Gerosa e Biada e il ''turismo del fine vita'': ma davvero siamo arrivati a questo livello?

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
“Chiedere scusa ti rende responsabile mentre usare delle scuse ti rende inaffidabile”. L’aforisma calza, eccome se calza, per la recente dichiarazione (presa di posizione) di una sorella ed un fratello d’Italia. I due – Francesca Gerosa e Daniele Biada - siedono sugli scranni del consiglio provinciale con ruoli e pesi diversi. La prima fa l’assessora all’istruzione, alla cultura, allo sport e quant’altro dovrebbe teoricamente facilitarla in una visione “aperta” del mondo e dei rapporti. Il secondo fa il capogruppo di un gruppo politico che s’è perso esponenti per strada e s’è ridotto a due consiglieri.
Biada e Gerosa (che in più è presidente di Fratelli d’Italia in Trentino) hanno firmato in solenne sintonia il loro “no” alla proposta di legge di iniziativa popolare che punta ad introdurre in Trentino la possibilità di accedere ad un fine vita medicalmente assistito per chi oggi è condannato all’inenarrabile in fatto di sofferenza senza via d’uscita. Sul no del duo parentale (si chiamano Fratelli, mica conoscenti d’Italia) qui ci si astiene dal giudizio. Ci sono questioni di infinita delicatezza che richiamano la coscienza, le convinzioni etiche e religiose ed una montagna di altri distinguo che hanno legittimità ma solo fino a quando non sprofondano – come purtroppo è prassi – nella più bieca strumentalizzazione politica.
Una strumentalizzazione che non frena nemmeno di fronte al dolore di chi patisce l’impossibile e di chi, nelle famiglie, si ammala di disperazione e di impotenza. Leggendo e rileggendo la nota scritta da Gerosa e Biada non si scova materia per interpretare il loro punto di vista sul merito della proposta di legge. Non dicono che sul fine vita (o meglio, sul fine calvario) non occorra legiferare con tutti i paletti di una scelta che resterebbe giustamente tutt’altro che facile per chi decidesse di compierla in un atto estremo di amore per la propria dignità. La non conoscenza delle posizioni di Gerosa e Biada sui contenuti della proposta di legge tuttavia non li assolve da un reato che esprime in poche righe forse per nulla meditate fin troppa leggerezza e, purtroppo, anche una dose abbondante di ipocrisia.
La tesi di Sorella e Fratello è un’iperbole: non hanno senso regole decise regione per regione, provincia per provincia, in assenza di una legislazione nazionale che faccia da riferimento. Gerosa e Biada ci sono o ci fanno? A livello governativo ed a livello di Parlamento la legge sul fine vita è un’ipotesi di cui non è dato sapere l’approdo ma della quale si conoscono, schifati, tutti i dettagli di polemiche e disaccordi infiniti. Le Regioni che si sono mosse lo hanno fatto – per fortuna – perché la sofferenza ha tempi drammaticamente impellenti. Perché la sofferenza non può aspettare l'ignavia di chi – strapagato – non si assume la responsabilità di una scelta e sposta le Calende Greche oltre l’Infinito.
Perché allora il Trentino e l’Alto Adige dovrebbero – così come pensano Gerosa e Biada – allinearsi ad un immobilismo che appena qualche giorno fa è stato confermato in Parlamento con il rinvio in commissione della legge sul fine vita che avrebbe dovuto approdare in aula per il voto? Che senso ha perorare una causa che i due politici sanno perfettamente essere inesistente? Se un senso c’è, beh è un controsenso. Un giochetto come sono tanti i giochetti che galvanizzano negli arzigogoli linguistici la politica ma lasciano interdetti i malati, le loro famiglie, i loro amici. Un senso di nausea (ma non di rassegnazione) che per altro accomuna, come pochissimo altro, le idee politiche o culturali opposte poiché il dolore – quando “governa” le esistenze – non fa distinzione. Il dolore non ha bandiera.
Insistendo nel loro viaggio dentro l’assurdo degli assunti, Gerosa e Biada sfondano il muro di un buon gusto che andrebbe chiesto a tutta la politica come punto di partenza irrinunciabile di un qualsiasi ragionamento. Qual è, dunque, il rischio che paventano nel caso il Trentino legiferasse sul fine vita senza un “chiaro quadro nazionale” in materia? Occhio – sentenziano – che tra una regione e l’altra tra quelle che hanno provato a non chiudere occhi ed orecchie di fronte al dramma dei terminali con sofferenza abnorme potrebbe svilupparsi un “Turismo del fine vita”.
E qui, davvero, non cadono solo le braccia. Cade tutto: cade, prima di tutto, l’idea che di fronte ai drammi il vocabolario sappia adeguarsi optando per i termini che richiamano l’umiltà ed il rispetto. “Turismo del fine vita”? Ma Gerosa e Biada (e viceversa) ci sono o ci fanno? Lo ripetiamo. È, infatti, stupefacente la leggerezza con la quale abusano di un concetto che non esiste e non potrebbe esistere di fronte a persone “costrette” a peregrinare (a volte in Italia, più spesso all’estero) per “finire di vivere”. Per finire di penare e far penare quando ogni speranza è da tempo svanita e quando la fede può essere un’opzione ma non può essere un obbligo. “Chiedere scusa ti rende responsabile mentre usare scuse ti rende inaffidabile”. Si è incominciato così e così si vuol chiudere. Domandare scusa per quel richiamo al “turismo del fine vita” sarebbe per Gerosa e Biada un modo per recuperare il diritto a trattare dal loro punto di vista un tema che merita di soppesare anche le virgole per quanto è lacerante. Profondamente lacerante. Se quelle scuse non ci saranno qualsiasi altra cosa diranno sul “fine vita” scorrerà via come l’acqua. Ma acqua sporca.












