I tedeschi li massacrarono a raffiche di mitra e poi li finirono con bombe a mano. Il vescovo di Vicenza, nonostante il divieto, salì per officiare di persona i funerali

A seguito dell'uccisione di un soldato a Borga di Fongara, nel comune di Recoaro Terme, i tedeschi scatenarono una spaventosa rappresaglia. Ottantun'anni fa l'Eccidio di Borga di Fongara: domenica la commemorazione della strage
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Borga di Fongara, domenica 11 giugno 1944. Nell'alta valle dell'Agno è una domenica come tante di guerra e di occupazione. Il campanile sta per battere mezzogiorno: le famiglie, dopo la Messa festiva, sono riunite nelle case per il pranzo. Nessuno immagina che sulla contrada sta per scatenarsi un inferno di morte e distruzione.
Frazione di Recoaro Terme, Fongara è un paesetto di montagna che vive di agricoltura e pastorizia. Vita parca, essenziale, che la guerra ha reso ancora più grama. Borga, coi suoi ottanta abitanti, sorge appena prima di Fongara per chi sale da Valdagno. Aggrappata al pendio, è una contrada povera, con le case, le stalle e i fienili accoccolati l’uno sull’altro. Come a proteggersi.

In valle i tedeschi e i fascisti sono dappertutto e i loro cartelli, in italiano e in tedesco, ricordano che la zona è infestata dai “banditi”. E non hanno torto. È infatti su queste montagne, come abbiamo raccontato, che durante l’inverno precedente si è formato il primo nucleo partigiano dell’ovest vicentino, quello che diede vita alle formazioni “Garemi” e che è passato alla storia come “Gruppo di Malga Campetto”.
Ma la reazione nazifascista non si è fatta attendere. Rastrellamenti, arresti e rappresaglie hanno già sparso il terrore in alta valle. A farne le spese lo stesso parroco di Fongara, don Severino Giacomello, che per aver accolto in casa alcuni fascisti che si fingevano partigiani ha rischiato parecchio. Arrestato, è stato liberato solo grazie all’intervento del vescovo di Vicenza, mons. Carlo Zinato.
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Sembra impossibile che in una zona come questa i tedeschi possano uscire per un’escursione. Eppure è quello che accade. Quella domenica mattina quattro soldati scendono a Borga da Pizzegoro. Forse si sentono sicuri, con sé hanno soltanto la pistola d’ordinanza. Dopotutto non sono soldati qualunque: tre di loro, due dei quali provenienti dalle SS, sono inquadrati nei “Cacciatori del mare Brandeburgo”, un reparto di incursori di marina estremamente addestrato, che si allena nelle piscine coperte di Valdagno; il quarto è un soldato dell’11° Reparto trasmissioni della Luftwaffe. Sono partiti dalle Regie Fonti di Recoaro e puntano verso Valdagno.
Nelle stesse ore una pattuglia partigiana ha raggiunto Borga in cerca di cibo. Sono una decina, dodici al massimo. L’arrivo dei quattro tedeschi li coglie di sorpresa. I partigiani si ritirano a monte della contrada, ma tre di loro si appostano dietro l’ultimo edificio della contrada. Poi, improvviso, rapido, lo scontro a fuoco. L’SS Hermann Georges viene colpito alla testa mentre i suoi compagni si gettano a correre verso valle. Incerti sul da farsi, decidono infine di scendere a Valdagno per dare l’allarme abbandonando il corpo del commilitone.
Gli ottanta abitanti di Borga sentono gli spari. Il terrore si diffonde fra le case. Annota don Severino Giacomello: “Disperazione nella gente della Contra’ Borga. Tutti chiusi in casa recitavano preghiere – rosari – piangendo. Quassù non si sapeva nulla”.
Passano due ore. Verso le 14:00 si sente il rumore degli autocarri tedeschi. Sono due gruppi, uno della Luftwaffe, l’altro dei “Cacciatori del mare”. Rastrellano la contrada, perquisiscono, urlano, picchiano. E fanno la prima vittima, Antonio Cailotto, di sessantasei anni: l’anziano non è abbastanza svelto a uscire dalla propria casa; un tedesco lo colpisce alla nuca con una bomba a mano e lo fa stramazzare a terra.
I tedeschi sono metodici. Hanno l’ordine di dare una lezione alla popolazione, secondo le direttive che il feldmaresciallo Kesselring ha diramato alle truppe: nessuna pietà per chi osa colpire le truppe del Reich. A Roma, alle Fosse Ardeatine, sono stati dieci italiani per ogni tedesco ucciso. A Borga saranno molti di più. Vengono separati gli uomini, quindici in tutto, dalle donne e dai bambini. E intanto comincia a piovere a dirotto.
Sotto la pioggia battente donne e bambini vengono allontanati verso Fongara. Gli uomini invece sono fatti sfilare a due a due davanti al soldato morto e percossi, poi fatti stendere a terra. Infine sono fatti alzare e il tenente Joseph Stey, che comanda il reparto, fa allontanare un giovane di diciassette anni, Biasio Borga, che è accanto al padre. Gli altri vengono falciati a raffiche di mitra e poi finiti con bombe a mano.
Alle 16:00 i tedeschi bruciano la contrada. È a questo punto che viene uccisa la diciassettesima vittima: si tratta del ventiquattrenne Giovanni Cailotto, i cui tre fratelli sono stati uccisi poco prima. Nascosto col padre in casa, alle prime fiamme tenta la fuga ma è colpito da una raffica. Il suo corpo viene gettato assieme agli altri.
Conclusa la rappresaglia i tedeschi ripartono per Valdagno. A seguito dell’uccisione di un soldato tedesco diciassette civili giacciono massacrati, i loro corpi sconciati dalle bombe a mano: si tratta di Borga Luigi Antonio, Borga Pietro, Borga Severino, Borga Giovanni, Borga Riccardo, Borga Guido, Borga Antonio, Borga Gelindo, Borga Emilio, Borga Antonio, Cailotto Antonio, Cailotto Massimo, Cailotto Carlo, Cailotto Clemente, Cailotto Domenico, Cailotto Giovanni, Cailotto Luciano.
Il giorno seguente mons. Zinato sale in visita alla contrada per officiare i funerali e per portare conforto ai superstiti. Lo scenario che si trova davanti è spaventoso: la contrada bruciata, la disperazione nei sopravvissuti e, distesi fra le rovine delle case, i corpi dei diciassette uomini. Ai tedeschi che vietano i funerali in chiesa il vescovo risponde fermo: “Andate e riferite alle autorità di Recoaro che a Fongara c’è il Vescovo e che ai morti comando io: ed in Chiesa comandiamo noi. Farò io stesso i funerali”.
Pochi giorni dopo, il 17 giugno, mentre a Valdagno il Comando tedesco offre una “serata gaia per i camerati” con orchestra e arie d’opera, il feldmaresciallo Kesselring, che aveva approvato convintamente la rappresaglia di Borga, emanava un nuovo regolamento per la lotta alle formazioni partigiane: “Coprirò ogni comandante che, nella scelta e nella durezza dei mezzi nella lotta contro le bande oltrepassi la moderazione che ci è solita”.

Oggi i martiri di Borga riposano in un sacello sul lato destra della strada che sale verso Pizzegoro. Sul posto domenica 8 giugno una cerimonia li commemorerà nell’ottantunesimo anniversario della strage.













