Dopo cent’anni, il Cai di Bolzano restituisce la biblioteca confiscata all’Alpenverein Südtirol: "Questi libri e documenti raccontano la vostra storia, è giusto che tornino a casa"

I volumi e i documenti coinvolti, tutti in lingua tedesca, erano stati sottratti nel 1923 nell’ambito di una più vasta politica fascista di italianizzazione dell’Alto Adige. La restituzione, nel nome della memoria storica, è la testimonianza del reale valore che la minoranza tedescofona ha per il paese

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
In occasione della 120esima assemblea generale dell’Alpenverein Südtirol, a Silandro, 332 volumi e alcuni fascicoli sono stati donati dalla sezione Cai di Bolzano al sudtirolese Avs, in restituzione di quanto era stato sottratto nel 1923 al Döav (Deutscher und Österreichischer Alpenverein), antenato dell’attuale Avs. Maurizio Veronese, presidente del Cai di Bolzano, ha consegnato l’atto di donazione al presidente dell’organizzazione sudtirolese Georg Simeoni; tra il pubblico, Carlo Zanella, presidente del Cai Alto Adige, e i delegati delle 36 sezioni dell’Avs.
Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, con l’annessione del Tirolo meridionale all’Italia nel 1919, il Döav fu espropriato dei suoi rifugi, per poi essere sciolto il 7 settembre 1923. L’intero patrimonio dell’associazione, immobiliare e non, fu affidato al Club Alpino Italiano. I beni librari, ora restituiti, sono stati fino ad oggi legalmente in possesso del Cai, secondo un atto notarile del 1927, ratificato nel ’72 con un indennizzo economico per dirimere le controversie.
I volumi e i documenti coinvolti dalla donazione, tutti in lingua tedesca, vanno dal 1869 al 1920 e conservano la storia delle montagne e delle persone che le hanno vissute. Mappe, descrizioni, fotografie e dipinti; volumi rilegati e fascicoli sciolti. Un patrimonio di enorme valore storico e identitario, che fino a poco tempo fa era ben lungi dal venir restituito, e che ora assume un valore storico ancora maggiore.
Vi sono forme di coercizione decisamente più sottili di quella materiale, e per questo più insidiose, più difficili da sradicare, che sotto mutate spoglie permeano profondamente la società, spesso anche a livello strutturale. La storia italiana dell’Alto Adige – Süd Tirol è anche una storia di oppressione; di un’oppressione che è tutta contenuta nel nome stesso di questa regione. Ben prima dell’ascesa al potere di Mussolini, prese piede una politica di italianizzazione della toponomastica che, nel 1909, portò a ribattezzare il territorio di Bolzano come Alto Trentino, poi diventato Alto Adige.
La politica di “pulizia culturale” fu perseguita con enorme dedizione da Ettore Tolomei, nazionalista trentino, che, con l’appoggio del regime, definì nel 1923 le modalità di gestione della minoranza sudtirolese con i Provvedimenti per l’Alto Adige. Tale programma prevedeva la progressiva rimozione di funzionari pubblici e insegnanti di madrelingua tedesca, il divieto dell’uso della lingua tedesca negli uffici pubblici e nelle scuole, l’italianizzazione della toponomastica ed onomastica, la messa al bando dei partiti tedeschi e delle associazioni culturali.
“In Italia esistono centinaia di migliaia di fascisti che sono pronti a distruggere e devastare il Sudtirolo, prima ancora che il Tricolore svetti sulla Vetta d´Italia. Se i tedeschi devono essere picchiati e pestati per rinsavire, allora siam pronti”.
Il progetto totalitario non poteva sopportare la presenza di minoranze linguistiche e culturali; la loro sola esistenza era sufficiente a destituire l’idea di unità etnico-linguistica della nazione. I Provvedimenti per l’Alto Adige furono allora portati avanti con estrema perizia, e il loro mancato completamento fu scampato soltanto grazie allo scoppio della guerra e all’armistizio dell’8 settembre.
L’ITALIANIZZAZIONE FORZATA DEL SÜD TIROL
La riforma Gentile, del 1923, determinò la progressiva cancellazione delle istituzioni scolastiche in lingua tedesca, decretando l’italiano lingua unica e obbligatoria. Questa repressione della minoranza fu portata avanti con estrema durezza, tuttavia, ciò non impedì che si sviluppassero forme di resistenza nella comunità. La popolazione prese a riunirsi nelle cantine: Katakomenschulen era la ‘scuola delle catacombe’, con chiaro riferimento alle persecuzioni che subirono i primi cristiani. Qui ebbero un ruolo centrale le donne, che poterono insegnare ai bambini a scrivere in tedesco.
Con le leggi fascistissime del ‘25-‘26 venne imposto il controllo dei mezzi di comunicazione, che colpì in maniera particolarmente severa i giornali di lingua tedesca. La censura preventiva colpì numerosi giornali, molti furono costretti a chiudere, come Der Landsmann. Nella stessa temperie, il quotidiano Der Tiroler, per effetto della disposizione che vietava l'uso della denominazione Tirolo, assunse il nuovo nome di Dolomiten.
Nel tentativo di ottenere la maggioranza italiana della popolazione vennero poi perseguiti enormi piani urbanistici e industriali. Tra questi vi fu la realizzazione della zona industriale a sud di Bolzano, inaugurata alla fine del 1936. Qui furono avviate attività, come le acciaierie Falck, lo stabilimento Montecatini e lo stabilimento Lancia, in cui era impiegata soltanto manodopera italiana immigrata.
A questi provvedimenti, seguì la persecuzione di un’omogeneità sul piano toponomastico e onomastico. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, nel solo 1936, 18.098 cittadini furono “ribattezzati” per restituire i loro cognomi alla supposta origine italica. Per questa operazione furono coinvolte decine di esperti, filologi e glottologi.
Ma la più grande e discussa eredità di queste politiche, questione di somma attualità, riguarda la toponomastica. Furono pubblicate in quel periodo decine e decine di articoli, mappe geografiche e libri di geografia, affinché documentassero i nuovi toponimi ufficiali. Nel Prontuario di Tolomei, del 1916, circa 12.000 toponimi italiani vennero redatti a tavolino, tradotti dall’originale o inventati ad arte per sostituire gli originali tedeschi.
Queste memorie lasciano in bocca l’amaro ricordo di storie cui è stato negato di poter essere raccontate. Nella miniatura di un documento c’è la testimonianza di una cultura; ogni nome in una cartina geografica è il segno di un particolare modo di interpretare il territorio. La restituzione di queste carte sembra essere un importante passo verso una ritrovata amicizia e collaborazione tra Cai e Avs. Un’amicizia e una collaborazione che, auspicabilmente, saranno rafforzate dalla memoria storica. La restituzione di questi documenti ci ricorda che la restaurazione della libertà è un processo lungo e mai completo, e che non esiste una Storia ma tante storie diverse.












