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Convegno Apot, il futuro della mela tra pratiche biologiche e strategie urbanistiche visionarie

Apot guarda alla cura del paesaggio rurale come un'occasione per rilanciare il settore della frutticoltura italiana. Lo fa nel suo ultimo convegno in cui, con l'aiuto dell'archistar Stefano Boeri, esplora il rapporto che può nascere tra città, ruralità e natura

Di Nereo Pederzolli - 19 febbraio 2021 - 19:01

TRENTO. Coltivare il futuro delle mele partendo da strategie urbanistiche decisamente ‘visionarie’. Ponendo al centro della discussione i concetti più evoluti di ecosostenibilità. Coinvolgendo nel dibattito l’archistar Stefano Boeri in una lezione – via web – d’ampio respiro. Gestire il territorio per salvare il paesaggio, anche quello della frutticoltura dolomitica.

 

Perché il nuovo – ribadisce subito Boeri – non è nelle città, ma in campagna. Bisogna guardare oltre le aggregazioni urbane, puntare ad una sinergia tra colture rurali e la naturalità più spontanea. Senza timori, per progettare un futuro davvero più sostenibile”.

Intervento inserito nella ‘webinar’ promossa dall’Apot, l’associazione che rappresenta i frutticoltori trentini, operatori che, curando una miriade di appezzamenti – quasi 31 mila –, custodiscono pure l’habitat. Garantendo reddito, stimolando nuove forme agricole. Che devono – questo è il messaggio emerso dai vari interventi legati alla ‘lezione Boeri’ – ripensare tempi e modi di fare frutticoltura.

 

Gli esempi? Magari in micro campi urbani, anche sfruttando la verticalità. Il progettista dei celeberrimi quanto futuribili ’orti verticali’ realizzati in un elegantissimo complesso edilizio a Milano non cita le mele del Trentino, ma ogni sua considerazione urbanistica – con esempi che spaziano da prototipi di città rurali messicane, la grande muraglia verde dall’Africa all’estremo oriente, comprese visionarie iniziative urbane cinesi – stimola a ridefinire il concetto stesso di frutticoltura.

 

Il Trentino però torna ad essere considerato nelle dotte dissertazioni di Boeri riguardo il recupero del legno del ‘dopo Vaia’ e nell’altrettanto simbolica installazione realizzata ad Artesella. Dove al meglio si concretizza il legame che Boeri continua ad esaltare: natura con ruralità e urbanità. “Perché bisogna piantare più alberi nei centri urbani e attirare più esseri umani nei boschi”. Magari ripopolando i borghi più isolati della campagna (sono quasi 6 mila!) e recuperare le cascine agricole trasformandoli in ‘hub’ innovativi, contemporanei, per coinvolgere al meglio i produttori con i consumatori.

 

Apot (Melinda, La Trentina, Copag: l’85% della produzione totale provinciale) dal canto suo ha decisamente ‘sposato’ le strategie che mirano a potenziare le colture bio – sono oltre mille gli ettari di mele trentine gestiti con pratiche biologiche, aree in costante espansione, triplicate nell’ultimo triennio – per rispettare la tipicità stessa dei frutti che maturano nelle vallate vocate.

 

Frutticoltori dunque che mirano a nuovi scenari, chiamando a raccolta anche i consumatori. Per un coinvolgimento reciproco.

 

Dal canto loro, i melicoltori stanno intensificando le pratiche agricole più rispettose della biodiversità, ridotto drasticamente i trattamenti di sintesi, sperimentato – con successo e grande risparmio energetico – la conservazione delle mele in profonde quanto naturali celle ipogee – nella miniera di Taio - nonché avviato forme di commercializzazione più sostenibili. Sia a livello ecologico, che economico e sociale. Lo hanno sottolineato gli altri relatori al ‘video convegno’ di Apot, parlando di certificazione, tutela, politiche di sviluppo economico in ottica europea. Sempre con la mela al centro del confronto.

 

Perché la mela – citando un motto dell’indimenticabile critico d’arte Philippe Daverio - può e deve salvare il territorio dove matura proprio per salvare sé stessa.

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