Dai palazzoni di Marassi alle montagne liguri per fare il contadino. Il frontman degli Ex-Otago si racconta: "Qui c'erano soltanto delle pietre. Niente strada, luce, acqua"

"Siamo partiti con mille debiti; per qualche strano motivo, però, le banche ci hanno finanziato". Cantante e contadino, Maurizio Carucci è fondatore di Cascina Barbàn, collettivo "agricolo-culturale" che porta in Val Borbera iniziative culturali che altrimenti difficilmente nelle aree montane riuscirebbero ad arrivare

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Come diceva Terzani, ci vogliono delle molle. Sono le molle che ognuno ha dentro di noi a farci partire. Quindi certo: c’è voluto coraggio, ma quando hai questa necessità lo trovi per forza”.
Maurizio Carucci, cantautore e contadino: frontman degli Ex-Otago e fondatore del collettivo “agricolo-culturale” Cascina Barbàn. Sono state le molle che aveva dentro di sé a far sì che, a ventidue anni, Maurizio si trasferisse da un quartiere popolare di Genova all’Appennino ligure, in Val Borbera.
Resta da chiedersi cosa l’abbia fatto rimanere lì per oltre vent’anni, nonostante le difficoltà e il successo musicale. Forse la risposta sta nella sua attitudine (o mancata attitudine) alla cura. O forse ancora, sta nel suo sforzo mai esausto di cercare consapevolezza, di sé e del posto che abita.
“Da quando ho ventidue anni vivo nei monti, e ho fatto i primi dieci militando in tantissime associazioni. Sono andato in parlamento due volte a presentare delle leggi legate alla cultura contadina. Ho letto una lista di libri sul tema che non finisce più. Sono un antropologo del resto - mancato, perché non ho mai finito gli studi -; ma l’etnologia e l’etnografia mi interessano molto”.
Domenica 19 ottobre, alle 19, sarà ospite del Festival Un posto in cui Tornare (qui il programma), a Barbarano Mossano (VI), dove porterà storie e canzoni nate dal rapporto con la sua terra e la sua comunità. Nel frattempo, L’Altramontagna ha voluto approfondire questo “esperimento di vite alternative” attraverso la voce dello stesso Maurizio Carucci.
Come ti sei avvicinato, da Genova, all’Appennino e alla Val Borbera?
Io sono nato in un quartiere popolare di Genova, precisamente a Marassi. Un quartiere, come tutti i quartieri popolari di periferia, caratterizzato da grandi palazzoni residenziali e silos in cemento. Ero un bambino fondamentalmente che aveva sempre lo sguardo ostruito da qualche costruzione in calcestruzzo. Quindi ho vissuto i primi anni di vita in questo mondo ambiente totalmente refrattario, con una certa dose inconsapevole di dolore per questo fatto: ero un ragazzino che cercava sempre qualcosa e non lo trovava. Poi ho avuto la fortuna di frequentare una sorta di “foresta” superstite all'interno del quartiere: Genova è una città di montagna, è vero che è bagnata dal mare, ma ha un maestosissimo entroterra, che ci ha sempre caratterizzati. Quindi, anche a Marassi, in mezzo a questi fatiscenti palazzi dai colori sbiaditi, c’era un pezzo di natura. Era considerato un posto pericoloso e sporco; io invece lì sentivo una sorta di magnetismo, lo frequentavo con questo cane con cui vivevo, e intanto cominciavo a farmi qualche domanda. Sentivo l'odore dell'erba e mi sentivo bene. Così, da lì in poi, ho inseguito in qualche modo i boschi, le foreste, la natura un po' dappertutto. Prima replicandola in camera mia - chiaramente con poco successo - e poi, a poco più di vent'anni, ho scelto di andare a vivere nelle montagne in Liguria e ci sto tutt'ora, dopo più di vent'anni.
Come ti sei avvicinato all’agricoltura? Com’è nata Cascina Barbàn?
Al tempo, con la musica non ci tiravo fuori neanche una lira. Gli Otago comunque hanno sempre avuto un pubblico di affezionati, siamo sempre stati estremamente fortunati, anche nei primi anni della nostra storia. Però non bastava per viverci. Vivendo così in contatto con la natura, l'agricoltura è stato un passo abbastanza naturale, una volta lì si crea un rapporto quasi di interdipendenza, se non di sudditanza proprio, nei confronti della terra e delle stagioni. Così ho fondato questo collettivo che si occupa di agricoltura, ma anche di cultura. Ho visto che se i pomodori, le zucchine e i cavoli nutrono; nutrono anche il teatro, la musica, la letteratura. Cascina Barbàn è insomma un esperimento di vite alternative, sperimentali. Viviamo isolati in questa sorta di eremo, ma sempre molto vicino alle città. Quindi facciamo agricoltura, vigna e orto, prima di tutto per godere dei frutti della terra, e poi per guadagnarci da vivere. Inoltre organizziamo eventi culturali, facciamo ricerca sul territorio, sulla biodiversità, sulla storia locale, e portiamo anche la musica in Appennino. Cerchiamo di far arrivare nelle aree montane quella cultura che difficilmente riesce ad arrivare fino a qui; che sia la musica techno o un cantautore di città.
Con il collettivo avete lavorato molto su varietà rare di vite. Di che si tratta?
Abbiamo lavorato più in generale sulla biodiversità del posto: uva, legumi, brassicacee, leguminose. Per l’orto abbiamo recuperato un vecchio tipo di cavolo, chi si chiama “cavolo navone”; piantiamo solamente vecchie sementi; e, grazie all'aiuto e alla collaborazione con il Cnr, abbiamo recuperato una vecchia varietà di vite che stava scomparendo. Purtroppo nel mondo siamo gli unici, ad oggi, che la coltivano. Lo facciamo per un semplice motivo: perché penso che la biodiversità sia un elemento che in qualche modo ci definisce. Ed è utile sapere come si è fatti, perché poi sarà più facile lavorare con gli altri. La biodiversità rappresenta un po' i legamenti di un territorio, quelli che l'industria troppo spesso recide. Rimane in mano agli artigiani e agli agricoltori, ed è un po' il mondo a cui io mi riferisco e che cerco di rappresentare. Ecco, la biodiversità ci dà la possibilità di fare lotta politica: da una parte c'è l'industria che vuole piallare ogni cosa, che spinge verso l'omologazione e l'omogeneità; dall'altra invece ci sono le mani delle persone come me, come tanti altri che lo fanno anche più a tempo pieno di me. Sono coloro che preservano le forme, le curve dei territori, e grazie a quelle forme ci rendiamo conto di essere qualcosa di specifico in un posto preciso del mondo. Solo così possiamo creare relazioni fertili con altri territori, con altri popoli.
Quali sono le difficoltà più significative che hai incontrato?
La problematica senza dubbio più radicata è proprio la questione culturale. Ovvero il fatto che noi, quotidianamente, dobbiamo interagire con un mondo e con una società che, da un lato, ha invisibilizzato questa parte d'Italia; dall'altro ritiene che i movimenti più importanti avvengano sempre e comunque in città e nei luoghi urbani. L’Appennino, oggi, si ritrova - ancor più delle Alpi - a rappresentare il posto più lontano dalla modernità. D’altro canto, è forse anche posto più “partigiano”, e questa è una cosa meravigliosa, che mi ha fatto scegliere di venire a vivere qui. Nel quotidiano però è un ostacolo: a noi si è rotto un ponticello di 20 metri, e ci hanno messo cinque anni a rifarlo. Fossimo stati a Milano, ci avrebbero messo un mese. Questo perché non contiamo, non produciamo pil, non abbiamo crescita demografica, c'è poca gente che ci vive e quindi ci sono pochi voti. Del resto il governo Meloni l'ha detto chiaramente: “le aree interne sono destinate a morire. Noi ci occuperemo di assecondare questa morte stando vicino ai territori”. È una cosa che mi fa innervosire moltissimo. E, se non altro, la destra ha la sfacciataggine di dire le cose come stanno. Però bisogna agire in modo propositivo: se c'è un problema, lo risolviamo. Invece, a quanto pare, non ci si crede più in questi posti, e purtroppo mi pare che sia così da decenni.
Credi che il concetto di “cura” possa essere appropriato a descrivere la tua esperienza?
Mi pare che spesso ogni piccola esistenza si muova anche un po' per colmare le proprie mancanze, no? Ecco; più o meno consapevolmente, io mi ritengo una persona smodatamente generativa, e, di contro, assai scarsamente curativa. Sono sempre stato una persona che, se ha un’idea, deve cercare di averla realizzata prima di averla pensata quasi. L'agricoltura invece ti obbliga ad aspettare, ad avere fiducia. Prendi un seme, sperando che sia fertile, lo semini e aspetti il vento, la pioggia, la neve, lo scorrere delle stagioni. Non c'è nient'altro da fare. Mentre il bisogno contemporaneo di gestire e controllare tutto, fa sì che questo ci spaventi. Forse proprio per questo l’agricoltura è una grande scuola. Ma in generale la vita di paese: c'è bisogno di una cura diversa che nella città; anche rispetto alle persone. Hai meno occasioni di incontro, che sono preziosissime e delicatissime. Se non conosci l'arte della cura devi impararla, perché altrimenti andrai a finire contro dei muri. Forse in città sei un pochino più libero di affrontare le cose in maniera più leggera, un pochino più superficiale, ci sono molte occasioni di rimediare. Con l'agricoltura e con le persone della montagna molto meno: si rischia di fare dei danni che lasciano tracce indelebili.
Mi dicevi che Cascina Barbàn è un tentativo. Questo tentativo, almeno per ora, si può dire riuscito?
Diciamo che è riuscito nella misura in cui ci stiamo, tra virgolette, accontentando di vivere in un posto senza dubbio magico per noi, a stretto contatto con la natura, di mangiare quello che coltiviamo, di guadagnare qualcosa dalle colture che portiamo avanti. Questo senz’altro. Siamo ancora lontani dal dire che Cascina Barban sia un progetto pienamente autosufficiente, prima di tutto dal punto di vista economico. Però siamo arrivati qui quando c'erano soltanto delle pietre, non c'era neanche la strada; niente luce, acqua, elettricità, gas, niente. Gli Ex-Otago allora più che darmi soldi, me ne prendevano per l'affitto della saletta, per le tastiere che rompevamo durante i concerti eccetera. Quindi siamo partiti con mille debiti; per qualche strano motivo, però, le banche ci hanno finanziato (perlomeno Banca Etica, in un primo momento). Quindi possiamo dire, non che l'esperimento è riuscito, ma che in qualche modo ci tiene vivi, ed è esso stesso vivo, in fermento e in costante evoluzione. Con i bambini, siamo diventato un collettivo di sette persone; abbiamo animali, cavalli, asini, anatre, gatti, eccetera. Siamo fondamentalmente contenti, ma siamo anche perennemente in lotta - mi vergogno quasi a dirlo vista la situazione in Palestina - però anche questa è lotta. È una battaglia culturale, sociale. Siamo in un momento in cui non possiamo mettere i remi in barca: dobbiamo remare, remare e remare.













