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Draghi sì o no? Il ridicolo quesito del Movimento 5 Stelle su Rousseau e l’impudica attitudine grillina a prendersi e, soprattutto, a prenderci per il fondoschiena

Per stasera, appena dopo l’ora del the, è atteso un risultato. Da quel risultato senza pathos, la compagnia di giro che sguazza nelle maratone del “parliamoci addosso” a reti unificate fa dipendere le sorti di un nuovo governo. Un governo che potrebbe essere – volenti o nolenti - di Dragoniana memoria. Ma un governo che ci siamo meritati per la generale insipienza che accomuna tutte le latitudini politiche
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 11 febbraio 2021

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico: che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?”. Questo è il quesito, la domanda, l’incitazione, l’ordine. Interrogativo furbetto e grammaticamente incerto - (i due punti non c’azzeccano) - rivolto al “popolo” dei Cinque Stelle. Quel popolo di fu miliTanti ma ridotto oggi a miliPochi. Tutti invitati a votare, votandosi al ridicolo”. Per l’ennesima volta.

 

A CasaDileggio hanno partorito questa scemenza dopo una lotta dura – così almeno si narra - tra Grillo, puristi e presunti impuri del moVimento, (quella maiuscola un po' storpia). Lo hanno fatto – ci si racconta e soprattutto si raccontano tra loro - dopo un travaglio doloroso. Un travaglio arduo perfino per l’immarcescibile Travaglio, il suggeritore presuntuoso dei Cinque stelle che quando parla straparla come un “Robespierre de noaltri”. Quando parla Travaglio è meglio che ti Scanzi, ma anche in quel caso rischi di sbattere nell’ego presuntuoso.

 

I soloni stavolta si sono superati nel produrre quattro misere righe di quell’ipocrisia che sta alla nobiltà della democrazia come gli sgombri stanno alla Nutella. Per stasera, appena dopo l’ora del the, è atteso un risultato. Da quel risultato senza pathos, la compagnia di giro che sguazza nelle maratone del “parliamoci addosso” a reti unificate fa dipendere le sorti di un nuovo governo. Un governo che potrebbe essere – volenti o nolenti - di Dragoniana memoria. Ma un governo che ci siamo meritati per la generale insipienza che accomuna tutte le latitudini politiche.

 

Il Sì al referendum grillino ha l’incertezza applicabile ad un Sinner che gioca contro Fantozzi. Il No avrebbe la stessa portata miracolistica di un Benevento che vince la Champions. Sì o No? Quale che sia, il risultato non attizza. Siamo purtroppo di fronte ad un’altra foglia di Fico che non riesce a nascondere l’impudica attitudine grillina a prendersi e, soprattutto, a prenderci per il fondoschiena.

 

Si sa che la democrazia è fatica: se te la regalano ci deve essere un trucco ma il trucco c’è anche quando la maltratti chiamandola “diretta” con enfasi direttamente proporzionale al livello di turlupinatura. La democrazia richiede il sudore di un costante allenamento alla serietà. Impone una parola in disuso: la responsabilità. Impone anche un minino di rispetto per le intelligenze. Impone l’esercizio di un confronto senza piedistalli e il licenziamento degli spara sentenze di professione.

 

La democrazia domanda anche la dote rara di quell’autocritica che se c’è rende più credibile anche la critica. Sono considerazioni banali ma per più di una forza politica – di forza vera o presunta – anche la banalità è Everest non scalabile. Cosicché mentre un mondo pandemico pena le pene di mille inferni e detta l’agenda che ogni giorno di più non lascia scampo ad uno scampolo di onestà intellettuale, sotto le stelle a luce sempre più fioca si perpetuano troppi Crimi-ni di inconsistenza.

 

Certo, una scusante bisogna concederla anche ai balenghi. Certo, il fine pare debba per forza giustificare tanto i mezzi quanto i mezzucci. Il fine – il via libera a Draghi – non è solo condivisibile: oggi è sacrosanto. Una sacrosanta sconfitta del partitismo per partito preso. Tuttavia si potrebbe – una tantum – mangiare la minestra (anzi il minestrone politico che sta ormai finendo di bollire), senza continuare a sputacchiare le verdure che non piacciono. Quello lasciamolo ai bambini in preda al capriccio.

 

San Mattarella ha cucinato un piatto tanto semplice quanto inusuale. Lo ha fatto nella disperazione. Di sicuro, anche in una benedetta rabbia senile che purtroppo non può manifestare se non maledicendo in privato tanto a destra quanto a manca. I Salvisconi hanno trangugiato la pietanza presidenziale con una felicità più che sospetta. Il Pd si lecca i baffi perché non può leccarsi le ferite di un’impersonalità prolungata oltre ogni misura. Renzi si autoproclama chef: “Ma sì, a nonno Sergio ho lasciato firmare un menù che ho stilato io dalla prima all’ultima portata”.

 

I Cinque Stelle? S’aggrappano ad una Piattaforma dai contenuti informi e dal nome che cita un filosofo, Rousseau, del quale forse sarebbe utile avessero almeno contezza del pensiero. “Non riesco a persuadermi che per avere ragione si debba a tutti i costi avere l’ultima parola”: così, tra l’altro, scriveva l’illuminista.

 

Beh, di parola i Cinque stelle hanno voluto avere sempre sia l’ultima che la penultima. Spesso non sapendo di cosa parlare. Anche nel caso di Draghi l’hanno messa lì come altro non sanno fare: “Aspetta, ti faremo sapere”. Peccato che non sia solo Draghi l’interlocutore. Chi “aspetta” è un’Italia che non ne può più di distinguo lessicali e di indistinto ideale.

 

Ma si può? I grillini andranno avanti così – tirando indietro – anche dopo il quasi scontato via libera a Draghi? Non è che finirà con una consultazione permanente di parenti, amici e vicini di casa prima di ogni voto in Parlamento? E i quesiti continueranno ad essere mitici? Qualcuno ce lo possiamo per altro immaginare perché il grande Catalano di Arbore è morto ma vive insieme a noi.

 

“Preferite vivere di stenti oppure gozzovigliare nella ricchezza?”, “Volete lavorare 15 ore al giorno e non guadagnare che spiccioli o lavorare un’ora alla settimana per ventimila euro al mese?”, “Vi piace mangiare bene e spendere nulla o preferite pagare un panino come un attico al Bosco Verticale?”. E così via, con la fantasia malata di una democrazia diretta. Anzi eterodiretta. Anzi irresponsabile.

 

Chissà se i miliPochi pentastellati guariranno mai dal nanismo infantile in cui giganteggiano alla pari tanto Giggino quanto Dibba. Nemmeno in una fase di acqua alla gola nazionale la ricerca della maturità pare un’opzione possibile. Verrebbe da concludere così: “Ma sì, affoghiamo”. Ma no, non si può. Serve ottimismo. Internet in Italia spesso singhiozza. Magari capiterà la fortuna che al prossimo referendum telematico grillino tutto si inchiodi al primo clic. Per una volta anziché maledirli i gestori della rete dovremo ringraziarli.

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