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La Giunta dichiara guerra ai cinghiali e dà più ''armi'' ai cacciatori. La Lac: ''Così fanno proliferare la specie e aumentano i rischi per le persone''

Le nuove deroghe serviranno ad aumentare la caccia al cinghiale. Gli animalisti: ''Sono animali in cui ad accoppiarsi è solo la femmina dominante, esemplare più grosso, mentre le altre femmine accudiscono i piccoli. I cacciatori sparando agli esemplari più grossi innescano un processo a catena che porta al proliferare della specie''

Di Davide Leveghi - 03 agosto 2019 - 06:01

TRENTO. Tra le molte delibere approvate ieri dalla seduta di Giunta, vi è pure la nuova disciplina finalizzata al controllo dei cinghiali proposta dall'assessora all'agricoltura, foreste, caccia e pesca Giulia Zanotelli. “Frutto di un lavoro congiunto che ha coinvolto sia la componente agricola, tramite i sindacati, sia la componente dei cacciatori, tramite l'ente gestore della caccia nelle riserve”, essa mira a “offrire ulteriori strumenti per rendere ancora più efficace l'azione di controllo nei confronti del cinghiale, che, localmente, produce danni davvero pesanti per l'agricoltura del nostro territorio”.

 

La caccia al cinghiale, in provincia, deroga alle prescrizioni tecniche per l'esercizio venatorio permettendo di abbattere la fauna selvatica anche al di fuori dei periodi di caccia e nelle zone in cui è vietata, e questo per motivazioni di salvaguardia dell'ecosistema, tra cui rientra la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali. Il controllo, disciplinato fino alla sua soppressione dal Comitato faunistico provinciale, è ora passato alla competenza della Giunta provinciale.

 

Dal fronte ambientalista la nuova disciplina è stata accolta con malumore: “Se già la Giunta precedente non ci ascoltava, quella attuale non considera proprio minimamente l'opzione ambientalista. Non c'è dialogo, basti vedere la soppressione del Comitato faunistico- afferma Caterina Rosa Marino, delegata per il Trentino-Alto Adige della Lega Abolizione Caccia-. Anche noi, non solo gli allevatori e gli agricoltori, siamo portatori d'interesse, ma se difendi il territorio, l'ambiente e la salute, a ricaduta pure quella di noi esseri umani, non ottieni dialogo”.

 

Riguardo al cinghiale la posizione è chiara: il controllo non si fa a fucilate. E la Giunta, da parte sua, anteponendo gli interessi economici delle categorie coinvolte, non sembra interessata a prendere in considerazione il parere di chi, per lavoro, studia e promuove altri tipi di modalità di controllo della fauna. “Il 25 maggio abbiamo organizzato come ogni anno la “Giornata dell'orso”, momento di discussione ed informazione non solo sul plantigrado ma sull'ambiente- spiega Marino-, in cui c'era come ospite il biologo David Bianco con un seminario intitolato “Prevenire è meglio che sparare? Metodi ecologici per la prevenzione dei danni da ungulati. Esperienze, problematiche e opportunità”. Nell'incontro si è portato il caso dell'Emilia-Romagna, dove il problema è maggiore che qua e dove l'introduzione di modalità di dissuasione, come i recinti elettrificati, ha raccolto la soddisfazione degli agricoltori. Inutile dire che non c'era alcun politico”.

 

Scarsa conoscenza dell'animale e predisposizione ad assecondare i cacciatori si intrecciano dunque, a giudizio della LAC, nella definizione di una disciplina che invece di risolvere o attenuare il problema finisce per alimentarlo. “Il cinghiale- illustra la delegata LAC- è un animale in cui ad accoppiarsi è solo la femmina dominante, esemplare più grosso, mentre le altre femmine accudiscono i piccoli. I cacciatori sparano agli esemplari più grossi, chiaramente, innescando un processo a catena in cui si accoppiano tutte le altre femmine, facendo proliferare il numero di cinghiali. La proliferazione, pertanto, è responsabilità dei cacciatori”.

 

Il controllo dunque sembra impossibile a fucilate, ed altre modalità paiono risultare più efficaci e naturali: “In natura le cose si bilanciano. Il lupo è ad esempio animale che nel cinghiale trova la sua preda prediletta. Ma anche in assenza di predatori, gli animali non si riproducono in maniera incontrollata bensì secondo un equilibrio e la disponibilità delle risorse”.

 

“Si dica inoltre che il cinghiale in Trentino non è un animale autoctono, bensì alloctono. Il cinghiale ungherese, che vive nei nostri boschi, è stato introdotto dai cacciatori e foraggiato per alimentare la caccia. La carne, tra l'altro, non è sottoposta a controlli e rappresenta quindi, vista la presenza di parassiti, un pericolo per la salute di chi la mangia”.

 

“Se aggiungiamo che la caccia al cinghiale- chiosa Marino- è quella in cui c'è il maggior numero di incidenti, il cerchio si chiude. Chi si prende una fucilata non sono solo i cani da caccia, vittime secondarie della strage, ma pure gli stessi cacciatori o i disgraziati che si trovano al momento sbagliato nel posto sbagliato. In Trentino-Alto Adige , tra l'altro, si può sparare fino ad un'ora dopo il tramonto, cosa che chiaramente mette a serio rischio l'incolumità delle persone. Si può dire, in conclusione, che i cacciatori non solo hanno creato il problema, ma lo foraggiano costituendo pure un pericolo d'ordine pubblico”.

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