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Il Pd di Letta e di governo: riuscirà a riavvicinare le persone? Un tempo (archeologia?) la sinistra ascoltava oggi è sorda e infastidita dagli “ignoranti”

Un tempo, (archeologia), non si schifavano le idee che non venivano dall’interno del partito. Erano benvenute le idee, comprese quelle non in linea. Oggi chi s’azzarda a spendersi senza ambire ad una tessera è considerato un rompiballe. Cosicché il Pd è secondo a nessuno per autoreferenza. Un tempo, (archeologia?), il vocabolario era più povero ma più vero
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 17 marzo 2021

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Sarà un Pd di Letta e di governo? Sarà un Pd con meno smemorati? Da mo’ si sono dimenticati cosa la disarmata società progressista si aspetta da una sinistra che servirebbe aliena dall’ideologia ma ancorata almeno un poco nella realtà. Credere al Pd di Letta e di governo non costa nulla. Oddio, non è che la fiducia abbondi: siamo al lumicino. Decenni di bruschi risvegli dal sogno hanno prodotto il diapason della disillusione. Anche tra i più pervicaci. Anche tra quelli disposti a dare credito nonostante non siano mai stati ripagati in equità, giustizia, idealità.

 

Se ne sono viste troppe. Ci si è invaghiti a milioni di un logorroico che dava fiato all’ego. Il Fonzie di Rignano tirò tutti scemi. Me compreso. Lui “Frottorellò” nella sicumera. Alternò l’accento fiorentino ad un inglese maccheronico, accompagnato da smorfie alla Mister Bean. Un’irritante somiglianza che ha finito col rendere antipatico il più simpatico degli attori britannici. Dopo che Fonzie è sceso dal caterpillar perché l’opera distruzione si era conclusa con larghi squarci in una Casa che non era mai stata la sua, c’è stata la breve epoca delle meteore longilinee, (Martina, carneade). Una scheletrica presenza al vertice di un partito squassato. Una guida tanto onesta quanto anonima.

 

Mica è finita. Recentemente si è immaginato l’inimmaginabile. Si è pensato che un sorriso patologicamente e perennemente fuori luogo potesse spiazzare i ghigni delle iene pronte a sbranarsi anche per una sedia nel direttivo della bocciofila.

La parentesi bonaria ha mandato in sollucchero soltanto la regina del nulla in Tv, la Barbara più furba che santa che non fa differenza tra Erode e Pilato, tra Gesù e Barabba. Lei piange e prega per tutti a favore di telecamera. Tutti amiconi, Zinga compreso, nel caravanserraglio della politica spettacolo. E Zinga c’è cascato, perorando perfino la valenza sociale della Tv nazional popolare. Lo ha fatto con un trasporto tale che il povero Eco non saprà più dove rigirarsi nell’angustia della tomba.

 

In tema di parabole, quella del segretario con un cognome un po’ nomade, ondivago dunque per coerenza anagrafica, si è conclusa a casa di Kafka. Solo lì, da Kafka, un soggetto che per due anni ha lasciato che la torre di Babele - litigiosa tanto nei piani bassi quanto e più in quelli alti - crescesse a dismisura poteva dirsi “schifato”. Prima di sbattere la porta. Ovviamente sorridendo. Ma si può? Il penultimo segretario ha alzato bandiera bianca perché nel Pd da illo tempore le bandiere rosse sono solo memorabilia scenografica. Eccoci dunque al presente. Ecco entrare in scena - grazie a confidenti “buttadentro” di democristiana impostazione - un “Salvador da qui” che è stato chiamato ad unire i disuniti del giorno prima, quelli del giorno prima ancora e probabilmente anche dei giorni a venire.

 

Sarà che si chiama Enrico e che richiama almeno per battesimo, una sinistra dal “senso” che nemmeno “Chi l’ha visto?” cerca più. Sarà che toppando lui, le sedi Pd potrebbero essere affittate alle pompe funebri. Fatto sta che bisogna giocoforza provare a fidarsi pur senza fidarsi nemmeno un briciolo di chi - nel Pd - gode in maniera orgasmica quando infila il dito nelle correnti. Fiduciosi per disperazione dunque. Fiduciosi pregando che dopo tante mutazioni letali il Pd possa riservare la sorpresa di una mutazione prodromica ad una seppure lenta guarigione. Eh sì, le mutazioni. Quelle del Pd sono state così numerose, così intrecciate, che anche il virologo più navigato ha smesso di studiarle. La “variante” più contagiosa tra chi nel Pd detiene poteri sia veri che presunti, al centro come in periferia, è certamente quella che scombina ogni più elementare regola matematica.

 

Per capirsi, se dentro gli organismi decisionali Pd sono in due riescono a scontrarsi in tre. Se sono in tre, si guardano in cagnesco in quattro. Se sono in quattro scattano invidie per cinque. E così via. È la matematica dell’autodistruzione che lascia di sasso quei soldati giapponesi da guerra finita che ancora difendono l’idea di militanza. Hanno ideali ormai sbrindellati che spuntano dalle fondine al posto delle pistole. Però loro li hanno, gli ideali. Eroici. Per essere allora di Letta e di governo, per dare credibilità alle idee e alle parole d’ordine ripulite da quintali di polvere recente, forse il Pd non deve arrovellarsi su nuovi programmi e nuovi organigrammi. Se lo farà sarà come uscire di nuovo senza ombrello sotto un uragano.

 

La malattia del Pd è seria perché l’Alzheimer politico ha cancellato troppe antiche abitudini. Prima tra tutte la semplicità. Un tempo (archeologia?) la sinistra ascoltava. Oggi è sorda, infastidita dagli “ignoranti” che non applaudono alle lezioni di chi si picca di saperla sempre più lunga anche su argomenti di cui non conosce un tubo. Un tempo, (archeologia?) la sinistra non “postava” e non “twittava”, non mostrava il proprio privato sugli sci o in piscina per sembrare “popolo”. Però era sul posto, stava dove c’era bisogno perché accettava di sporcarsi mani e piedi negli altrui bisogni. Anche e soprattutto il bisogno di non sentirsi abbandonati ai propri guai. C’era sempre, o spesso, la sinistra. C’era anche quando esserci era scomodo, imbarazzante, perché te le dicevano di ogni in un’orgia di onesta confusione che non indirizzava mai la rabbia nella direzione giusta. Oggi il Pd banchetta in strada appena prima di un voto. Generalmente fa la faccia offesa verso chi mostra titubanza o si chiede a voce alta come mai sia stato occupato un giorno alla settimana il posto che la Lega occupa tutti i giorni.

 

Un tempo, (archeologia), non si schifavano le idee che non venivano dall’interno del partito. Erano benvenute le idee, comprese quelle non in linea. Oggi chi s’azzarda a spendersi senza ambire ad una tessera è considerato un rompiballe. Cosicché il Pd è secondo a nessuno per autoreferenza. Un tempo, (archeologia?), il vocabolario era più povero ma più vero. Comprensibilità e chiarezza erano l’essenza di una credibilità conquistata tra un bicchiere e un interesse non peloso per le condizioni dell’interlocutore e della sua famiglia. Oggi c’è fretta. Oggi c’è il retro pensiero nichilista di chi non accetta il dubbio. “Non condividete? Peggio per voi”: non sarà la presunzione di tutti ma certo il virus dell’infallibilità ha preso la mano e la parola e troppi. Risultato? Una comunità di fuori tempo che frequentemente sciorina filosofia quando serve olio di gomito. Ad ettolitri.

 

Di Letta e di governo. Dovesse mai rivoluzionarsi, il Pd, dovrà provare a farlo con l’abecedario in mano. Dentro ci sono lettere più che ingiallite: la “T” di tempismo nell’arrivare prima di un giudice a schierarsi con i nuovi schiavi del cibo a domicilio è soltanto uno degli esempi possibili. La “C” di coraggio vale quanto tute le altre lettere assieme: coraggio nel non vergognarsi di pensare in piccolo di fronte alla vaghezza beffarda del pensare “solo” in grande. Oppure la “U” di umiltà. Non è detto porti consenso ma di sicuro non allontana. In fondo tra Lotta e Letta cambia una vocale. Se l’Enrico di oggi dovesse farci un pensiero l’Enrico di ieri potrebbe mandargli un segno di gratitudine. Dal cielo.

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