Madre danese, padre francese-ungherese. È nato e vissuto a Creta, e ora ha trovato casa in Alta Valle Cervo. Storia di River Ferdinandy: quando la montagna diventa casa

"Quella di montagna non è certamente la vita romantica che viene spesso raccontata, ha i suoi ostacoli, ma non è nemmeno la vita dura che si faceva qui 100 anni fa: io ho il wifi veloce, il gas, compro online. Un tema che mi preoccupa sono, invece, i servizi essenziali". Il senso di appartenenza, il racconto del territorio e della memoria locale, il rapporto tra residenti e turismo: dall’Alta Valle Cervo la storia di River Ferdinandy, che ha girato il mondo e scelto di fermarsi nella piccola frazione di Sassaia

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Esistono le coincidenze? Può un posto chiamarti a sé ripetutamente per invitarti ad ascoltare la storia che ha da raccontare? È quello che mi sono chiesta nelle ultime settimane quando ho iniziato a imbattermi più volte nel nome di Sassaia. La prima è stata quando ho saputo che il trekking lungo il “Cammino che unisce” al quale avrei dovuto partecipare lo scorso autunno e che era stato posticipato a causa del maltempo si sarebbe tenuto a fine maggio. La seconda quando ho iniziato a leggere, un po’ per caso, il romanzo di Silvia Avallone, “Cuore Nero”. La terza quando dalla redazione di questo magazine mi hanno chiesto di intervistare River Ferdinandy. In tutti e tre i casi, c’era lei: Sassaia, frazione di Campiglia Cervo, Comune dell’Alta Valle Cervo, nel biellese. Adagiato sulla banda soulia, il versante soleggiato della valle a mille metri di altitudine, il paese è nel cuore della Bürsch, come veniva chiamata anticamente questa zona in dialetto walser, ovvero “casa, tana, piccola patria”: un gruppo di case in pietra raccolte tra viottoli, piazzette e un antico lavatoio, che oggi conta solamente tre residenti.

È qui che Avallone ha ambientato il suo ultimo libro, facendo del paese un personaggio fondamentale del romanzo. È da qui che sarebbe passato il mio trekking. Ed è qui che abita River, uno degli abitanti di Sassaia, il protagonista di questa intervista, un uomo cittadino del mondo che qualche anno fa, in questo angolo verdissimo del Piemonte, ha trovato “casa”. La sua è una di quelle storie che potrebbe piegarsi facilmente a una lettura “romantica” di ripopolamento delle aree interne come se ne leggono molte ultimamente, ma è lui stesso a smontare questa versione quando ci parliamo la prima volta in videochiamata, io da Milano, lui dall’Alta Valle Cervo.

Madre danese, padre francese-ungherese, River ha passaporto danese ma è nato e cresciuto a Creta, dove i suoi genitori si sono conosciuti da ragazzi, entrambi emigrati dai rispettivi Paesi in cerca di una vita diversa: “Quella con Sassaia è la storia della mia vita, un ritorno all’infanzia trascorsa da raccoglitori di olive in piccoli borghi di montagna, una vita semplice ma ricca di affetti”, mi racconta quando gli domando quello che gli chiedono tutti: come ci è finito proprio a Sassaia? “Per caso – mi risponde –. Da ragazzo avevo iniziato a lavorare nel digital. Era l’alba dei social: giravo per il mondo, facevo cose interessanti, ma a un certo punto mi sono sentito perso. Avevo bisogno di una vacanza così un’estate sono andato a Zermatt, in Svizzera: è stato lì che mi sono riconnesso con la montagna. L’anno dopo ho deciso di venire in Italia, avevo sentito parlare delle montagne non troppo turistiche del Piemonte: ho aperto Google Maps, ho lanciato il puntatore e sono finito in questa valle. È stato un viaggio che ha cambiato tutto: ho capito che volevo tornare a una vita più semplice, in montagna”.

Quello successivo è il racconto di un periodo durato qualche anno nel quale River viveva a Copenaghen, a Lisbona, negli Stati Uniti, ma tornava a fare vacanze sempre più lunghe in Alta Valle Cervo, in una casa a Campiglia. Poi, con la pandemia, la decisione di trasferirsi definitivamente in quella in cui abita ora a Sassaia e che, un po’ alla volta, ha rimesso a posto insieme al rigoglioso giardino all’italiana sul quale affaccia. Una casa che, per chi ha girato per il mondo, può diventare un luogo dell’anima, oltre che fisico. “Non ho mai avuto, nemmeno da bambino, il senso di ‘casa’ come appartenenza a un luogo: sono nato in Grecia e ho vissuto a lungo in Danimarca, ma non mi sono mai sentito né greco né danese. Per tanti anni mi sono detto che casa era lì dove attaccavo il mio cappello. Non so definire esattamente cosa, invece, qui mi faccia sentire a casa, non in Italia o a Biella, ma proprio qui, in questo borgo”.
Eppure, chiedo a River, non deve essere sempre facile vivere in un micro-paese che, per la maggior parte dell’anno, si condivide solamente con altre due persone e che è raggiungibile sì con la macchina, ma non per lui, che non ha la patente. “Io penso – mi risponde – che ogni vita abbia le sue difficoltà, anche la città ce le ha. Quella di montagna non è certamente la vita romantica che viene spesso raccontata, ha i suoi ostacoli, ma non è nemmeno la vita dura che si faceva qui 100 anni fa: io ho il wifi veloce, il gas, compro online. Un tema che mi preoccupa sono, invece, i servizi essenziali: se mancano la scuola, il medico di famiglia, la farmacia tornare a vivere nei piccoli paesi è quasi impossibile”.
Il turismo, che qui non è ancora arrivato nelle sue forme più strabordanti, non è tuttavia la soluzione, è convinto River: “Si dice che porti posti di lavoro e nuovi residenti. Non ne sono convinto; in ogni caso, non può essere un turismo che non tiene conto di chi nei paesi ci vive tutto l’anno. Anche nella nostra valle si avverte un certo abuso della montagna in estate, quando tutti salgono per scappare dal caldo della città stravolgendo le abitudini dei residenti. Pensare di risolvere lo spopolamento col turismo e infrastrutture invasive è l’errore più grande. Posti come questa valle sono già perfetti: per renderli attrattivi basterebbe comunicare che esistono, dare incentivi a chi si vuole trasferire, garantire i servizi. Anche in questo ci vuole grande equilibrio: è bene sostenere chi decide di trasferirsi, come ho fatto io, ma non a scapito di chi la montagna non l’ha mai lasciata”.

Anche perché le terre alte sono fragili e hanno bisogno di cura. In Alta Valle Cervo lo sanno bene: qui le alluvioni che hanno fatto danni ingenti sono state tante, anche recentemente. “La montagna è più fragile ed esposta alle conseguenze della crisi climatica proprio perché è spopolata – osserva River –. Meno abitanti significa anche meno risorse per la manutenzione”.
Lui, ormai, vive a Sassaia in pianta stabile da più di quattro anni. Da qui, continua a lavorare nel digital e poi coltiva l’orto-giardino di casa, collabora con la Casa Museo dell’Alta Valle Cervo per la conservazione della memoria locale e ha creato @Arfial.Stories, un progetto di racconto social del territorio lento ed emozionale: “Arfial è una parola dialettale piemontese che significa sia ‘spiraglio di luce’ che ‘sospiro di sollievo’: è una dualità che mi piace, nella quale ritrovo quello che provo ogni volta che vado via da Sassaia e poi torno”. Il profilo Instagram è molto seguito, anche dalla gente del luogo che, nel racconto del proprio territorio con gli occhi di uno straniero, lo sente valorizzato: “Anche così si fa promozione, non si può parlare solamente ai turisti: quello che comunichi deve risuonare innanzitutto agli abitanti perché si sentano parte attiva dello sviluppo del territorio”.
È ciò che è successo l’estate scorsa, quando il sentiero tra i boschi che sale a Sassaia è stato percorso da oltre 200 persone che, insieme a Silvia Avallone, sono arrivate qui per rivivere le atmosfere del suo romanzo: “È stato un momento molto bello, promosso dall’associazione locale. La comunità in valle è piccola, ma viva”, mi dice River prima di salutarci alla fine della nostra chiacchierata a distanza.

In realtà, è solo un arrivederci perché pochi giorni dopo arrivo a Sassaia percorrendo il “Cammino che unisce”. Siamo una decina di persone guidate da Enrico De Luca, che di questo meraviglioso nuovo Cammino che attraversa tutta l’Alta Valle Cervo è l’ideatore. River ci aspetta all’ingresso di Sassaia insieme a Matteo, l’altro ragazzo che abita nel borgo nella casa che era dei nonni (il terzo abitante è Pietro, un signore di 86 anni). River e Matteo raccontano la loro storia ai miei compagni di trekking, il sole splende su questa valle rigogliosa. Percorriamo i vicoli di Sassaia e non posso non fermarmi davanti al lavatoio dove i protagonisti della storia di Silvia Avallone si dicono cose importanti. Mentre in silenzio riscendo la mulattiera tra i boschi, dopo aver salutato River, penso che le coincidenze non esistono: Sassaia era lì ad aspettare anche a me perché ascoltassi la storia di chi l’ha scelta, lontano da ogni mitizzazione, ma con la consapevolezza che la montagna, come evoca l’antico nome di queste terre, può ancora diventare casa.













