Troppe esche e reti da pesca abbandonate: un pericolo per uccelli e non solo. L’esperto: “È necessario prestare più attenzione quando si va a pescare”
Le attrezzature da pesca abbandonate rappresentano un pericolo reale per molte specie di pesci, uccelli e mammiferi marini, l’esperto del Muse: “Il filo della lenza può avvolgersi intorno ai tarsi delle zampe, causando la necrosi dei tessuti e la successiva amputazione dell’arto. Oppure può anche avvolgere il collo, causando soffocamento”

PERGINE VALSUGANA. Si tratta di un fenomeno noto in inglese con il nome di ghost fishing, ma anche in Italia ogni anno provoca la morte di molti esemplari di uccelli e non solo. “Le attrezzature da pesca abbandonate, intenzionalmente o no, continuano a rappresentare un pericolo reale per gli organismi acquatici come pesci, uccelli o mammiferi marini”, racconta a Il Dolomiti Karol Tabarelli de Fatis, assistente tecnico scientifico della sezione zoologia dei vertebrati del Muse di Trento.
L’ultimo episodio è emerso quando una signora ha avvistato un Cormorano sul lago di Canzolino e ha postato la sua foto sul gruppo Facebook “Sei di Pergine se”. A scatenare curiosità (e, soprattutto, preoccupazione) è l’oggetto appeso al becco dell’uccello, che sembra un piccolo pesce, ma che in realtà molto probabilmente è un’esca alla quale il Cormorano si è impigliato. Una tipologia di rifiuto purtroppo frequente negli ambienti umidi.
Nella pesca può accadere che l’esca si impigli e che, tirando la canna da pesca, la lenza si spezzi, disperdendo nell’ambiente amo o ancorette. Ci vuole un secondo perché la lenza si rompa, ma poi il rifiuto rimane nell’ambiente per anni e anni, creando non pochi problemi alla fauna. “Il filo della lenza – aggiunge Tabarelli de Fatis – può avvolgersi intorno ai tarsi delle zampe degli uccelli, causando la necrosi dei tessuti e la successiva amputazione dell’arto. Oppure può anche avvolgere il collo, causando soffocamento. Le esche invece possono attrarre l’attenzione degli uccelli e conficcarsi nel loro becco, nelle mucose buccali e nell’esofago: insomma, all’interno dell’apparato digerente”.




Il “ghost fishing” non riguarda solo gli ambienti lacustri, ma coinvolge anche quelli marini. “Però, per quanto riguarda le reti utilizzate nella pesca in mare – spiega Tabarelli de Fatis – si stanno sperimentando dei materiali biodegradabili, che in due anni circa scompaiono”. Per la pesca nei laghi, invece, l’unica soluzione finora è la prevenzione: durante le sue battute, il pescatore deve prestare attenzione ai rifiuti che produce, soprattutto quando si tratta di fili ed esche. “Particolare attenzione – avverte Tabarelli de Fatis – dovrebbe essere riservata alla pesca in quei luoghi dove è più facile che l’esca si incastri: ad esempio in prossimità di rami, radici e canneti”.
Per prevenire il “ghost fishing”, inoltre, una soluzione potrebbe essere quella di comprare lenze più robuste, come quelle trecciate di buon diametro fatte in dyneema, o il fluorocarbon, che è marginalmente più resistente alla trazione.














