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Cultura | 26 settembre 2025 | 13:00

"Un negazionista sotto i vent’anni non l’ho ancora incontrato, nella fascia 50-70 sì. Vogliamo dare la parola ai ragazzi?": Enrico Galiano, insegnante e scrittore, ospite di due eventi al Parco Naturale Adamello Brenta

Domenica si terrà l'ultimo, doppio, appuntamento con Superpark, la manifestazione estiva organizzata dal Parco Naturale Adamello Brenta assieme a Superflùo. In val di Breguzzo e poi allo Judicaria Ecofestival ci sarà Enrico Galiano, protagonista del dibattito culturale e mediatico sui temi della scuola e dell’educazione, per parlare di scuola, giovani, scrittura ed emozioni

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

È un ospite davvero d’eccezione quello che parteciperà all’ultima escursione della stagione 2025 di Superpark, la manifestazione estiva organizzata dal Parco Naturale Adamello Brenta assieme a Superflùo. Parliamo di Enrico Galiano, insegnante e scrittore friulano, classe ’77, protagonista del dibattito culturale e mediatico sui temi della scuola e dell’educazione, che quest’anno ha pubblicato Quel posto che chiami casa, edito da Garzanti, un viaggio fra i segreti e le voci che i ragazzi e le ragazze si portano dentro, mentre si sforzano di dare un senso alle loro vite diventando ciò che sono.

 

Fra gli altri romanzi, pubblicati sempre con Garzanti, Eppure cadiamo felici, Tutta la vita che vuoi, Felici contro il mondo, e Più forte di ogni addio, Dormi stanotte sul mio cuore, a cui si uniscono i libri per ragazzi editi con Salani e il saggio, L’arte di sbagliare alla grande.

 

Domenica 28 settembre, Galiano parteciperà ad un’escursione con le guide del Parco in Val Breguzzo, con partenza alle ore 9:00 dal parcheggio per Trivena – Pianone.

 

Nel pomeriggio, alle 15:00, l’ospite presenterà invece a Tione, in occasione dello Judicaria Ecofestival, uno speech dal titolo Meglio veri che perfetti.

 

Partirei dalla scuola: noi come Parco svolgiamo attività educativa e formative nelle scuole sui temi del rapporto uomo-ambiente, della conoscenza del territorio, del cambiamento climatico e così via. Dal suo punto di osservazione, come sono considerati questi temi dai ragazzi, oggi? E come fare per catturare la loro attenzione, a fronte dei messaggi contrastanti da cui sono bombardati?

 

Il tema ambientale è quello che oggi coinvolge di più i ragazzi assieme a quello della parità di genere, per cui direi che sono proprio i ragazzi che stanno cercando di svegliare noi. Il problema, se parliamo ad esempio di negazionismo, sono semmai certi adulti. Un negazionista sotto i vent’anni non l’ho ancora incontrato, nella fascia 50-70 sì. Il tema semmai è: vogliamo dare la parola ai ragazzi? Vogliamo non vederli solo come fruitori di cose elaborate dagli adulti? Secondo me dobbiamo accordare loro fiducia abbastanza perché possano assumere un ruolo attivo su queste tematiche. Oggi la loro voce si sente nelle proteste, che è già una forma di attivismo. Ma devono essere coinvolti maggiormente anche sul piano della ricerca delle soluzioni.

 

Recentemente ha toccato due temi importanti. Il primo è quello delle chiusure scolastiche estive. In effetti, a noi che siamo vicini al mondo tedesco, risulta che ad esempio in Germania la chiusura sia più corta. Ma in Italia se si prova ad affrontare questo tema…apriti cielo!

 

Tendiamo ad essere troppo fermi sulle abitudini consolidate, che sono diventate certezze intoccabili. I mesi estivi ci ricordano la nostra infanzia e adolescenza, ma nel frattempo la società è cambiata, le esigenze oggi sono diverse. I tre mesi di chiusura andavano bene quando c’erano le donne in casa. Se oggi intervistassero più spesso le mamme lavoratrici, ci direbbero: no, abbiamo bisogno che qualcuno ci dia una mano per gestire i tempi della vita familiare conciliandoli con quelli del lavoro. Ma in Italia il patriarcato è così forte che si rimane fermi su modello ottocenteschi. Che poi, la chiusura estiva della scuola nasce in un’Italia contadina, quando i padri d’estate andavano a prendersi i figli a scuola per portarli nei campi a lavorare. I tre mesi estivi sono nati così, erano modellati sui bisogni della campagna. Oggi i bisogni sono altri.

 

L’altro tema di cui si è occupato è quello della proibizione dei cellulari in classe. Ho sentito una insegnante dire: bisogna educare alle nuove tecnologie, non vietare. Se non lo facciamo noi a scuola, chi lo fa?

 

Qualsiasi passo verso il riconoscimento del pericolo delle dipendenze da dispositivi è un passo in avanti. Se il ministro dice: i cellulari a scuola no, è positivo perché tecnicamente parlando le 5 ore di scuola sono le uniche ore della giornata che un giovane può passare lontano dal telefono. Ma la scuola può rappresentare anche l’unico luogo dove approfondire questi temi assieme ai ragazzi. Quindi il divieto da solo non basta, e lo abbiamo visto spesso. Va bene ai fini del “detox” ma bisogna integrarlo anche con un approccio in aula per conoscere assieme le potenzialità e i pericoli di quel mondo. L’altro capitolo è che il tema delle dipendenze non è un tema di pertinenza del ministero dell’istruzione ma di quello della sanità. Perché ormai tutti gli psicologici sono concordi nel rilevare negli ultimi anni una epidemia di problematiche in età adolescenziale causate anche dall’utilizzo dei dispositivi. Quindi il grande tema è regolare l’uso dei dispositivi a casa, perché il cellulare crea dipendenza e il suo utilizzo non può essere ignorato fuori dalle mura scolastiche, altrimenti siamo da capo.

 

Passiamo ai libri. I suoi hanno un grande successo. Chi è il suo lettore-tipo? È l’adulto che vuole sapere qualcosa sul mondo della scuola e sui ragazzi, sono i ragazzi stessi?

 

In massima misura insegnanti e genitori dei figli adolescenti che utilizzano i miei libri per capire quel mondo. Perché i saggi sono utili, vanno benissimo, ma il romanzo ti dà qualcosa che il romanzo non ti può dare. Crea identificazione, tocca l’aspetto emotivo. Poi ci sono anche molti adolescenti che leggono le mie storie per riconoscersi e trovare delle risposte a domande che altrimenti magari restano inevase. Avvertono che l’adulto che scrive non è giudicante ma cerca di fare un passo verso di loro.

 

Nel suo ultimo libro ci sono situazioni che mi hanno ricordato altre letture, che magari in realtà non c’entrano nulla. Da Stand by me di King all’ultimo Cormac McCharty, anche se nella sua scrittura c’è molta più levità, più dolcezza. Quanto conta per lo scrittore leggere i libri degli altri?

 

Scrivere per me è un altro modo di leggere. Tutta la mia scrittura è piena di riferimenti nascosti o palesi. Il mio amore per Stephen King, ad esempio, è ben noto. Lo scrittore, dal mio punto di vista, è un lettore che ama la scrittura così tanto che prova a sua volta a scrivere.

 

La scrittura ha anche una funzione terapeutica?

 

Per quello che mi riguarda la scrittura è un modo che ho sempre avuto per confrontarmi con il dolore. Attraverso il racconto stai dando voce a quello che hai dentro. Ho sempre sentito in maniera molto forte questa esigenza. Nel mio ultimo romanzo al centro del dolore c’è una perdita. Anch’io ho vissuto questa perdita. Ed è così per molte delle persone che mi leggono. Dico sempre ai miei studenti: scrivete. Per citare McCharty, che ha nominato poco fa, penso alla metafora contenuta in un suo racconto, che ha per protagonisti un uomo e un lupo. Ecco, scrivere può essere come addomesticare il lupo che abbiamo dentro noi stessi.

Poi la scrittura è anche un’abitudine, che si acquisisce col tempo, con la pratica. Io cerco di fare scrivere un testo alla settimana ai miei studenti. E vedo che in genere apprezzano.

 

Come partecipare all’escursione del Parco: prenotazione obbligatoria presso Madonna di Campiglio Azienda per il Turismo S.p.A. Tel. 0465 447501 - www.campigliodolomiti.it

 

 

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