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Storie | 28 febbraio 2026 | 12:00

"Il mercato del vino è piuttosto stagnante e i segnali di maggiore vivacità derivano dai vini di montagna". Uno sguardo sui vigneti più alti dell'Emilia-Romagna

di Fabio Marchioni

Vigne resistenti a Rocca Corneta: la sfida sull'Alto Appennino. Tra i 600 e i 900 metri di quota, un gruppo di nuovi agricoltori sperimenta la viticoltura d'alta quota per rispondere all'aumento delle temperature e contrastare l'abbandono delle terre alte

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Sulle pendici del Monte della Riva, tra i 600 e i 900 metri di quota, un gruppo di agricoltori sta tracciando una nuova via per il futuro della vite nelle terre alte. Qui, al confine tra le province di Bologna e Modena, la necessità di rispondere al cambiamento climatico con il supporto delle innovazioni agronomiche si sovrappone alle scelte di vita di un manipolo di persone coraggiose che, in zona, conducono già aziende agricole di piccola scala.


Foto: Viticoltori Alto Appennino bolognese

Nel borgo di Rocca Corneta, dove le pendenze si fanno aspre, a poca distanza dalle tumultuose acque del torrente Dardagna, la società semplice Viticoltori Alto Appennino Emiliano coltiva, dal 2019, i vigneti più alti della regione Emilia-Romagna. Per ora i numeri sono modesti: circa 3 ettari totali di vigna, ripartiti su diversi appezzamenti, e un'uscita di circa 8.000 bottiglie nell’ultima stagione. Tre le etichette proposte: il Dardagna, un Solaris in purezza al secondo anno di vita, e il Rocca Corneta, nelle due versioni Fermo e Frizzante, tutti ottenuti dalle uve locali.

 

In questo caso a essere importanti, ancora più dei dati quantitativi, sono le potenzialità del progetto, a cominciare dai vitigni PIWI (acronimo dal tedesco pilzwiderstandfähig che significa "viti resistenti ai funghi", ndr) utilizzati, varietà resistenti ai funghi nate da incroci naturali tra la vite europea e specie selvatiche più robuste.


Foto: Viticoltori Alto Appennino bolognese

Queste viti sono meno colpite dalle malattie, permettendo di ridurre drasticamente la chimica in un ecosistema ad alto valore ambientale. "L’anno passato - spiega Stefano Zanini, uno dei coltivatori - siamo riusciti a ridurre al minimo i trattamenti, ad eccezione di due passaggi preventivi per il contenimento della peronospora a inizio stagione".

 

L'intento non è la crescita immediata, ma la creazione di un distretto capace di espandersi un passo dopo l’altro, allo stesso ritmo instancabile dei camminatori di cresta. Fra i propositi di lungo periodo l’espansione della superficie coltivata e la realizzazione di una cantina propria, cercando di ampliare in futuro la rete delle aziende coinvolte, però al momento occorre consolidare i canali di vendita per poi passare alle fasi successive. 


Fotografia di Stefano Zanini

Uno dei traguardi del gruppo è ridare una chance produttiva all’agricoltura appenninica che, anno dopo anno, diventa più debole. Su questi rilievi si è passati, quasi ovunque, dalle coltivazioni di sussistenza sopravvissute fino alla Seconda Guerra Mondiale al progressivo abbandono dello sviluppo economico, senza che la rivoluzione verde e le logiche industriali lambissero le pendici di queste montagne, le cui rese erano troppo modeste per ricavare redditi dignitosi comparabili a quelli ottenibili in altri comparti economici. Unica parziale eccezione a questa progressiva marginalizzazione è stata la produzione del Parmigiano Reggiano che ha mantenuto vitale, almeno in parte, la filiera zootecnica e la foraggicoltura.

 

Solo in tempi recenti, a partire dal nuovo millennio, è arrivato qualche giovane, attirato dai costi contenuti dei terreni e dalla qualità ambientale dei luoghi per sperimentare forme nuove di agricoltura, soprattutto nell'ambito delle erbe officinali e della produzione di sementi che, attualmente, coesistono con la viticoltura.

 

I filari dell’Appennino non sono soltanto un originale avamposto di sperimentazione agronomica, ma diventano anche i custodi naturali delle scelte di vita di chi li coltiva, non senza difficoltà e sacrifici. "Io sono arrivato qui - prosegue Zanini - una decina di anni fa, attirato dal modesto investimento iniziale e dalla bellezza dei luoghi. Per anni, insieme ad un socio, abbiamo fatto orticoltura producendo con soddisfazione verdure biologiche di qualità, molto apprezzate sui mercati cittadini. Nel tempo però la distanza geografica si è fatta sentire e ho preferito spostarmi sulla moltiplicazione sementiera con l’idea, sempre più concreta, di integrare il reddito con il vino che sta riscuotendo l’apprezzamento di molti, grazie alle sue caratteristiche. All’inizio le varietà piwi erano un test che ha prodotto buoni risultati. Del resto l’ambiente ci aiuta, le escursioni termiche, la quota e, nel caso dell’uva, anche le temperature elevate degli ultimi anni ci permettono di ottenere un prodotto di alta qualità, molto fresco, sapido e minerale. Abbiamo vinto una prima sfida produttiva, ora dobbiamo lavorare molto sui canali di vendita. In questo momento, il mercato del vino è piuttosto stagnante e i segnali di maggiore vivacità derivano proprio dai vini di montagna che vivono un momento molto favorevole. Speriamo che il nostro prodotto possa trovare spazio all’interno di questa dinamica".


Foto: Viticoltori Alto Appennino bolognese

I ‘compagni di vigna e di avventura’ di Zanini si chiamano Francesco Penazzi, Marco Ventura, Michele Sandri, Filippo Missiroli e tutti hanno alle spalle percorsi di vita (e di studio) molto diversi fra loro: agronomi, ex manager, ecologi e antropologi di formazione con un’unica caratteristica in comune, nessuno è nato in zona. "Sì, è vero - conferma ancora il viticoltore - siamo veneti, romagnoli e bolognesi, ‘stranieri’ arrivati qui in punta di piedi giovani e, soprattutto, molto determinati. Sì, credo proprio che il nostro segreto sia stata la volontà che ci ha permesso di resistere fino a oggi, cercando di superare in modo originale le difficoltà che via via abbiamo incontrato". Le energie dei viticoltori sono già rivolte alla prossima stagione produttiva, sebbene la vendemmia oggi appaia molto lontana dal presente di una stagione invernale eccessivamente piovosa anche in quota.

 

Immagine di apertura: a sinistra, fotografia di Rosella Anaclerio

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