Bracconaggio, Lipu: ''L'Italia tra i Paesi che non rispettano gli impegni. Tra le zone più a rischio le Prealpi lombardo-venete"
Le Prealpi lombardo-venete sono uno dei principali black spot del bracconaggio e i dati non lasciano ben sperare, con numerose denunce, arresti e sequestri di materiale illegale ad opera ogni anno delle autorità competenti. Nonostante ciò per le associazioni la politica sembra fare l’opposto di quanto dovrebbe: dopo la Lombardia, anche il Veneto ha avanzato una proposta di legge che, di fatto, rischia di favorire anche le attività illegali

VENEZIA Le Prealpi lombardo-venete sono uno dei black spot del bracconaggio più importanti a livello nazionale e i dati non lasciano ben sperare: anche nel 2024 l’operazione Pettirosso ha portato a numerose denunce, arresti e sequestri di materiale illegale. Nonostante ciò, spiegano le associazioni di tutela dell'ambiente e della fauna, la politica sembra fare l’opposto di quanto dovrebbe: dopo la Lombardia, anche il Veneto ha avanzato una proposta di legge che, di fatto, rischia di favorire anche le attività illegali.
Pochi giorni fa, BirdLife International (Lipu in Italia, Lega italiana protezione uccelli) ha rilasciato The killing 3.0, un report sull’impegno di 46 Paesi nel contrasto al bracconaggio: di questi, ben 38 non stanno rispettando gli impegni per il 2030 di contrasto. In Italia, in particolare, è la zona delle Prealpi lombardo - venete a essere tra le più a rischio per la migrazione degli uccelli, eppure il bracconaggio rimane una minaccia per la biodiversità. “Non abbiamo dati specifici - spiega a Il Dolomiti Giovanni Albarella, responsabile Antibracconaggio e attività venatoria per Lipu - ma ci rifacciamo a cronache giudiziarie e operazioni condotte dalle autorità competenti, dalle quali emerge la criticità della zona delle Prealpi: ogni anno l'operazione Pettirosso ci restituisce infatti numeri piuttosto importanti”. Solo lo scorso anno, ad esempio, ha portato a 100 denunce per reati contro l’avifauna, 4 arresti, oltre 1.000 dispositivi di cattura illegale sequestrati e 1.000 uccelli vivi restituiti alla natura.
Eppure, Lombardia e Veneto sembrano andare in direzione opposta. Lo scorso gennaio, la Giunta regionale lombarda ha dato il via libera alla sanatoria degli uccelli da richiamo detenuti dai cacciatori, richiami vivi troppo speso frutto di catture illecite. Inoltre, ha introdotto la possibilità di utilizzare per l’allevamento degli uccelli, al posto di anelli chiusi, anche fascette: tutto ciò è in contrasto, evidenzia Oipa, con le normative e può portare a una sorta di legalizzazione del bracconaggio. La legge prevede infatti che i richiami provenienti da allevamento siano dotati di un anello chiuso (inamovibile) e numerato, con diametro specifico per ciascuna specie, che può essere apposto entro i primi dieci giorni dalla nascita provando che l’animale è nato in cattività e non catturato illegalmente.
“Il giochetto - prosegue Albarella - sta ad esempio nel dire che l’anello può essere fatto di un particolare materiale facilmente modificabile, o essere di dimensioni maggiori rispetto alla reale esigenza (in questo modo può essere inserito e poi stretto) o peggio sostituito con fascette di plastica: così però l’inamovibilità non può essere garantita. La Lombardia ha inoltre affermato che l’uccello, cui si è sparato ma senza ucciderlo, una volta curato può essere usato come richiamo vivo: come distinguere a quel punto un richiamo vivo da un uccello catturato illegalmente? Insomma, questi provvedimenti consentono di fatto una facilità da parte dei bracconieri a operare riducendo il rischio di essere scoperti”.
E il Veneto sembra seguire la stessa strada. In Consiglio regionale è stata, infatti, avanzata una proposta di modifica alla legge sulla protezione della fauna selvatica e per il prelievo venatorio. Una scelta fortemente criticata da Andrea Zanoni e Renzo Masolo, consiglieri di Europa Verde, secondo i quali “questo progetto di legge rappresenta una vera e propria sanatoria per la detenzione di uccelli catturati illegalmente perché potrebbe facilitare l'uso di metodi non autorizzati per l'allevamento dei richiami. Il Veneto è noto per l'elevato numero di reati contro la fauna selvatica e per la cattura illegale di uccelli destinati a richiamo: la nuova legge potrebbe aggravare la situazione, rendendo più difficile per le forze dell’ordine distinguere tra richiami legali e illegali".
I consiglieri riportano anche il parere di Ispra, da loro interpellata, secondo la quale, poiché tutti i richiami vivi sono già identificabili mediante anello inamovibile, non si ravvisano motivazioni di ordine tecnico per sostituire i contrassegni preesistenti con altri le cui caratteristiche non sono peraltro indicate nel progetto di legge. Inoltre, conferma che la sostituzione dei contrassegni ostacolerebbe la possibilità di controlli per verificare la legittima provenienza dei soggetti detenuti. “Apporre un anello alla zampa di un uccello selvatico illecitamente detenuto per regolarizzarne ex post il possesso è come mettere una targa posseduta legittimamente a un'auto rubata, con l'aggravante che mentre l'auto è rubata a un singolo privato, un tordo o un'allodola verrebbero rubati allo Stato. Un modo per sanare una lunga serie di reati come il bracconaggio, la cattura con mezzi vietati, il traffico di fauna selvatica, il furto ai danni dello Stato, la ricettazione. Ciononostante, il testo è stato approvato dalla Terza commissione col voto favorevole di Lega e Fratelli d’Italia e il voto contrario di Europa Verde e Veneto Vale", concludono Zanoni e Masolo.












