inventa qualcosa da fare almeno per scaldarsi, per passare il tempo, per impegnare la testa e sviarla da tristi pensieri.

 

Il tempo passa ed alla fine il medico, anche dopo consulto con gli altri colleghi all’esterno, dice che le condizioni di Heidi sono stabili e di più non è possibile fare. Si può iniziare il recupero. Sarà un risalire, un cercare di guadagnare l’uscita lento, dolce, fatto di cure ed attenzioni. Ogni spostamento per l’amico ferito è pericoloso, difficile, e seppur disteso in una barella, per lui, stancante. Si fanno poche decine di metri, un pozzo al massimo e poi bisogna appoggiarlo a terra deve essere fatto riposare, il medico gli è sempre accanto ed ogni fermata lo controlla, lo stabilizza e poi decide se possiamo muoverlo o meno.

I nostri tempi saranno i suoi tempi ma va bene così, è giusto così.

 

Lui che era sempre pronto attivo, scherzoso è ora lì, inerme, nelle nostre mani, disteso in quel bozzolo che è la barella. Chissà se avverte la nostra presenza, chissà se gli è di qualche conforto sentire le nostre voci.

Arriviamo alla base di un grande pozzo, salgo mi segue Beccuccio, Heidi ci seguirà a mezz’aria. Gli attrezzisti sia alla base che in cima hanno fatto delle risalite in artificiale in maniera da tirare una teleferica. Lo vediamo sparire nell’aria, inghiottito dal buio eterno della cavità. Prendiamo le corde e risaliamo lungo la parete, ci affrettiamo per accoglierlo alla sommità. Il suo tragitto sarà lento senza strappi, ora lui è lì nel buio.

 

Solo.

 

Noi intanto siamo saliti ad aspettarlo, accendiamo ogni tanto le elettriche che forando il buio seguono la corda che scende alla sua ricerca. Ad un tratto sempre più evidente vediamo la barella, lenta, che sale dolcemente. Siamo a -970, siamo saliti di soli 70 metri di quota. Arriva a noi, lo guardo: "C’è qualcosa che non va - dico a Beccuccio - Non respira".

 

Lo solleviamo lo passiamo ai dottori (Vacca e Giovine). Loro sanno cosa fare, è il loro campo noi non possiamo fare di più, tastano il polso, aprono la barella iniziano a fargli il massaggio cardiaco, cercano di rianimarlo. Noi siamo li, inermi, in attesa. Poi, dopo molti tentativi, la mano del medico si sposta dal petto al viso. Compie un gesto, un gesto che non avremmo mai voluto, pensato di vedere, gli chiude gli occhi. Un gesto visto centinaia di volte nei film, ma qui non siamo in un film questa è la realtà.

 

Qui quel gesto è definitivo, è la fine, è stato tutto inutile, tutto vano.

 

Da sotto risalgono gli altri della squadra, ci raggiungono gli altri compagni, basta uno sguardo è tutto fin troppo chiaro. Ognuno di noi si cerca un posto, solitario.

 

Ora di colpo cede la tensione, la stanchezza arriva tutta quanta e tutta in un colpo. Ognuno di noi a modo suo crolla sia fisicamente che emotivamente.

Non vedo più nessuno, non voglio più vedere nessuno. Sento un liquido caldo in bocca è salato, sono lacrime.

 

Non so quanto tempo sia passato ma ad un tratto una mano mi tocca la spalla, l’amico sconosciuto mi porge una tazza calda te o minestra non ricordo, bevo grato per quel gesto.

Quel tocco è più di un semplice tocco per darmi quella tazza calda, è la mano di qualcuno, qualcuno mai visto prima che non ricordo. È qualcuno di noi, uno speleo, che arriva da chissà quale regione. Un ragazzo che è venuto fin qui a faticare e rischiare per uno di noi, uno della comunità. Forse quando ci guarderemo normalmente in superficie lo faremo in cagnesco chiusi nei nostri gruppi. Qui è diverso qui non ci sono gruppi, ci sono solo volontari uniti per lo stesso fine. Per chi va, o andava in grotta, quando qualcuno si fa male si tratta comunque di un tuo simile, un amico, anche se non lo conosci, se poi si tratta di qualcuno che è volontario allora è come se fosse un fratello. Non è facile da spiegare a chi non è dell’ambiente, ma lì sotto si crea un legame fra le persone, sarà il buio, il freddo, la fatica, ma anche la gioia per quel che fai, che vedi, che trovi e scopri.

 

Appunto è difficile spiegarlo, bisogna provarlo.

 

Inizio la lunga, lenta, risalita. Ogni tanto incrocio gli altri soccorritori che scendono, da ognuno ricevo segni di vicinanza di partecipazione.

 

Esco che è buio, individuo il mio zaino, mi cambio, mangio qualcosa. Mi indicano una tenda. Entro e trovo un sacco a pelo fornito dall’Armata Jugoslava, è leggero ma sono ben coperto, dormo qualche ora. Poi, appena fa chiaro, un rumore giunge dal fondo valle, arriva l’elicottero con quelli della mia squadra saliamo e scendiamo a valle. Entriamo in sala operativa, i presenti ci rinfrancano sanno che è stata dura, che è dura. È sempre dura mandar giù una sconfitta simile. Mangiamo qualcosa quindi ci indicano in quale camera andare a riposare. Sergio mi da la sua. Entro in bagno, riempio la vasca con l’acqua più calda che posso sopportare e mi ci appisolo dentro. Com’è confortante quel caldo che ti entra nelle ossa che ti scalda, che ti solleva, che ti conforta.

 

Mi risveglio, sento freddo, non so quanto tempo sia passato, nel frattempo l’acqua s’è raffreddata. Esco dall’acqua, mi asciugo e vado nel letto che è sfatto da chi ci aveva dormito prima. Poggio la testa sul cuscino e dormo.

 

Quando la sveglia mi riporta in questo mondo scendo e ritrovo tutti. Durante e dopo la nostra risalita le squadre che si sono avvicendate hanno potuto lavorare senza sosta. Dal momento in cui lo abbiamo lasciato la risalita di Heidi è stata continua. Non c’era più bisogno di farlo riposare. Ora aveva raggiunto la pace ma si trattava di una pace precoce, troppo precoce. Alla fine Heidi è fuori, un elicottero lo riporterà a valle. Non servirà più che rientriamo in grotta. È finita, è tutto finito, ora c’è da smontare tutto e rientrare.

 

Per giorni sciocchi titoli di giornali parleranno di grotta maledetta. Che brutto aggettivo, che brutta parola.

 

Si tratta di una parola che può usare solo chi non capisce una passione, un modo di essere, di vivere. In realtà nemmeno chi pratica la speleologia sa spesso perché lascia belle giornate di luce e sole per andare nel buio, nel freddo, nel fango a faticare. Lo si fa e basta non si cerca una ragione, che forse nemmeno c’è, è una passione, un richiamo che si sente.

 

Con l’aumentare degli anni quella passione rimane, magari su altri piani che il fisico permette, resta sempre quella curiosità. Quel canto di sirena che ti porta, ovunque tu sia, a lasciare il sentiero comodo sui cui cammini per andare a vedere uno sprofondamento, una fessura magari sapendo che forse non ci entrerà mai. Oppure una volta trovato un probabile ingresso lo comunicherà agli altri sperando che sia la porta di un altro possibile universo.

 

Per molto tempo, anni, a riguardo di quei giorni penserò se si poteva, se io avrei potuto fare di più. Se potevo essere più veloce, se avessi potuto invertire i fatti se… avessi potuto essere io a prendermi quella pietra. Ma davanti a questi fatti noi umani siamo inermi e impossibilitati a cambiare le cose. Umanamente in quei giorni abbiamo fatto tutto quelle o che potevamo, non dico dovevamo perché in questi casi il volere il sentire va ben oltre qualsiasi dovere.

 

Come detto in quella grotta c’ero stato pochi tempo prima e mai avrei immaginato di tornavi in simili frangenti. Ricordo ancora della stanchezza mentre Fox guidava nella nebbia la sera al ritorno dopo la punta esplorativa, della gioia di quel meno mille.

 

I discorsi sconclusionati e dilatati nel tempo che facevamo per tenerci svegli. Il lunedì mattina dopo entrare in ufficio, con i muscoli doloranti, ma con ancora negli occhi quel mondo visitato, esplorato, scoperto. Di lì a pochi mesi sarei di nuovo rientrato una mattina nello stesso ufficio, proveniente dalla stessa grotta, ma con sentimenti diversi con un pezzo di me che era rimasto, per sempre, sopra quel pozzo dove tutto era finito.

 

Ora dopo anni che ho lasciato il soccorso ogni volta che sento di un incidente in grotta mi viene in mente questa e le altre operazioni. A volte penso che vorrei essere con quelli che conosco e con quelli che sono arrivati dopo. Quelli che hanno quello spirito che li porta ad essere dei soccorritori in un ambiente, se non il più difficile, almeno fra i più difficili che esistano fra quelli frequentati dall’uomo.

Un mondo dove ci si unisce, dove si può ancora esplorare sia l’ambiente che se stessi

 

[Le varie fasi dell’operazione possono essere lette su Speleo Soccorso Anno I/1990 Numero 2]

 

 

Crediti fotografici immagine di apertura: fotografie di Paolo Manca

il blog
Ti racconto il mio soccorso

Gli incidenti accadono quasi sempre per un errore, una leggerezza, per sottovalutazione dei rischi e mancata consapevolezza delle proprie capacità e del proprio allenamento, fisico e psichico. C’è poi quel pizzico di imponderabile che a volte porta a peggiorare le cose. Difficile che alla base ci sia un solo passo falso: solitamente è l’ultimo di una serie di piccoli errori. Al di là di ciò che trova spazio sui giornali, quasi mai c’è il tempo di raccontare le sensazioni che si provano durante un’operazione di salvataggio, che fanno parte di un vissuto personale, intimo e riservato, sia della persona soccorsa che del soccorritore. Un turbine emozioni, un’esperienza che segna e insegna e che a volte ha condotto la persona soccorsa a diventare a sua volta soccorritore e soccorritrice, entrando a far parte del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Non è semplice descrivere un incidente nel quale si è stati coinvolti in prima persona, ma a volte può essere liberatorio, a volte istruttivo per chi legge, conoscere i frangenti nei quali ci si è trovati per sottovalutazione dei segnali d’allarme, che si dovrebbero cogliere in tempo quando si decide di affrontare un’escursione in montagna o in luoghi isolati. Il concorso Ti racconto il mio soccorso nasce con queste premesse.

Contenuto sponsorizzato