"Fatherland": dov'è la nostra patria? Un film essenziale e girato elegantemente per ricordarci la fragilità della nostra democrazia

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Patria è una parola pesante. E risuona nel coinvolgente “Fatherland”, diretto dal polacco Paweł Aleksander Pawlikowski.
Il Premio Nobel alla letteratura (nel 1929) Thomas Mann (Hanns Zischler) ritorna in Germania nel 1949 per essere premiato, è accompagnato dalla figlia Erika.
Il film non è un biopic, è un’intensa storia di rapporti familiari distrutti e consolidati, di condivisioni, di sentimenti forti.
Lo scrittore, che aveva lasciato la patria nel 1933 emigrando in Svizzera e poi negli Stati Uniti, viene invitato nel dopoguerra in Germania per ritirare il “Premio Goethe”. Uno a Francoforte, in Germania ovest dove è nato Goethe, l’altro a Weimar in Germania est dove il grande pensatore è morto.
Nella scena iniziale lo scrittore Klaus Mann è al telefono con la sorella Erika; lei lo invita a Francoforte.
Ma Klaus (August Diehl) è depresso, dipende dai farmaci; la sua fragilità lo porta a suicidarsi.
Il regista con il bianco e nero, sua caratteristica stilistica, vedi “Ida”, mostra l’espressività e la drammaticità nei volti; non serve parlare per esprimere le emozioni e la tedesca pluripremiata Sandra Hueller (“Anatomia di una caduta”) ci riesce perfettamente.
Un’immersione nel ricordo del passato che diviene presente, dove il senso di patria, di confini, di Europa, di solidarietà, risuonano.
Le domande dei giornalisti in conferenza stampa a Francoforte portano lo scrittore a rispondere con la frase famosa pronunciata in inglese sul suo concetto di patria, su dove sia la sua Heimat. Ed Erika deve fare i conti con il suo passato; il suo ex marito ai tempi alleato con Hitler si avvicina a lei durante un ricevimento e non dimostra minimamente un pentimento.
Immediata la reazione di Erika. Risentimento, rabbia e rifiuto. Abbandona il ricevimento per tornare dal padre. Il giorno dopo è lei che guida la nera buickner verso Weimar.
Un rapporto intenso quello tra padre e figlia, rafforzato dalla splendida fotografia e dalla musica di Johann Sebastian Bach. “Jesus bleibet meine Freude-Gesù, mia gioia rimasta” suonata tra le rovine di una chiesa, diviene intimità, memoria, umana riconciliazione di Erika e Thomas Mann.
Il film ha vinto il Prix de la mise en scene (Premio per la miglior regia) a Cannes79. Ottantadue minuti essenziali, elegantemente girati per ricordarci la fragilità della nostra democrazia.


















