"Con il fenomeno di iperturismo in atto, qualsiasi cosa detta riguardo alla montagna solleva immediatamente alzate di scudi". Un viaggio tra le sfumature della montagna di oggi

"Il nostro obiettivo era cercare di raccontare la realtà con il massimo distacco possibile, come dovrebbe fare qualsiasi documentarista. Il cinema, dopotutto, non serve a dare risposte, ma semmai a porre domande: e se le polemiche sono tante, forse significa che il documentario ha toccato corde importanti". Il regista e antropologo Andrea Colbacchini ci racconta il nuovo progetto in collaborazione con l'Accademia della Montagna

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Sui Sentieri è il terzo lavoro prodotto da TSM/Accademia della Montagna, con soggetto di Gianluca Cepollaro. È anche il terzo documentario che vede co-registi Michele Trentini e Andrea Colbacchini. La prima volta il focus erano state le produzioni locali del Trentino, il secondo lavoro è stato dedicato ai rifugi: quest’ultimo attraversa il mondo dei sentieri. I punti fermi rimangono la montagna come soggetto, e l’antropologia visuale come lente attraverso cui guardare.
“Quello che fin da subito abbiamo cercato di fare è stato fissare il momento che stiamo vivendo tutti quanti noi insieme, per quanto riguarda la sentieristica e l'approccio alla montagna”, spiegano i registi. “Siamo consci del fatto che, specie con il fenomeno di iperturismo in atto, qualsiasi cosa venga detta riguardo alla montagna solleva immediatamente alzate di scudi, lance spezzate, ognuno si abbarbica un po' nel suo punto di vista. Il nostro obiettivo era cercare di raccontare la realtà con il massimo distacco possibile, come dovrebbe fare qualsiasi documentarista”.

Di recente era emerso il caso di un turista che saliva in Marmolada a cavallo di un monoruota, e l’ondata improvvisa di attacchi alla categoria, che ne è seguita, aveva mostrato l’esigenza di approfondire la questione con un’intervista ad un esperto di questo mezzo. Questo episodio può forse dare misura di come la nostra idea di approccio alla montagna sia cambiato e abbia assunto notevoli sfumature. Ma soprattutto ha fatto emergere un interrogativo: cosa significa oggi la parola “sentiero”?
Da un simile quesito sembra aver preso forma il documentario; il quale, anch'esso, ha raccolto risposte a volte tra loro contraddittorie. “Mostrare pratiche molto diverse tra loro come se fossero tutte sullo stesso piano può disorientare. Non tanto perché genera dibattito, il dibattito è utile e benvenuto, ma perché, per alcune persone, questo genera smarrimento e diffidenza”.
Che cosa è emerso da quest’indagine? Chi attraversa oggi i sentieri delle nostre montagne? Come convivono tra loro questi approcci? Lo abbiamo chiesto al regista del progetto e storico, Andrea Colbacchini.

Com’è strutturato il documentario? Qual è il fil rouge che unisce le esperienze ritratte?
Nel documentario abbiamo scelto di proporre cinque approcci differenti alla montagna. Il primo approccio è quello di Tarcisio De Florian e dei volontari della Sat, che abbiamo seguito sul Monte Altissimo, a Nago. Abbiamo voluto mostrare come si curano e si ricostruiscono i sentieri, quale lavoro c’è dietro: chi sfalcia, chi traccia la segnaletica, chi si prende cura dei percorsi. È un lavoro tecnico, prezioso, spesso invisibile agli occhi di chi li percorre. Il secondo è quello di Cheyenne e suo figlio Emile, che ci hanno condotto in Alta Val Saent con gli asini. Un approccio lentissimo, dolce, rispettoso degli animali, in forte contrasto con la velocità e lo spirito sportivo di altri modi di vivere la montagna. Il terzo ci porta ad Andalo, con i ragazzi della Paganella Bike Academy (oggi semplicemente Paganella Academy), che ci hanno raccontato come, anche in estate, si possano sfruttare gli impianti di risalita per praticare downhill con la bicicletta, trasformando le piste da sci in tracciati estivi. È un approccio dinamico, veloce, a volte in conflitto con altri usi del territorio. Il quarto approccio è quello di Stefania Agostini, nel Parco del Respiro, a Fai della Paganella. Qui l’esperienza della montagna, come “forest bathing”, diventa un ritorno a sé stessi: abbracciare gli alberi, respirare profondamente, trovare un contatto interiore con la natura. È forse l’approccio più leggero, ma anche quello che ha suscitato il maggior disorientamento tra alcuni spettatori. Infine, il quinto punto di vista è quello degli animali: caprioli, tassi, camosci, che percorrono gli stessi sentieri degli esseri umani, ma nei momenti in cui noi non ci siamo. Un ritorno a un'idea di natura che esiste indipendentemente da noi, che continua a vivere e a muoversi anche senza la nostra presenza. È un richiamo anche al nostro documentario precedente, in cui si ascoltavano i canti delle balene sovrapposti ai paesaggi dolomitici: una suggestione che vuole mettere in discussione l’antropocentrismo.
Il filmato ha suscitato reazioni di pubblico contrastanti. Qual era il messaggio che intendevate trasmettere?
Il documentario, in fondo, non prende posizione. Non dice cosa è giusto o sbagliato. Mostra. Ma è inevitabile che, mostrandolo, si attivino reazioni forti. In Val di Rabbi, ad esempio, durante la prima proiezione, qualcuno ci ha subito fatto notare che mancava un riferimento ai sentieri della transumanza. Lo sappiamo bene: io stesso lavoro da anni su quel tema, così come Michele. Ma quello che ci interessava era raccontare i sentieri oggi. E oggi i sentieri sono anche oggetto di tensioni, trasformazioni, rivendicazioni. Abbiamo notato che, se parli con le persone direttamente coinvolte (i volontari, gli sportivi, gli accompagnatori, gli appassionati) la passione e il rispetto sono ovunque. Ma è altrettanto vero che ci sono anche pratiche meno rispettose, più invasive. E lo sanno anche i ragazzi della Paganella Academy: sono consapevoli dei limiti del loro approccio, dei conflitti che possono nascere con chi va in montagna per camminare. Sanno che serve educazione, che la montagna deve essere vissuta con responsabilità. Quando tutto diventa solo turismo, nascono problemi.

A un certo punto del documentario, due approcci differenti arrivano proprio a sovrapporsi. Cos’è successo?
All’inizio del documentario è raccontato uno dei casi limite. Tarcisio, nel documentario, spiega come la Sat avesse lasciato un sentiero alle biciclette, creandone uno nuovo per i pedoni. Ma, col tempo, il sentiero abbandonato dai camminatori si è degradato a tal punto che non era più percorribile nemmeno in bici. Così i biker si sono spostati sui nuovi sentieri pedonali. Un cane che si morde la coda. Ci sono cartelli di divieto, certo, ma spesso non vengono rispettati (lo si vede nel documentario), un po’ come i limiti di velocità in autostrada. La montagna però non è un’arteria stradale, è un ecosistema fragile, che coinvolge biodiversità, paesaggi, comunità. E il rischio concreto è che il turismo, in certe zone, diventi l’unica forma di sopravvivenza economica, impoverendo tutto il resto. Non vogliamo, con il nostro film, indicare soluzioni o proporre una tesi. Mostriamo la complessità. Capita spesso che, alla fine della visione, qualcuno dica: "Non mi ero mai messo nei panni dell’altro". Questo per noi significa molto.
Credi che il titolo “Sui sentieri” sia opportuno? La parola “sentiero” è capace di contenere in sé questa moltitudine di approcci?
Le soluzioni, in fondo, sembrano sempre ridursi a due: specializzazione (un sentiero per chi cammina, una pista per chi va in bici, ecc.) oppure promiscuità, con tutte le contraddizioni che comporta. Ma anche il concetto stesso di "sentiero" andrebbe forse ripensato e ritagliato caso per caso. La parola nasce per descrivere un approccio lento, silenzioso. Oggi però il sentiero è attraversato da ruote, scarponi, zampe, emozioni, contraddizioni. Personalmente, non ho una risposta definitiva. Mi considero più un relativista. Creare compartimenti stagni eviterebbe forse i conflitti, ma anche i confronti. I sentieri, come tutto, cambiano. E adeguarsi è necessario. È inevitabile che ogni approccio susciti critiche: c'è chi vede l’uso dell’asino come sfruttamento animale, chi considera l’ecoterapia nel bosco come qualcosa di ridicolo. Ma anche queste forme di contatto con la natura hanno un loro senso, un loro significato per chi le vive. Il rischio è che la specializzazione estrema trasformi la montagna in un luna park: tornelli, barriere, recinzioni. Eppure, la montagna è libertà, almeno nel mio immaginario: è un luogo di resistenza, di imprese, di contemplazione. Troppa settorializzazione la impoverisce.

Pensi che il documentario abbia raggiunto il suo proposito?
Sarebbe auspicabile arrivare a una forma di rispetto reciproco, ma oggi sembra che siamo più portati a scontrarci che a capirci. Il documentario, inaspettatamente, è diventato anche uno strumento per suscitare dibattito, spesso molto acceso. Noi, dal canto nostro, possiamo dire di esserci presi il tempo di ascoltare chi vive questi luoghi, di sederci con loro, di dar loro voce. Forse, questa è la cosa migliore che abbiamo fatto. Il cinema, dopotutto, non serve a dare risposte, ma semmai a porre domande: e se le polemiche sono tante, forse significa che il documentario ha toccato corde importanti. La questione del rispetto, come sempre, è centrale. Si accusano i biker, ma ci sono stati casi in cui alcuni proprietari hanno piazzato fili spinati per impedirne il passaggio. E questo, se posso dire la mia, non è certo un segno di intelligenza. Le dinamiche, insomma, sono complesse, e noi non volevamo ad atteggiarci a mediatori, il nostro scopo era semplicemente mostrare ciò che succede.














