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Storie | 18 ottobre 2025 | 06:00

Dopo il giro del mondo a piedi, Pieroad racconta la nuova routine: "Sono consapevole che non posso più andare esclusivamente alla mia velocità. Sto cercando un nuovo equilibrio"

Cinque anni, oltre 36.000 chilometri a piedi attraverso continenti e culture. Un viaggio nato non dalla fuga, ma dal desiderio profondo di cercare altro, di rallentare, di osservare il mondo passo dopo passo. In vista della sua partecipazione al festival "Un posto in cui Tornare", Nicolò Guarrera ha fatto quattro chiacchiere con L’Altramontagna. Abbiamo parlato di quando è difficile fare le valigie, del concetto di confini geografici e umani, e ci ha persino lasciato alcuni consigli di lettura

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Cinque anni di viaggio, quattro continenti, due dozzine di scarpe consumate. Poi, lo scorso 13 settembre, di nuovo San Tomio di Malo, in provincia di Vicenza; i vecchi amici, i genitori, la nonna: tutto ciò che nell’agosto 2020 aveva salutato in nome di un sogno, che si è caricato sul passeggino e trascinato per oltre 36.000 chilometri.

 

Nicolò Guarrera, alias “Pieroad”, lo ha realizzato: ha terminato il giro del mondo insieme ad Ezio, il suo passeggino da trekking. Qualcuno, in un vecchio film, aveva la barba lunga come Nicolò quando ha deciso di tornare a casa; però aveva fatto meno strada.

 

La sua storia ormai la conoscono tutti. Ebbene, da quando è tornato, tutti vogliono conoscere le sue storie. La casa editrice Sonzogno, di proprietà di Marsilio, ha pensato infatti che la sua impresa meritasse un libro: ad oggi Pieroad è impegnato nella stesura di Con i piedi per terra, che si prevede uscirà il prossimo anno.

 

Nel frattempo, sta girando l’Italia a raccontare alle piazze qualche momento dei suoi cinque anni di vita itinerante. Sabato prossimo, il 18 ottobre, gioca in casa: alle 18:30 sarà ospite del festival Un posto in cui Tornare, a Barbarano Mossano, nel vicentino. In vista dell’evento, gli abbiamo chiesto una piccola anticipazione.

Che effetto hanno avuto cinque anni di movimento, ora che ti sei fermato?

 

Adesso chiaramente la routine è un po' scombinata, sto cercando di riassettarla. Mi sta aiutando molto il fatto di avere tante cose da fare, e quindi sai, mi distraggo, mi tengo impegnato, però devo riabituarmici. Sono consapevole che non posso più andare esclusivamente alla mia velocità, sono anche consapevole che adattarmi troppo non è quello che voglio fare, quindi sto cercando un nuovo equilibrio.

 

 

Quando hai scelto di partire, sentivi di star scappando o cercavi di raggiungere qualche cosa?

 

Quando è stato il momento di partire, sono partito assolutamente per raggiungere qualcosa, non per fuggire. Non è che non avessi un posto nella società e quindi scappassi, o mi ribellassi. Non mi è mai appartenuto questo punto di vista. Mi trovavo benissimo dove stavo, a Milano, e con il lavoro che facevo. Avevo colleghi fantastici, che sento ancora: alcuni sono diventati grandissimi amici. Però semplicemente non era quello che volevo fare. Avevo bisogno di altro, lo sapevo. Ho preparato il viaggio per due anni: volevo partire ma anche portarlo a termine. Così, quando è arrivato il momento in cui mi sono sentito pronto, mi sono licenziato e sono partito.

Come si prepara un viaggio del genere?

 

Bisogna studiarlo tanto. Io mi sono preparato quasi due anni. Ho letto tanto sui posti dove mi stavo avventurando, ho raccolto tante informazioni dalle persone che erano lì. Ho messo in piedi tanti scenari che avrei potuto seguire o sperimentare, a seconda del percorso, delle condizioni. E poi, più o meno quando mi sono sentito preparato, ho detto: “Ok, io adesso parto e provo a vedere dove riesco ad arrivare”.

 

 

Hai mai pensato di mollare l’impresa?

 

La motivazione non è sempre stata al massimo. Ha avuto degli alti e bassi, è oscillata. Però non c’è mai stato un momento in cui ho davvero pensato di mollare. Questo perché non avevo un piano B. Non sapevo cosa avrei fatto se fossi tornato, e invece sapevo che, man mano che mi sarei avvicinato a casa, le cose sarebbero state più chiare, si sarebbero un po’ sistemate.
Mi piaceva anche dire, per darmi forza: “Che veneto sei se molli? Non lo sai che i veneti non mollano mai?”. E quindi, con una risata, sdrammatizzavo e andavo avanti.

Ti è mai capitato di fermarti a lungo in un luogo?

 

Sì, mi sono fermato a lungo in certi posti, ma mai da legarmi così tanto da non riuscire più a ripartire. Con alcune persone sono rimasto in contatto, certamente. Il mio lungo periodo significava dieci giorni, due settimane: per me quello era tanto, come tempo per fermarsi in un posto.
Più spesso capitava di fermarmi due o tre giorni, una settimana al massimo, giusto per conoscere meglio le persone, entrare un po’ in contatto. Ma era difficile affezionarsi davvero, anche perché conosci un’umanità vasta, e non tutte le persone che ti ospitano condividono i tuoi valori; soprattutto in così poco tempo. Ti ci puoi trovare bene, ma poi finisce lì.

 

 

Come trovavi persone che ti ospitassero?

 

In Ecuador andavo a bussare direttamente alle case. Era molto divertente e anche stancante, soprattutto alla fine di una giornata. Tante volte ho usato Couchsurfing, un app per trovare ospitalità soprattutto nelle grandi città. Poi c’era il passaparola: magari mi ospitava una persona e poi mi diceva “Se passi di qui, in questa città c’è mio zio, mio cugino, un mio amico eccetera”. E man mano che andavo avanti, soprattutto verso l’Italia, anche tramite Instagram riuscivo a trovare appoggi. Qualsiasi scusa era buona. Bisognava sempre inventarsi la strategia giusta.

Credi che la dimensione continuativa del viaggio a piedi riesca a farci percepire maggiormente il progressivo mutare dei luoghi?

 

Mi sono stupito tante volte di vedere dei cambiamenti netti appena dopo il confine. Tra Ecuador e Perù, per esempio: in Ecuador era tutto verdeggiante e soleggiato, arrivavo in Perù ed era desertico. Poi dal Perù al Cile: in Cile ci sono infrastrutture avanzate, posti di ristoro, edifici, illuminazione pubblica, molto diversi. Anche tra l’India e il Nepal: appena attraversavo il confine, la gente sembrava sparita, quasi disabitato, molto meno denso rispetto all’India. Mi stupiva, perché sai, si dice sempre: “I confini sono inventati.” Concordo, sono linee immaginarie, però effettivamente anche a piedi ti accorgi di alcune differenze reali. Anzi, forse proprio andando piano te ne accorgi di più.

 

 

Si può dire lo stesso dal punto di vista umano? Come cambiano le persone da una parte all’altra dei confini?

 

Dal punto di vista umano i cambiamenti sono molto meno marcati. C’erano differenze culturali, ma più che altro si notavano nei modi di parlare, negli accenti. E questo anche all’interno dello stesso Stato, a distanza di qualche centinaio o migliaio di chilometri.
Tra tutti i popoli che ho incontrato, ce ne sono molti che mi sono rimasti impressi. La Turchia, l’Iran, l’Ecuador e il Cile sono i posti in cui mi sono trovato meglio. In Turchia forse non ho lasciato un pezzo di cuore, ma mi sono sentito estremamente accolto. In Cile, Ecuador e Iran ho lasciato dei bellissimi ricordi, tante persone con le quali mi sento tutt’oggi. Sono posti incantevoli, meravigliosi e sconosciuti dal turismo internazionale, perché sai, i circuiti sono sempre gli stessi.

Ci sono state letture o canzoni che ti hanno accompagnato durante il viaggio?

 

Durante il viaggio leggevo molto, mi piace leggere più che ascoltare musica. All’inizio avevo libri cartacei, me li facevo inviare anche dall’Italia, ma poi ho ceduto all’e-reader: è stata la svolta della vita. Mi sono piaciuti molto i libri di Gabriel Garcia Marquez e Jorge Luis Borges, due autori sudamericani, colombiano il primo e argentino il secondo. Ho amato Walter Bonatti, Messner, Carlo Alberto Pinelli. Poi anche i grandi classici: Umberto Eco, che mi ha fatto spaccare dalle risate. L’Odissea, letta in una versione in prosa che non avevo mai affrontato per intero. Ho letto anche Tiziano Terzani, un po’ di letteratura di viaggio: Bruce Chatwin, Bill Bryson (uno scrittore ironico che mi ha fatto ridere molto). Man mano che mi avvicinavo fisicamente all’Italia ho anche ripreso a leggere qualche notizia; all’inizio, quand’ero lontano, non lo facevo quasi per nulla.

 

 

Nel tuo cammino hai incontrato montagne che hanno lasciato un segno particolare?

 

A me sono piaciute tantissimo le Ande. Non mi sono mai appassionato davvero alle Alpi, però le Ande mi hanno stupito dal primo momento, quando le ho viste a Quito.
Ho fatto un giro di 250 chilometri a nord della capitale ecuadoriana e me ne sono innamorato. Mi sono piaciute tantissimo le Ande Bianche in Perù, la Cordillera Patagonica verso El Chaltén, la zona del Fitz Roy, del Cerro Torre, i Campos de Hielo. Quelle montagne erano incredibili: grandi, maestose. Nonostante l’altitudine, le riesci ad avvicinare con una certa facilità, puoi camminare fino a 4-5mila metri senza troppi problemi. Ci sono enormi ghiacciai, tanta neve ancora. In Cile e Patagonia nevicava tantissimo. Una montagna ancora potente, non dico vergine, ma genuina, viva. Soprattutto viva.

Quando hai iniziato a sentirti “tornato” e a formulare progetti per il dopo?

 

Avvicinandomi all’Italia, naturalmente, ho cominciato a pensare di più al futuro. A novembre scorso - ero in Turchia, me lo ricordo bene - mi ha contattato una casa editrice e da lì ho cominciato a pensare seriamente ad un libro: ho riordinato gli appunti, buttato giù qualche stralcio di pagina. Poi tra febbraio e marzo sono cominciati ad arrivare i primi inviti: serate, festival, incontri in azienda. Lì ho capito che questa cosa avrebbe potuto funzionare per qualche mese, al mio ritorno. E quindi mi sono messo nell’ordine di idee di prepararmi, di preparare un bel discorso, qualcosa da raccontare in modo fluido e piacevole. Ora credo avrò impegni di questo tipo per almeno un anno.

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