"Da bambina il mio sogno era imitare i miei genitori, poi sono finita a studiare il clima di Alpi, Himalaya e Tibet": Elisa Palazzi si racconta al Parco Naturale Adamello Brenta

Come affrontare il riscaldamento globale, fra ricerca, divulgazione e impegno collettivo? Domenica 7 settembre la climatologa e professoressa associata al Dipartimento di Fisica dell’Università di Torino parteciperà ad un’escursione ai laghi di San Giuliano, nell'ambito di Superpark

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Elisa Palazzi, nata a Rimini nel 1978, laureata in Fisica all’Università di Bologna nel 2003, è climatologa e professoressa associata al Dipartimento di Fisica dell’Università di Torino. Svolge inoltre attività di divulgazione scientifica ed è autrice di diverse pubblicazioni come Perché la Terra ha la febbre? (2019, con Federico Taddia), Siamo tutti Greta (2022, con Sara Moraca), Bello mondo. Clima, attivismo e futuri possibili: un libro per capire quello che gli altri non vogliono capire (2023, ancora con Federico Taddia). Cura inoltre il podcast Bello Mondo.
Domenica 7 settembre sarà protagonista di una nuova escursione del ciclo 2025 di Superpark, la manifestazione estiva (QUI il programma dei prossimi appuntamenti) curata dal Parco Naturale Adamello Brenta con Superflùo, che ha per meta i laghi di San Giuliano, una località di grande bellezza nei monti sopra Strembo, sul versante adamellino della Val Rendena, con affacci spettacolari sul Brenta. Il ritrovo è alle ore 8 presso la sede del Parco.
Dottoressa Palazzi, com’è nato il suo interesse per il tema del cambiamento climatico?
Come per tante cose importanti, un po’ è accaduto per la direzione che hanno preso gli eventi. Da bambina il mio sogno era imitare i miei genitori, in particolare quello di mio padre, insegnante di educazione fisica. La scelta dell’università è stata ispirata da un mio professore di Fisica, e quando è stato il momento della tesi, a Bologna, ho dovuto scegliere all’ultimo momento un tema diverso da quello inizialmente pianificato. Perciò sono approdata al CNR, all’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC), per quello che oggi definiremmo uno stage. Era il 2003. Sono rimasta lì fino al 2021. Ho trovato, insomma, il mio ambiente. Sono passata dai temi più centrati sull’atmosfera al clima nel momento in cui mi sono spostata da Bologna a Torino per intraprendere il percorso della docenza accademica. Qui ho iniziato ad approfondire lo studio del clima nelle regioni di montagna, in particolare le Alpi, la catena Himalayana e il Plateau Tibetano, viaggiando e svolgendo ricerca sul campo al Parco del Gran Paradiso e in altre regioni più lontane. Ho imparato a coniugare insegnamento, ricerca e divulgazione: il lavoro così come me lo ero immaginato.
Dal suo punto di osservazione, qual è oggi la percezione collettiva del problema del cambiamento climatico? A volte ho la sensazione che crescano gli scetticismi e i negazionismi e che la spinta che si vedeva 15, 20 anni fa inizi a calare.
Dal mio osservatorio in verità vedo un interesse crescente. In particolare c’è stata una crescita positiva dal 2018, cioè da quando si è imposto anche mediaticamente il fenomeno Greta Thurnberg. Da lì in poi c’è stato su questi temi un salto sia in quantità che in qualità. A livello di scuola e di percorsi di educazione abbiamo ricevuto moltissime richieste di interventi, di affiancamento di percorsi già avviati negli istituti, di formazione di insegnanti. Anche di formazione di chi fa giornalismo. Al tempo stesso forse l’approccio a queste problematiche si è molto diversificato. Oggi assistiamo ad esempio a reazioni di paura, di ecoansia. Questi fattori sono paralizzanti, bloccano l’azione. In quanto allo scetticismo, in verità scetticismo c’è sempre stato, così come il negazionismo, che è un fenomeno peggiore, perché lo scetticismo può anche essere “sano”, in fondo rientra nell’ottica scientifica, che è quella di dubitare, sempre. Direi comunque che gli scettici sono pochi ma rumorosi.
Che cosa hanno in comune le Greta Thurnberg del mondo, che ha raccontato in un suo libro?
In quel libro io e Sara Moraca abbiamo cercato di raccontare il cambiamento climatico attraverso delle storie individuali: una chiave efficace per integrare i numeri e le cifre con qualcosa che le persone possano ricordare e sentire più vicina alla propria esperienza quotidiana. Naturalmente, visto che abbiamo parlato di realtà sparse in ogni parte del mondo, è necessario da parte del lettore un esercizio di empatia, per mettersi nei panni di chi vive il cambiamento climatico in realtà montane distanti. Ma spesso non è difficile individuare legami e fili conduttori. Direi che un dato che salta all’occhio è che molte delle persone incontrate sono donne e ragazze. Il cambiamento climatico amplifica le differenze di ricchezza ma anche di genere, e quindi ha molto a che fare con le problematiche della giustizia e dell’ingiustizia.
C’è qualche esempio che le è rimasto particolarmente impresso?
Ad esempio una testimonianza raccolta in Tagikistan, in Asia centrale, uno stato dove il cambiamento climatico ha un impatto molto pesante. Anisa Abibulloeva è una giovane attivista che ha iniziato a manifestare tra le mura del suo ateneo, l’unico posto dove le era consentito farlo. In paesi come questo si manifestano molti fenomeni negativi contemporaneamente: risorse come l’acqua scarseggiano, e avanza la desertificazione, ma al tempo stesso le inondazioni causate dalla fusione accelerata dei ghiacciai devastano il territorio. Ma parliamo di uno stato cresciuto sull’industria del carbone, dove parlare di questi temi non è certo incoraggiato. Nessuno seguiva Anisa, neanche nell’università. Lei però insisteva e alla fine è riuscita a pubblicare un libro rivolto anche ai bambini. Spesso non ce ne rendiamo conto, ma mentre da noi, anche se magari fra qualche ostacolo, si può manifestare per certe cause, in altre parti del mondo è vietato.
Veniamo alle Alpi e alle montagne in generale.
Le montagne sono luoghi di studio privilegiati. Luoghi in cui si vedono molto bene gli effetti del riscaldamento globale. Forse a volte le montagne sono considerate come lontane, specie da chi vive in pianura. Invece sono fondamentali. Ad esempio, molta parte della nostra acqua viene dalle montagne, dalla neve e dai ghiacciai. Il ritiro dei ghiacciai è il primo fenomeno che salta agli occhi, dovuto dall’aumento della temperatura estiva e alla diminuzione delle precipitazioni invernali. Io ero partita dall’Himalaya, in particolare dal Karakorum, studiando il Baltoro, che in realtà è un ghiacciaio stabile, perché alimentato da forti precipitazioni. Un’eccezione nel panorama complessivo. Ma un’eccezione non fa la regola. La regola è che la criosfera, l’insieme delle zone del pianeta dove l’acqua è presente in forma solida, è in sofferenza.
Tuttavia ancora molte persone si chiedono: "Possibile sia davvero colpa dell’uomo? In fin dei conti il clima è sempre cambiato..."
Qualsiasi persona che studia il clima è d’accordo sul fatto che il cambiamento climatico c’è sempre stato. Il punto è se oggi succede qualcosa di diverso rispetto al passato, anche recente. La risposta è sì, e non perché lo dico io ma perché esiste nella scienza un vasto consenso su questo punto. Il consenso scientifico ha valore perché è dato dal contenuto di pubblicazioni – decine di migliaia di studi – che nel tempo hanno dimostrato una determinata tesi, in questo caso quella riguardante l’impatto antropico, cioè delle attività umane, nel determinare l’attuale fenomeno del riscaldamento. Si tratta di un processo che ha richiesto tempo, ma che oggi è validato. Le emissioni antropiche, quelle prodotte dall’uomo con il complesso delle attività che richiedono energia, dai trasporti alle industrie, dal riscaldamento o raffrescamento delle abitazioni alla preparazione del cibo, e così via, sono la principale causa delle modifiche dell’atmosfera, del ciclo del carbonio e quindi dell’effetto serra. Fino a prova contraria, ovviamente.
Forse le persone sono disorientate dalla mole di informazioni...
È comprensibile che la gente dica: non siamo in grado di giudicare perché non sappiamo interpretare i dati. Ma non è che tutti devono sapere come farlo. Ci sono persone che lo fanno di professione. E che sono chiamate a fornire una bussola per muoversi nella complessità. Questo vale per tutte le scelte dell’uomo. Certo non è facile, soprattutto se il sentimento prevalente di fronte ai dati è la paura.
Perciò è tanto importante una divulgazione efficace. Ci sono delle regole o dei segreti?
La divulgazione in genere è affidata o alla persona di scienza o al divulgatore. Vanno benissimo entrambi. Devo dire però che se la divulgazione la fa chi si occupa di scienza è molto apprezzata. Ovviamente deve farlo in maniera appropriata, creare un rapporto di fiducia. Io credo sia importante trasmettere al pubblico che lo scienziato è anche una persona. Perciò va bene mostrarsi, farsi conoscere, raccontare il proprio percorso. Raccontarsi.
Un’altra strategia efficace consiste nel mescolare in maniera appropriata linguaggi diversi. Musica, teatro, poesia, anche raccontare camminando nella natura come nel caso di Superpark, sono tutte cose che favoriscono una conoscenza empatica. E consentono di riconoscere la bellezza del mondo mentre ci si confronta.
Il cittadino a volte si sente impotente, si chiede cosa può fare.
Si possono fare mille cose, ma è importante farle assieme. Anche trovarsi a discutere di piccole iniziative, organizzare un gruppo nel proprio quartiere per discutere di cose come la mensa scolastica, i trasporti e così via. È indispensabile unire le forze, specie di fronte a temi così delicati e a volte terrorizzanti. Un’alluvione, se ci pensiamo, spaventa a morte le persone. Quindi mettersi assieme è importante. Bisogna anche evitare di fustigarsi da soli. Non serve. È impossibile essere eccellenti in tutto. Non possiamo pretendere da noi stessi la perfezione. Se vogliamo rinunciare all’uso dell’automobile in un luogo privo di trasporto pubblico non abbiamo alternative, almeno fin quando la situazione non cambia. Ma su quello che è alla nostra portata ci dobbiamo impegnare.
L’escursione di Superpark, domenica 7 settembre
PROFILI IN EVOLUZIONE. Global Warming e ridefinizione del paesaggio
Escursione ai Laghi di San Giuliano con Elisa Palazzi, climatologa e docente di Fisica del Clima all’Università degli Studi di Torino.
Ritrovo: ore 8:00 presso la sede del Parco a Strembo.
Come partecipare: prenotazione obbligatoria presso Madonna di Campiglio Azienda per il Turismo S.p.A. Tel. 0465 447501 – www.campigliodolomiti.it
Per altre informazioni sulle attività del Parco: www.pnab.it
Immagine di apertura: Elisa Palazzi; la foto a destra è di Gianluca Moretto












