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Il candidato del centrosinistra? Sui manifesti una persona di spalle e voi decidete chi metterci

Ieri l'unica cosa che è stata decisa all'assemblea del Pd è stato di tenere fuori i giornalisti esponendosi a veline e soffiate. Non sarebbe meglio scegliere la trasparenza fino in fondo?
Dal blog di Carmine Ragozzino - 24 luglio 2018 - 15:36

Ad un certo punto arriva una bella ragazza. Aria arcigna. “Via, andate via. Smettetela di origliare”. Sicura la signorina. All’anagrafe di partito pare figuri come amministrativa. E qui – nella cabarettistica maratona dei tentenna tesserati o dirigenti Pd – naturalmente amministra. Come una signorina Rothenmeier de noaltri fa valere il veto all’informazione. Il veto ad informarsi. Il veto – democraticamente votato, s’intende – a far capire qualcosa sulle tanti croci senza delizie di un partito - il Pd - dove la somma delle differenze è più alta del numero dei presenti all’assemblea.

 

“Sono vecchia di bottega” – spiega la giovane. Si gonfia di una magra soddisfazione: aver beccato in castagna quattro giornalisti appostati sotto una finestra. Là sotto non sentono una cippa se non l’altalena dei toni dai quali individuare almeno l’alternarsi degli umori. Non si capisce più di tanto a quali botteghe si riferisca la simpatica guardia. Quelle più famose a sinistra – in un mesozoico che ha meno di trent’anni - erano Oscure. Allora vi albergava un Pci per il quale la politica iniziava con la lettera “p” – a volte maiuscola per ideali e personalità dei protagonisti. Oggi quell’iniziale è stata sostituita da una “c”. La politica è diventata colitica.

 

La politica in casa Pd è frullato di personalismi. E poco più. Il Pd trentino l’altra sera - l’ennesima sera del parliamo di tutto per non concludere nulla – una scelta l’ha fatta: forte e finalmente unitaria, (quasi unanime). Ha scelto di chiudere le porte alla stampa in nome della libertà d’espressione (interna). “Non è un’assemblea come le altre, quelle in cui abbiamo sempre tenuto le porte aperte, perché oggi qualcuno di noi potrebbe sentirsi in imbarazzo a parlare in un momento tanto delicato per poi essere travisato o utilizzato dai rappresentanti dell’informazione”. Borgonovo Re dixit. L’assemblea s’inchinò.

 

A caval Donata non si guarda in bocca. Eppure la presidentessa del Pd dovrebbe conoscere la diffusa abitudine digitale di compagni e compagne, (si dice ancora?). Tanto che nel lasciare aperte le passate assemblee Pd la ragione più gettonata era che in quel modo si evitavano messaggini e sussurri di nascosto, soffiate alla stampa, in onor di chiarezza. Boh. Dissociati. Borgonovo dunque fa chiudere porte e finestre, condannando i militanti alla sauna che obnubila oltremodo pensieri già confusi. L’assemblea è dunque protetta. In tutta “sicurezza” può decidere di non decidere sul candidato presidente della Provincia. Può non votare alcunché per salvare la facciata unitaria: ma è una facciata come quelle di Cinecittà. Dietro? Nulla. Anzi, marasma.

 

I giornalisti, gli spioni, (gente infida anche quando la si accoglie con largo sorriso e pacche sulle spalle), stiano al loro posto. Un posto che per il Pd può essere ovunque purché lontano dal Pd di oggi. Un posto che nonostante il Pd è tuttavia al servizio, (dovrebbe essere), di un’opinione pubblica che ha il diritto di essere informata senza veline. Senza comunicati finali dove perfino le virgole sono frutto di estenuante mediazione. Un’arte utile al tergiversare. Un’arte inutile a procurare attenzione e, non sia mai, a generare un po’ di passione per le sorti della sinistra trentina di cui il Pd è partito maggiore.

 

Anche i giornalisti sono “vecchi di bottega”. Non è un fatto anagrafico. È solo che conoscono il meccanismo. Più il Pd prova a blindare il suo dibattito (?) interno più nel Pd c’è chi spiffera. E così l’unico problema dei giornalisti in questione è quello di badare alla carica dei cellulari. I messaggi si moltiplicano. Certo, sono riassunti. Certo sono accenni. E certo da dentro l’assemblea ognuno fa trapelare quello che gli conviene. Ma la cronaca si fa anche confrontando le minutaglie. Guarda un messaggino e guarda l’altro. Azzarda una sintesi. E poi tieni conto che il fumo sarà anche una brutta bestia ma quando dall’assemblea escono per inalare rischi alla salute si può quasi dedurre che “in fumo veritas”. Piccole verità. Ad alcune occorre far la tara perché non vuoi farti strumento delle beghe altrui. Ma pur sempre verità.

 

E allora a che pro? Non sarebbe stato meglio rischiare la trasparenza anche quando è scomoda, irosa, malpancista o imbarazzata? Non sarebbe stato meglio mettere l’informazione nelle condizioni di non dover ricamare per poi accusarla – come sempre capita – di ricamare notizie su presunte “non notizie”? Sembra lapalissiano. Non lo è. Qualche solone ci spiegherà adesso che anche gli altri partiti fanno così. Ma degli altri partiti il sottoscritto se ne frega. Da un partito che la trasparenza la predica il sottoscritto si aspetta un minimo di coerenza tra parole e fatti.

 

Ecco, i fatti. Ci sono fatti dopo l’assemblea a porte chiuse del Pd? Sulla partita della presidenza della Provincia non c’è una boccia ferma. E quelle in movimento – Rossi, Ghezzi, magari anche Baggia, Tonini o un rosso verde Olivi – sono ancora lontanissime dall’avvicinarsi al pallino. Non c’è da preoccuparsi. Le elezioni sono in ottobre. C’è ancora tempo – un sacco di tempo – per dividersi nei distinguo indistinguibili, nei malumori di una parte per un candidato dal basso che ha rotto le uova nel paniere agli strateghi dell’usato sicuro.

 

O nei malumori di un’altra parte galvanizzata dal fatto che è spuntato d’improvviso un universo di disillusi di centro e di sinistra che se cambiassero qualche rito e qualche faccia forse stavolta smetterebbero di stare alla finestra. Ma non c’è da temere. Abbiamo finalmente scoperto l’illuminata strategia dei tentenna. Ed è geniale. Si andrà alle elezioni contro la peggio destra dell’incultura con un candidato fantasma. Da indovinare. Nel senso che sui manifesti ci sarà uno/una di schiena. Ognuno potrà immaginarlo come il candidato/a ideale. E pregustiamo già i siparietti: “E’ Rossi, no è Ghezzi, è la Baggia, no è mio cugino”. Vuoi vedere che così si vince?

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