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Prima mangiapreti e cagaparticole oggi sinistri e legaioli: è il 2019 riusciamo a superare l'insulto?

In una politica urlata con tifo da stadio l’ultimo residuo di lotta viene annichilito, l’ultimo barlume di coscienza critica annientato, gli avanzi di una coesione sociale – da sempre a rischio in Italia – distrutti. Vince la violenza, il fratello scemo della politica, come scrive Antonio Scurati
Dal blog di Anansi - 03 gennaio 2019 - 20:24

Mangiapreti e cagaparticole. Fascisti e comunisti. Sinistri e legaioli. Pidioti e grullini. La retorica è sempre la stessa. Cambiano i mezzi di comunicazione difensiva ed offensiva: dai comizi siamo passati alle dirette Facebook, dai manifesti murali ai tweet, dagli attacchi alle sedi dei partiti e dei sindacati alle shitstorm. E cambiano i toni e i tempi della campagna elettorale, ormai eterna, ridondante, asfittica e asfissiante. Non è più questione di coscienza, è questione di tifo calcistico: non importa se il mio ministro l’ha fatta franca dopo un fallo da ultimo uomo, mentre il tuo senatore è in posizione regolare e l’arbitro ha fischiato il fuorigioco. Noi abbiamo vinto, voi avete perso. Ed è giusto così. Punto.

 

E intanto l’ultimo residuo di lotta politica viene annichilito, l’ultimo barlume di coscienza critica annientato, gli avanzi di una coesione sociale – da sempre a rischio in Italia – distrutti. Vince la violenza, il fratello scemo della politica, come scrive Antonio Scurati nel suo M. Il figlio del secolo. Ad un “Ruspa!” si risponde “Razzista!”, ad un “Fascista!” si risponde “Buonista!”, ad un “Ignorante!” si risponde “Professorone!”. E quando abbiamo bisogno di vidimare la nostra opinione, bastano un click su Google e un CTRL+C e un CTRL+V su un articolo a supporto delle nostre tesi. Sul “complotto pluto-giudaico-massonico”, sulla “teoria del gender” o sulla “terra piatta”.

 

Nell’epoca dei 280 caratteri (in realtà molti molti meno) trionfa l’ipertesto. O – soprattutto da destra – anche soltanto un insulto di uno o due parole. Oppure – soprattutto da sinistra – un bel blast confezionato da una torre d’avorio, pronto a ricevere decine o centinaia di like, l’equivalente odierno ai famigerati 15 minuti di Andy Warhol. Si rifugge la complessità e ogni tentativo di scavare nel profondo dei nostri animi è bandito. Siamo un esercito di sordi che miracolosamente possiede il dono e il diritto della parola e lo esercita nei modi più bizzarri e astrusi.

 

Da un lato una destra compatta che ha nominato un ministro (dal latino MINISTER, “servitore”) “capitano” con i suoi facili slogan e le sue felpe e le sue divise intercambiabili a seconda dell’evenienza, dall’altro lato una sinistra sparpagliata che intravede nei metodi brutali ed intellettualoidi – beninteso, la critica è rivolta ai metodi, non ai contenuti – di un Burioni o di un Mentana la via per la salvezza. “Blastare laggente” contro “Ruspa”. Siamo arrivati a questo. E in tutto questo, il partito di maggioranza, la misteriosa nebulosa chiamata MoVimento 5 Stelle, fra un’epurazione e l’altra, preferisce pendere a destra piuttosto che a sinistra, si destreggia tra le evidenti contraddizioni del suo statuto, condensa la tanto declamata democrazia diretta nel cosiddetto reddito di cittadinanza, tira un paio di colpi al cerchio e uno alla botte. E i suoi elettori ancora si giustificano di fronte all’indifendibile. D’altronde in un derby anche il pareggio va bene.

 

Nel 1974, in risposta a Calvino, Pasolini scriveva che «augurarsi di non incontrare mai dei giovani fascisti è una bestemmia, perché, al contrario, noi dovremmo far di tutto per individuarli e per incontrarli. Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno – quando sono diventati adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ragioni e necessità – ha posto loro razzisticamente il marchio di fascisti. È una atroce forma di disperazione e nevrosi che spinge un giovane a una simile scelta; e forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso. Non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l’indignazione, più tranquilla era la coscienza».

 

Dovremmo smetterla di insultarci dandoci reciprocamente dei “fascisti” – ad eccezione, ovviamente, dei fascisti del terzo millennio, che incredibilmente continuano a scambiare un insulto per un elogio -, dei “comunisti”, dei “buonisti”, dei “razzisti”, dei “professoroni”, degli “ignoranti” e, invece, cominciare a dialogare profondamente e intensamente e a scardinarci da posizioni partitiche, mettendo invece in discussione le nostre posizioni politiche individuali e collettive. Altrimenti, citando e parafrasando Gobetti, rimarremo semplicemente l’autobiografia di questa nazione. È il 2019. Sarebbe il caso di riscriverla prima o poi.

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