Ha scalato con le stampelle oltre mille vette: "Quando è uscito dall’ospedale pesava 35 chili, ma non demordeva: costretto a letto si appendeva alla testiera per fare trazioni". I settant’anni di Oliviero Bellinzani

Nonostante l’incidente che a ventun’ anni gli ha portato via una gamba, non ha mai smesso di vivere come sognava. Dopo aver dedicato la vita alle montagne, dieci anni fa ha perso la vita proprio tra i rilievi. In occasione di quello che sarebbe stato il suo settantesimo compleanno, martedì 28 ottobre si terrà a Varese un incontro dedicato alla sua vita, che qui proviamo a ripercorrere insieme alla figlia Xania Bellinzani

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il nome di Oliviero Bellinzani forse può risultare nuovo ai più. Eppure la sua storia sembra contenere un messaggio universale: non vale la pena pretendere la perfezione da noi stessi, ciascuno di noi ha dei limiti, ognuno ha le proprie ammaccature, ma la libertà passa proprio attraverso la capacità di accoglierle come parte di noi.
Nato il 28 ottobre 1955 in una piccola località della Valcuvia, Oliviero Bellinzani ha avuto una storia comune fino ai ventun anni. Il trasferimento con i genitori in periferia di Milano, il liceo scientifico, l'attenzione per l'ambiente e la laurea in Lettere Moderne all’Università di Milano. Poi tutto cambia.
Il 5 febbraio 1977, in seguito a un incidente in moto che quasi gli costa la vita, a Oliviero viene amputata la gamba sinistra. Di lì in avanti, la sua diventa una storia eccezionale, soprattutto nell'umanità, nell'amore e nell'attaccamento alla vita di cui ha lasciato traccia non solo scalando con le stampelle oltre mille vette, ma anche attraverso il suo impegno divulgativo, con incontri, resoconti delle vie, libri e filmati.
La vita, Oliviero, l’ha restituita alle sue montagne nell’agosto del 2015, travolto da una frana durante una delle sue ascese. Ma la sua esistenza non smette di ispirare. In occasione di quello che sarebbe stato il suo settantesimo compleanno, martedì 28 ottobre, si terrà a Varese un incontro dedicato alla sua figura, con ospiti e amici che hanno accompagnato alcune delle sue imprese.

A parlare di lui a L’AltraMontagna è la figlia Xania, che - ci spiega ridendo - ha imparato prima a saltare su una gamba che a camminare. Compagna di sentiero del padre sin dall’infanzia, oggi ha curato questo incontro a lui dedicato insieme al Cai di Varese e ci ha introdotti alla sua storia.
Chi era tuo padre prima dell’incidente? Cos’è successo quel giorno?
Mio papà è sempre stato molto atletico, correva i 100 metri e aveva sogni alpinistici già da giovanissimo. Era uno di quei bambini che spariva, andava a rampicarsi sugli alberi, girava in mezzo ai boschi e mia nonna passava tutto il tempo a cercarlo. Poi, a ventun anni, ha fatto un incidente dove ha rischiato la vita. È finito con la moto sotto un camion, lesionando gravemente tutta la parte sinistra del corpo. È andato in coma e lo hanno operato anche all'intestino, aveva rotto la mandibola, e una serie infinita di traumi gravissimi. In seguito all’incidente ha subito la perdita della gamba all'altezza del cosciale, e ha rischiato di perdere anche il braccio: aveva il deltoide sinistro completamente deteriorato. Ha passato diverso tempo in ospedale, e quando è uscito pesava 35 chili. Ma non demordeva: da buon atleta, accanito e determinato, mentre era costretto a letto si appendeva alla testiera e faceva le trazioni. Così, piano piano si è ripreso. L’incidente è avvenuto a febbraio, e ad agosto è riuscito a convincere mio nonno a portarlo su al Monte Nudo.

È stato allora che si è dedicato così intensamente alla montagna?
Da lì poi è iniziata una ripresa costante ed è ritornato ad andare in montagna con le stampelle. Nel frattempo sono nata io, lui si è dedicato un po' al lavoro, un po' questo e un po' l'altro fino a che, nel ‘92, quando io avevo 8-9 anni, ha deciso che la montagna era la sua vita. Da lì, ha iniziato ad andarci interrottamente e ha fatto tutto quello che ha fatto. Abbiamo iniziato ad arrampicare insieme quando io ero bambina, gli facevo sicura e facevamo cose un po' folli. Poi ha conosciuto un istruttore del Cai di Gallarate, con lui ha iniziato ad arrampicare, a imparare le tecniche d'arrampicata. L’Inail di Budrio gli ha fatto diverse protesi sperimentali e quindi abbinava l'escursionismo all'alpinismo puro in libera e all'arrampicata. Dopo qualche anno, ha iniziato a fare cose importanti. Ha scalato il Dente del Gigante, che, essendo liscio e quasi tutto in placca, ha avuto bisogno della protesi; mentre moltissime altre cose che ha fatto le ha fatte senza. Poi ha scalato la Cima Piccola di Lavaredo con Simone Pedeferri: a questa ascesa è dedicato uno degli approfondimenti video che proporremo domani. E, ancora, ha scalato il Monte Bianco, la traversata del Monte Rosa, il Cervino due volte. Ha fatto anche poi arrampicata sportiva: ha vinto i campionati europei e italiani di arrampicata speed ad Arco di Trento. Il Comitato Paralimpico lo scorso anno mi ha dato una targa in sua memoria.
Come conciliava la dedizione alpinistica al suo tenace impegno divulgativo?
Era molto meticoloso. Tutto quello che faceva lo trascriveva nei suoi diari. Io ce li ho, è tutto molto documentato. Io dico che ha scalato 1131 vette, ma non considero le ripetute: quel numero potrebbe tranquillamente duplicarsi. Lui, nel suo diario, segnava ogni data, la montagna scalata, il dislivello fatto. È un po' come si fa oggi con le applicazioni del cellulare, lui tutti i mesi si faceva l'incrementale del dislivello: 40mila, 50mila, 60mila metri dislivello, e si dava degli obiettivi molto precisi. Essendo appassionato di storia, aveva un pallino: “Ricordati che prima o poi qualcuno dirà che non è vero, che non ho fatto tutte queste cose, che non è possibile. Allora è qua che servono gli articoli, serve documentare tutto, serve avere le foto, serve avere i video, perché almeno potrai dire che invece sì, ho fatto davvero tutte queste cose”. Non era per uno spirito edonistico o di eccesso, ma perché prima o poi qualcuno avrebbe potuto dire che non è vero che sul Cervino qualcuno è andato con una gamba sola. E invece così è stato.

I successi sportivi non si contano, ma che genere di padre era Oliviero?
Io prima ho imparato a saltare su una gamba sola e poi a camminare: ci sono foto che lo provano. E per me era assolutamente normale. Poi crescendo dici: “Ah, perché quelle persone lo guardano così?”. Allora entri in una chiave di lettura diversa. Ma per me è sempre stato normale lui, con la sua metodicità: la ginnastica, le trazioni allo stipolo della porta, con tutti i suoi tempi, cronometri parziali, allenamenti infiniti. Mi sottoponeva a queste uscite durissime in cui facevamo per esempio 700 metri di dislivello senza acqua. “Ci dobbiamo allenare per andare in Val Grande - diceva - lì non troviamo acqua domenica, quindi dobbiamo tenere duro”. Quando avevo dodici anni, con lui siamo andati a Capanna Margherita: per la partenza ad agosto ci siamo preparati fin da febbraio. Tutti i weekend si faceva un’uscita, aumentando sempre di poco il dislivello e l'altitudine. L’anno dopo, poi, quando siamo tornati verso Capanna Margherita; a metà strada mi ha fatto andare avanti con altri fino a Capanna Margherita, mentre lui ha deciso avrebbe salito la Zumstein. Tra i video dell’evento ci sarà anche l'arrivo alla vicina Punta Dofour. Così ho passato l’infanzia con lui: sempre in giro tra i boschi e le montagne; e non solo, voleva dire anche andare anche alle serate o in tv. Io ho dei ricordi bellissimi di quelle esperienze, non capita a tutti di avere un padre così.
Cosa significava per lui andare in montagna?
Forse a sentire la sua storia si potrebbe pensare che per lui la montagna è stata una via di fuga, però poi appena lo vedevi in montagna capivi che era completamente al suo posto. Aveva un legame con la montagna, che è davvero raro. Era a suo agio, capiva se il sentiero andava da una parte piuttosto che dall’altra quando non si vedeva nemmeno la traccia; gli piaceva andare in montagne sconosciute dove magari non passava nessuno per giorni. Era naturale per lui passare la sua domenica in questo modo. Poi questo ha portato alla scrittura di due guide (delle Prealpi centrali e occidentali), a 340 relazioni su VieNormali, a tanto altro. Poi sì, forse è stato anche per lui una forma di riscatto, per uscire da una situazione difficile che era stato il trauma che ha subito. Però di fatto era una cosa che ha sempre avuto fin da bambino: lui passava l'intera giornata perso in mezzo ai boschi, a girare, ad esplorare. Aveva quell'indole e ha semplicemente seguito il suo istinto.














