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Mountain Wilderness: "Per Confindustria siamo ambientalisti da salotto? La montagna diventata protesi della città. Non la salveremo con cemento o una nuova autostrada"

La replica di Luigi Casanova a Lorraine Berton, presidente di Confindustria Belluno: "Pensi un po’ con i soli soldi della pista di bob prevista per le Olimpiadi a Cortina, come avremmo potuto ridare dignità al territorio. Avremmo potuto diffondere occasioni di lavoro, mantenendo sul territorio i giovani in fuga. Ma perché questo avvenga c’è bisogno di un programma di sviluppo complesso, non certo la semplificazione presente in due appuntamenti mordi e fuggi come sono i Mondiali di sci alpino o le prossime Olimpiadi invernali"

Di Lucia Brunello - 23 luglio 2020 - 13:26

CORTINA D'AMPEZZO. Dopo le parole taglienti di Lorraine Berton, responsabile di Confindustria Belluno, che ha definito le associazioni che hanno preso parte alla manifestazione di domenica 20 luglio a Cortina d'Ampezzo degli "ambientalisti da salotto" (qui articolo), ecco ora la risposta di Luigi Casanova, Presidente onorario di Mountain Wilderness Italia, in una lettera in cui si fa portavoce anche del Comitato Peraltrestrade Dolomiti, il Gruppo Promotore Parco del Cadore, il Wwf Terre del Piave Belluno-Treviso, Italia Nostra Consiglio Regionale Veneto e l'Ecoistituto del Veneto “Alex Langer”.

 

"Egregia signora, Presidente di Confindustria Belluno,
Lei ha toccato il punto centrale, dolente della montagna italiana. La montagna, definita in modo offensivo “periferia", ha bisogno di investimenti. Se Lei avesse avuto l’umiltà di partecipare ad uno solo degli innumerevoli incontri organizzati dall’ambientalismo del Cadore nel corso del 2019 (prima della pandemia) avrebbe colto un accorato appello alla politica perché si investa nella montagna.

 

Mentre qualcuno frequentava salotti noi elaboravamo documenti e studi su diversi aspetti della qualità del vivere in quota e sul rilancio dei nostri paesi. Lei sarà certamente al corrente del fatto che in questi ultimi decenni, con una dolorosa accelerazione negli ultimi anni, la montagna nella sua complessità è stata dimenticata. Peggio, si è intervenuti togliendole sempre più servizi destinati alle persone: formazione scolastica, assistenza socio-sanitaria, trasporto pubblico, innovazione tecnologica. Sono queste le scelte che hanno di fatto accentuato la fuga dalle montagne, specialmente dei giovani, privati di un futuro in quota.

 

Mentre ciò avveniva si sono costruite strade superveloci, si sono distribuiti contributi per i grandi alberghi, si sono portati impianti di risalita e bacini di innevamento artificiale anche nel cuore di aree protette: mentre si toglievano servizi essenziali alla persona, una minoranza imprenditoriale veniva sostenuta con fondi pubblici.

 

Nonostante questo, noi non abbiamo mai ostacolato l’industria dello sci laddove è rimasta sobria, laddove ha dimostrato attenzione naturalistica e paesaggistica, laddove si è ristrutturato o reso più efficiente l’esistente. Ci siamo invece opposti, con severità, ad ogni ulteriore diffusione della rete impiantistica anche perché, attraverso deroghe e una politica dello spezzatino, giorno dopo giorno le alte quote venivano ulteriormente antropizzate e il consumo di suolo raggiungeva livelli impressionanti. La montagna è divenuta protesi, purtroppo anche culturale, delle città, un luogo di ricreazione, toccata e fuga. Si è puntato sulla massa invece che sulla qualità dell’offerta, e oggi siamo costretti giornalmente a subire un traffico ormai insostenibile. Un problema che non si risolve certamente, come Lei auspica, con ulteriore cementificazione o con una nuova autostrada.

 

Detto questo, Lei lamenta l’avanzare del bosco, un nemico ormai inaccettabile. Ha mai provato a chiedersi perché il bosco sia arrivato in prossimità degli abitati, perché abbiamo perso paesaggi, prati, pascoli in quota? Certamente non lo fa l’antropologo da Lei osannato, Annibale Salsa. Eppure, anche per lui su questo tema si aprirebbe uno spazio di ricerca che risulterebbe utile a noi e al pigro mondo imprenditoriale. Il bosco avanza certo per lo spopolamento delle vallate. Guarda caso analogo fenomeno è presente anche in altre zone a turismo maturo: le vallate del giro del Sella, Madonna di Campiglio, Bormio.

 

Succede perché abbiamo abbandonato la cura del territorio, bosco, prati, pascoli in quanto attività ritenuta non redditizia e troppo faticosa. E’ accaduto anche perché un’industria turistica invadente e miope ha privato i nostri paesi di risorse umane e ha modificato i “montanari” dal punto di vista antropologico. Troppi montanari, non tutti per fortuna, sono diventati salottieri. Questa è la dura realtà che dovremo, tutti insieme, affrontare.

 

Pensi un po’ con i soli soldi della pista di bob prevista per le Olimpiadi a Cortina, come avremmo potuto ridare dignità al territorio e al paesaggio. Avremmo potuto (e possiamo ancora) diffondere occasioni di lavoro incredibili, portandovi, sia in bosco che nell’agricoltura di montagna, innovazione, mantenendo sul territorio i giovani in fuga. Ma perché questo avvenga, come noi abbiamo più volte evidenziato, c’è bisogno di un programma sociale e di sviluppo complesso, non certo la semplificazione presente in due appuntamenti mordi e fuggi come sono i Mondiali di sci alpino o le prossime Olimpiadi invernali.

 

Pensi quanto lavoro possiamo creare/diffondere ritornando, ovviamente con la tecnologia attuale magari mitigata negli effetti ambientali, a coltivare le nostre foreste, i pascoli, a riaprire gli spazi aperti e i paesaggi perduti, a ritornare ad una agricoltura salubre ed equilibrata, a potenziare la biodiversità presente nelle montagne italiane. Dovremmo riportare attenzione alle sinergie fra le diverse filiere, turismo, agricoltura, legno, energia e servizi per fare in modo che il valore aggiunto derivante dalla lavorazione dei nostri beni comuni rimanga sul territorio. Ci aiuta su questo ambizioso progetto? Noi ci siamo e ci siamo sempre stati perché non abbiamo mai vissuto nei salotti del chiacchiericcio e dello champagne.

 

Lei ha anche irriso il nostro gesto simbolico di mettere a dimora un abete. Le spieghiamo, solo in modo sintetico, quanto profondi siano i contenuti di quel gesto simbolico. L’abete è una pianta semplice, idonea a vivere in alta quota, ha rappresentato la base qualitativa del vivere la montagna fino a 40–50 anni fa. Quindi è un simbolo identitario di noi ambientalisti e abitanti della montagna. Grazie abete.

 

L’abete è sobrio ma complesso nella sua vita. La società di oggi e quella dell’immediato futuro ha bisogno di ritornare alla sobrietà e alla capacità di leggere la complessità del nostro mondo, l’ambiente certo, ma anche l’intera società. Grazie abete.
L’abete è parte del 98% delle forme di vita del nostro pianeta. La componente animale rappresenta solo il 2%, delle forme di vita, meno dell’1% fa riferimento all’essere umano. Grazie abete.

 

L’abete, come tutte le piante, ci offre (in modo gratuito) protezione, sicurezza, ricreazione, salute e ristoro, assorbe Co2, fa parte di un ecosistema complesso. Questo ecosistema, noi umani, siamo abituati a leggerlo solo nella parte di pianta che svetta verso il cielo. Quando invece la vita di ogni pianta per due terzi si sviluppa dal suolo verso il basso, creando interazioni fondamentali. Grazie abete.

L’abete, come tutte le piante, lega la vita della terra a quella del cielo, al bisogno di luce, è quindi un simbolo che ci permette di valutare la complessità di ogni azione che imponiamo al territorio. Grazie abete.

 

Ovviamente i simboli raccolti nell’abete sono anche altri. Pensi quale errore, culturale e simbolico, si farebbe se si abolissero le feste degli alberi: la tempesta Vaia qualche messaggio nel merito dovrebbe averlo lasciato. Qualora lo ritenga utile, noi siamo disponibili ad un confronto programmatico, con l’associazione che Lei rappresenta, proprio perché siamo consapevoli che questo è il momento di investire in montagna, senza più consumarla e senza più offenderla. Con un solo obiettivo: potenziare la qualità del bene ambiente e del vivere di noi umani".

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