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Storie | 15 novembre 2025 | 18:00

Il Geremia: un rifugio dentro un presidio militare. Al suo interno si possono celebrare le unioni civili, così la vita rientra dove un tempo si faceva la guerra

Gestire un bene culturale sull'Appennino ligure significa confrontarsi con ostacoli che pochi conoscono: manutenzione continua, impianti da adattare, riscaldamenti da inventare, inverni che diventano avversari. Le pareti spesse, progettate per la guerra e non per l’ospitalità, trasformano ogni intervento in una sfida. I gestori: "La criticità più grande è riuscire a mantenerlo aperto e in efficienza - raccontano - è un lavoro complesso, ma con strategie e strumenti adeguati si può fare"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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C’è un punto sull’Appennino ligure in cui tre valli si incontrano e la costa sembra a portata di mano. È lì che, alla fine del XIX secolo, il Regno d’Italia fece costruire il Forte Geremia: una fortezza a 806 metri di altitudine, nata per vigilare sul passo del Turchino e proteggere l’entroterra del Ponente genovese.

 

Affacciato sulle valli del Cerusa, del Leiro e sulla valle Stura, il forte era parte di un sistema difensivo che comprendeva anche la vicina Batteria Aresci, oggi quasi scomparsa. La sua funzione era chiara: controllare un valico strategico che, proprio in quegli anni, acquisiva crescente importanza storica e commerciale per Genova e le sue vallate.

 

Oggi, quella stessa struttura ha cambiato destino: da presidio armato a luogo aperto, vivo, attraversato da persone, idee e storie. Eppure, la sua anima rimane nelle pietre, nelle gallerie, nelle stanze spartane che ancora raccontano la vita militare di altri tempi.

 

La gestione: far vivere un gigante di pietra, una fortezza che diventa rifugio

 

Dal 2016, Stefano Podestà ed Emanuela Bosco sono i custodi di questa trasformazione. Gestire un bene culturale in quota significa confrontarsi con ostacoli che pochi conoscono: manutenzione continua, impianti da adattare, riscaldamenti da inventare, inverni che diventano avversari. Le pareti spesse, progettate per la guerra e non per l’ospitalità, trasformano ogni intervento in una sfida. "La criticità più grande è riuscire a mantenerlo aperto e in efficienza - raccontano - è un lavoro complesso, ma con strategie e strumenti adeguati si può fare".

 

A rendere il Forte Geremia speciale non è solo dove si trova, ma anche ciò che offre: mangiare cibo cotto sulle stufe a legna, assaggiare prodotti locali lavorati in loco e godere di una vista mozzafiato che spazia dal Monte Rosa alla Corsica e all'intero golfo ligure: esperienze che qui assumono un sapore diverso, perché vissute dentro una fortezza ottocentesca riconvertita. È l’unico caso in Liguria, e questo lo rende un’esperienza in sé. Come la Capanna Margherita deve la sua fama alla quota che la rende il rifugio più alto d’Europa, così il Forte Geremia alla sua natura di rifugio dentro un presidio militare. E non è tutto: grazie a un’autorizzazione comunale, al suo interno si possono celebrare le unioni civili: la vita, in questo modo, rientra dove un tempo si faceva la guerra.

 

Un investimento che guarda lontano

 

Il percorso che sta riportando il forte a nuova vita è sostenuto da un finanziamento ministeriale di quasi 900.000 euro, ottenuto grazie a un progetto di valorizzazione redatto dalla gestione e inoltrato dal Comune di Masone alla Soprintendenza ligure, poi al Ministero della Cultura. 

Qui, "accessibilità" non significa solo strada: include infissi, impermeabilizzazioni, consolidamenti, aggiornamento degli impianti. Interventi che rendono il forte utilizzabile, sicuro, fruibile. Un cantiere che non lo restituisce a com’era, ma a ciò che può diventare.

 

Tra storia e territorio, la montagna che esce dall'ombra

 

Il valore del progetto non è solo architettonico. Il forte è pensato come volano per l’economia locale, attraverso scelte concrete di filiera corta e acquisti in prossimità. Un modello semplice, ma potente: ciò che viene speso sul territorio resta nel territorio.

 

Questa visione è condivisa anche da Edoardo Rixi, viceministro alle Infrastrutture, alpinista e originario proprio di queste vallate. Per lui, i lavori al forte mostrano come la tutela del patrimonio storico possa intrecciarsi alla cura del paesaggio e alla crescita economica. Luoghi come questo, sostiene, devono diventare "risorse vive per il presente e il futuro".

 

Attorno al forte, il Passo del Faiallo rivela una Liguria diversa: silenziosa, ampia, profonda. Per Rixi, è esempio di un turismo che non satura la costa, ma la completa. Qui chi sale scopre tradizioni, ritmi, spazi che non erano mai entrati nell’immaginario comune dominante. Il forte diventa così un catalizzatore: apre strade non solo fisiche, ma culturali.

 

Una rete che nasce dal basso: un modello che può contagiare

 

La gestione Podestà–Bosco dimostra che un bene culturale può essere rigenerato partendo dal basso, lavorando con il territorio e non sopra di esso. "Investire nelle tradizioni e nei prodotti locali significa garantire un futuro più sostenibile" ricorda Rixi. Perché questa visione si diffonda, però, servono infrastrutture adeguate e una rete rifugistica più solida, capace di accogliere non solo escursionisti ed alpinisti, ma chiunque desideri vivere la montagna con lentezza.

 

Rivalorizzare l’entroterra - prosegue Rixi - è anche il modo più efficace per alleggerire la pressione sulla costa e distribuire i flussi turistici. Non basta restaurare: serve costruire relazioni, progettare percorsi, mantenere un dialogo costante tra amministrazioni, comunità e imprese”.

 

“È esattamente ciò che sta accadendo al Forte Geremia. Una fortezza che non si limita ad aprire le sue porte, ma che invita il territorio a riconoscersi in essa. Un luogo che, pur ancorato alla storia, ha scelto di guardare avanti” conclude il viceministro.

 

La sfida quindi continua, tra pietra, nebbia, vento e neve, ogni volta che qualcuno sale fin qui, ogni volta che una cena diventa incontro o che due persone si uniscono dentro queste mura, questo antico presidio torna a respirare. E forse è questo, più di tutto, ciò che conta.

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