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Da Trento ''Città green'' a Trento '' Città verde''/Lega il passo è breve se il Pd resta in versione ''brillantina''

A Gardolo in un’assemblea battezzata “Officina delle idee” si è tenuta la prima tappa di un percorso di ascolto del Partito democratico, che ne annuncia altre sparse sul territorio cittadino. Il leitmotiv pareva quello di una mitica pubblicità degli anni Sessanta ''ho fatto, ho fatto, ma non ho visto niente''
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 30 ottobre 2019

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Ho fatto, ho fatto, ma non ho visto niente”. Chi se la ricorda? Era una “mitica” pubblicità degli anni Sessanta. Indicava nella brillantina una panacea anti caduta. Dei capelli. Quasi mezzo secolo dopo quel Carosello quello slogan azzeccato e mendace – (la brillantina al massimo incolla il capello di chi ce l’ha senza produrne altri) – è tornato prepotente e divertente alla mente. Dove? In un incontro del Partito Democratico. A Trento, anzi a Gardolo. Un’assemblea battezzata “Officina delle idee”. Prima tappa di un percorso di ascolto che ne annuncia altre sparse sul territorio cittadino.

 

Che c’azzecca “Ho fatto, ho fatto…”? C’azzecca perché si è respirata a lunghi tratti la “sindrome Linetti”, (il nome della nota brillantina). È la sindrome di chi ha governato negli ultimi cinque anni Trento e nel momento di sintetizzare un bilancio che vorrebbe essere di orgoglio mette le mani avanti rispetto ad una realtà che potrebbe rivelarsi amara, per nulla premiante, da qui a pochi mesi. Da qui alle elezioni comunali del maggio prossimo. “Abbiamo fatto, e tanto, ma non è scontato che gli abitanti del capoluogo ce lo riconosceranno nell’urna”. Il sindaco Andreatta – l’uomo in perenne ascesi con quelle mani spesso giunte e lo sguardo rivolto al cielo – lo ha dichiarato in tono sommesso e forse scaramantico. Ma ci ha preso.

 

Uno dei due assessori di punta, il Gilmozzi dei pubblici cantieri, ha avuto – come altre volte – l’umiltà di non girare attorno alle contraddizioni. “Rifai un pezzo di città che meritava decenza come Piedicastello e in un’assemblea basta una multa non data ad un camion che parcheggia male per spostare il dibattito dalla qualità amministrativa al lamento sui particolari”. E’ la sindrome Linetti, non ci si scappa. Il Pd si prepara alla “pesa”, (elettorale), della sua amministrazione di centrosinistra autonomista. Anzi, del “fu” centrosinistra autonomista perché questa - alla prova dei più recenti eventi - è una definizione tanto labile quanto piena di incognite e forse anche di anacronismo.

 

Sì, perché il Patt per ora coltiva un furbo mezzo, (sarebbe il giusto mezzo, ma non né così) tra opposte chimere. Tra quasi sinistra e destra certa sceglie l’attesa. Pregusta quel ruolo di ago della bilancia che in politica significa alzare la posta (dei posti). Ma tra chi fa surplace il Patt a Trento non è più da solo. C’è un centro più di nome che di fatto che si è messo “In Movimento” per reazione. La reazione al rimpastismo frettoloso e un poco pure autolesionista del primo cittadino. Dopo le elezioni provinciali Andreatta fece fuori il vicesindaco per far spazio in giunta ai futuribili, quelli che fino al giorno prima del voto provinciale fustigavano lui, il Pd e la maggioranza comunale. Un giorno sì e un giorno anche.

 

Il sindaco face quadrare l’incerta matematica della sua coalizione e questo gli è bastato a tirare avanti fino ad oggi. Ma oggi i maltrattati (un vicesindaco, un assessore costretto al harakiri per fedeltà forzata al Pd, due consiglieri da sempre ondivaghi tra una cultura e il suo opposto), stanno anche loro alla finestra. Sono In Movimento senza dire quali saranno il porto e le eventuali poltrone di approdo. Nel marasma il Pd prova ad organizzare e motivare iscritti e simpatizzanti predicando l’urgenza di un “volemose bene” generale, utile e urgente per frenare un’alluvione lego-destrorsa che pare ingrossarsi anche a Trento. E non serve che piova. Il Pd si muove, come è legittimo che sia, rivendicando i successi dell’'amministrazione comunale in campo sociale, in quello dell’ambiente e in quello delle convivenze.

 

Eppure le preoccupazioni sono per una volta nude. C’è la sindrome “Linetti”, appunto. Succede infatti questo: le cose buone che l’amministrazione ha fatto, (santificate anche dai posti d’alta classifica nelle graduatorie nazionali delle città dove si campa meglio), sono considerate come “scontate” dagli abitanti. I trentini si concentrano tuttavia volentieri sulle “mancanze”. Ne dilatano la portata e la misura. Lo fanno un po’ perché abituati anche inconsciamente a pretendere sempre di più e un po’ perché invaghiti dal richiamo dei guastatori di diritti e di buonsenso. Quelli che si stanno mangiando un’Italia in cui il Trentino non è più “altra cosa”. Va così, e non è semplice per nessuno districarsi tra verità e fandonie. Un bel programma elettorale è dunque obbligatorio ma non risolutivo.

 

L’Officina delle idee ambisce a produrre un intreccio virtuoso tra continuità amministrativa e novità. Se sarà una produzione collettiva, (e non solo di partito) come il Pd promette, tanto meglio. Ma in un programma punto per punto rischia di mancare il punto principale. L’unico punto di possibile seppur tardiva svolta. Se agenda ci deve essere si provi a redigere e soprattutto praticare una rivoluzione comportamentale. Comportamenti empatici, un linguaggio semplice e comprensibile, la capacità di ascolto piuttosto che l’attitudine fastidiosa a voler sempre “spiegare” tutto a tutti? E poi il coraggio: confrontarsi e farsi belli tra quelli che già la pensano come te è una bazzecola. Ma il “mondo” non è un microcosmo, non è un’area protetta nella quale, comunque, vige la legge deleteria dei personalismi.

 

Dal leghismo vincente c’è nulla da imparare quanto a contenuto. Però loro “ci sono”. Aizzano, ma sono presenti laddove quelli dagli argomenti “giusti” sono “militanti ignoti”. Troppo semplice? Critiche approssimative e ingenerose? Sarà. Ma si provi a mettere la faccia nei luoghi meno famigliari alla sinistra, rischiando di ricevere rifiuti o insulti. Poi se ne può riparlare. Ecco, il parlare. Non si tratta del “cosa” parlare ma del “come”. Fino ad oggi si è capito poco. Domani? Il domani è purtroppo un dejavu. Prendiamo il dibattito - non dibattito sul futuro candidato sindaco. I pasdaran della discontinuità sono già al lavoro per sbarrare la strada a chi ha già amministrato, (tranne i “loro”, ovviamente). Invocano la “società civile”. Una illusoria panacea al maschile o al femminile.

 

Predicano l’inclusione a praticano l’esclusione, avviando un casting nei microcosmi amicali cittadini. Ma chi ha fatto politica e chi ha amministrato è “società civile o società incivile”? Il Pd almeno a questa domanda provi a rispondere senza ipocrisie e senza la paura di “fare brutta figura”. Se in pubblico si rivendica una buona amministrazione, allora anche i “buoni amministratori” hanno il diritto di non essere immolati preventivamente sull’altare di un nuovismo. Devono potersela giocare anche loro assieme a chissà chi altro. In campo aperto. Con le primarie o qualsiasi altra consultazione che cancelli i riti e la contrattistica dei “tavoli” tra partiti. Si andrà in questa direzione? Boh. Ma occhio, ascoltate un cretino. La si smetta in fretta di gioire per la medaglia di “Città green” e ci sia dia una mossa di metodo, stile e umiltà per impedire che la prossima Trento diventi un quadro monocromatico: “verde Lega”.

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