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I due Matteo, facce della stessa medaglia che in tempo di epidemia inseguono sempre la visibilità

Il Matteo “lumbard” vorrebbe che l’Italia stampasse moneta. Immaginando forse il deviato divertimento di vedere che in un supermercato uno spazzolino da denti finisca per costare un camion, con rimorchio, di lire. Altro scambio a centrocampo prima del tiro sicuro nella propria porta, il Matteo toscano si getta nella mischia con una sparata indifendibile: vuole “riaprire subito” la nazione
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 29 marzo 2020

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Ci sono i virologi. Studiosi mai tanto gettonati in una nazione che fin qui s’era appassionata alle sole ricerche sulla corretta quantità di farina per le torte o sulla quantità di “ritocchi” chirurgici di quella o di quell’attore. I virologi sono tanti Diogene. Ieri erano illustri sconosciuti, Oggi sono delle star che, pur scontrandosi a volte come stelle dalle traiettorie impazzite, moltiplicano e attualizzano la mitologica figura. La loro lanterna alimentata a scienza – quella che nessuno si filava fino a tre mesi fa - prova a far luce nel buio pesto di un’inquietante, imbarazzante, incognita collettiva.

 

Ci sono gli untori. Gli untori di questa balorda primavera non vestono le tecno braghe corte di chi corre sulle strade deserte. Né hanno l’andamento incerto di qualche anziano che passeggia sul rischio: suo e altrui. Gli untori non sono in fila al supermercato. Né fanno pisciare otto volte il cane. Purtroppo sono due politici che sversano ettolitri di rischio e paura su un’Italia già gravemente malata di respiro e di timore hanno lo stesso nome: Matteo. Il nome dell’apostolo e dell’impareggiabile vangelo secondo Pasolini. Un nome che richiama la religione e che in effetti, nei due soggetti, questo richiamo onora: disonorando però. La religione dei due Matteo è un sacrilegio: in diretta e in differita, via social, tramite intervista in orridi e finti programmi di intrattenimento.

 

Sono differenti, i due Matteo, solo per il cognome. Ma sono intercambiabili, tragicamente intercambiabili. Gemelli diversi? Gemelli e basta. Entrambi aggiungono danno al danno. Entrambi sanno quel che di male fanno quando danno la stura al loro Ego. Un Ego che cresce con il crescere del generale, drammatico, disorientamento nazionale. Certo, i due Matteo parlano differente. Uno tende più al borbottio, l’altro fa il forbito. Uno recita il rosario dei peggiori istinti fingendo di pregare una Madonna che se lo sentisse dovrebbe, al minimo, ripudiarlo. L’altro sentenzia senza mai un dubbio, quando è indubbio che sotto la crosta della furberia c’è poco o niente.

 

I due Matteo dicono le stesse cose anche quando i loro discorsi sembrano agli antipodi. Perché? Perché il contenuto di quel che dichiarano è sempre secondario rispetto alla loro identica urgenza di manifestare una patologica presunzione. Quel che dicono vale poco o nulla a meno che non si voglia davvero concedere dignità al vuoto pneumatico dei loro slogan e dei loro s/ragionamenti. Danno aria alla bocca incapaci di zittirsi di fronte ad una realtà decisamente più complessa della loro capacità di elaborazione. Ma nella tossicità di un’informazione che nemmeno nell’emergenza massima riesce a spegnere il microfono a chi non ha nulla da proporre se non sé stesso, l'aria diventa inodore. E dunque, la si spruzza come se si trattasse di deodorante.

 

In un mondo normale i due Matteo sarebbero destinati a non essere ascoltati da nessuno. Di fronte, non avrebbero chi si inginocchia davanti ad una felpa baffuta o davanti ad un sorrisino quasi sempre fuori luogo. Ma il mondo che ci tocca non è normale. Non lo è in situazioni per così dire tranquille. Lo è ancor meno in un calvario come quello appena incominciato. È in un mondo anormale che i due Matteo possono sguazzare senza che nessuno si curi di svuotare la piscina delle loro farneticazioni, della loro presunzione. In un mondo assuefatto ad ogni iperbole provocatoria, ad ogni teoria più pericolosa del peggior virus, i due Matteo si passano la palla e puntano felici alla rete. Anzi, all’autorete. Sono le due punte della nazionale del masochismo. Un masochismo che fa proseliti e beato chi ci capisce.

 

Cosicché il Matteo “lumbard” vorrebbe che l’Italia stampasse moneta. Immaginando forse il deviato divertimento di vedere che in un supermercato uno spazzolino da denti finisca per costare un camion con rimorchio di lire. Cosicché, altro scambio a centrocampo prima del tiro sicuro nella propria porta, il Matteo toscano si getta nella mischia con una sparata indifendibile: vuole “riaprire subito” la nazione. Che si passi, stando a quel che dicono i virologi, con ancor più velocità dalle quarantene ai camposanti sembra importare poco. In un mondo normale i due Matteo finirebbero per essere isolati e la cosa finirebbe lì. Ma in questo mondo stravolto e stralunato può essere che sia l’umore a determinare la morale. L’umore di un incubo di cui si conosce forse l’inizio ma del quale nessuno può sapere la fine è manna per i due profeti di sventura: la nostra.

 

Sugli umori, (i peggiori, peggio anche di loro) i due Matteo costruiscono la loro fama e la loro fame. La fama di esasperare, dividere, dare lezioni. Gli umori dei due Matteo sono mutevoli, così come le loro idee. La vergogna della contraddizione continua? Per loro è una medaglia. E da medagliati nell’olimpiade quotidiana di chi la spara più grossa, più becera, più assurda non si preoccupano di urlare tutto e il suo contrario a poche ore di distanza. “Chiudi, apri, chiudi, apri, con Conte facciamo i conti, cento miliardi sono noccioline, avessimo noi le chiavi della cassa”, eccetera.

 

Giocatori d’azzardo i due Matteo. Giocatori che quando hanno potuto giocare a Monopoli con l’Italia – ma con i soldi veri del Governo – non sono mai andati più in là delle misere carte “azzurre”: vicolo corto e vicolo stretto. Di questi due Matteo non c’è bisogno in un presente in cui abbiamo bisogno di tutti, purché onesti e l’onestà intellettuale – perché di questo si parla - può essere di sinistra, di destra o di centro. Non c’è bisogno dei nani – le rispettive truppe di replicanti - che all’ombra dei due Matteo si credono giganti. Ma non c’è bisogno, in realtà, nemmeno di giganti. All’Italia malandata serve finalmente la forza rivoluzionaria di una normalità fatta di competenza, umiltà. E unità vera, non solo sbandierata con ipocrisia e colpi bassi.

 

Una forza trasversale che sappia finalmente mettersi di traverso all’avanzata dei fanfaroni. Ne abbiamo patite tante. Ne stiamo patendo tante e chissà quante altre ne patiremo. Con i borbottii e con il parlar forbito non cureremo. Non ci cureremo.

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