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Il Pd trentino resta sé stesso: Tafazzi sempre cambiare mai perché il coraggio non è per tutti

Il centrosinistra riparte da Rossi, l'uomo che ha guadagnato la Provincia – in un’altra era geologico sociale - solo per il ritiro di Pacher e solo per l’autolesionismo litigioso del Pd da primarie. Il cambiamento doveva cominciare anche da chi con Rossi ha condiviso l’esperienza del centrosinistrautonomista
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 20 giugno 2018

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Pericolo scampato. Per un paio di mesi si era vissuti nel terrore che il Pd rinsavisse. Anche per sbaglio. Faceva paura l’idea che il Pd accettasse di affrontare la temibilissima urna di ottobre con l’obiettivo di rilanciare almeno un pizzico di valori e rilanciarsi come protagonista anziché stanca comparsa politica. Inquietava la prospettiva del recupero d’identità. Di credibilità. Si tremava, insomma, di fronte all’ipotesi che il Pd trentino provasse davvero ad uscire da quel prolungato anonimato, da quell’inconsistenza e da quella evanescenza che hanno alienato al partito non solo i consensi ma, peggio, anche rispetto o simpatia.

 

Si temeva il rischio di un partito capace di fare autocritica per davvero: mutando i fatti, non le parole. Si disperava all’ipotesi che il Pd potesse iniziare a gettare le basi per rinnovare – insieme - temi e linguaggio. Archiviando – giocoforza - anche la gran parte dei suoi giurassici rappresentanti istituzionali. Una paleontologia che non è anagrafica ma di cultura, modi, passioni. Eccetera. Ebbene. Ci si è preoccupati per nulla. Si è sudato freddo per niente. Il Pd trentino non cambierà. Pericolo scampato. Il Pd ha scelto la coerenza come si confà a chi della coerenza ha un’idea statica, parolaia, ammuffita. Il Pd continuerà – dunque - a riconoscersi in Ugo Rossi. Lo farà obtorto collo, senza alcuna convinzione. Per Disperazione. Lo farà arrossendo? Non è detto. Lo farà recitando il motto dei pavidi: fare di necessità – nella fattispecie di emergenza – una virtù. Presunta.

 

Il Pd confermerà Rossi come candidato presidente della Provincia. Rossi bisserà la guida di un centrosinistra-autonomista che di centro ha troppo, di sinistra quasi nulla e che l’Autonomia la intende come un mantra ma senza porsi l’urgenza di adeguarla con coraggio ad una società in repentino mutamento. Un pensiero – quello del centrosinistra - debole di innovazioni. Alieno ad ogni fatica di costruire e far capire una “visione” del futuro prossimo venturo per questa terra. A questa debolezza si contrapporre la nullità culturale di una destra che spaccia fumo, incultura e frottole. Ma la destra andrà all’incasso: parlerà pure alla pancia ma almeno parla, (e straparla). Chi dovrebbe combatterla con gli argomenti è muto. Ammutolito.

 

Rossi dunque. Ancora Rossi. Di nuovo il signor “per grazia ricevuta”. Come dimenticare, infatti, che Rossi ha guadagnato la Provincia – in un’altra era geologico sociale - solo per il ritiro di Pacher e solo per l’autolesionismo litigioso del Pd da primarie? Cinque anni fa i capofila del Pd indossarono il sospensorio di Tafazzi. Flagellarono gli zebedei propri e altrui nei distinguo e nei reciproci fastidi. Consegnarono all’Ugo le chiavi di piazza Dante. E “ridaiie” – oggi - con sto Rossi. E ridaiie con quel suo Patt o con quel che resta del Patt dopo la diaspora multipla. E’ un Patt che in questi anni è appassito in tutto meno che nell’attitudine a trasformare in un’autostrada ogni pertugio che gli è stato concesso da sinistra (?). Il presidente ha campato troppe volte sull’insipienza di un partner numericamente più forte ma drammaticamente subordinato quando si trattava di far valere la forza dei contenuti.

 

Arieccolo Rossi. Lo rivedremo - con ogni probabilità - “solo” in campagna elettorale. Il “dopo” appare segnato – forse inesorabilmente – dalla furbizia e dall’efficacia devastante di vocabolario semplice. Slogan mutuati dai bar. Ma slogan purtroppo vincenti di fronte all’abitudine sinistra di confrontarsi dentro i microcosmi dell’autoreferenza. Rossi, il signor “per grazia ricevuta” è tuttavia un Attak (del centrosinistra) che s’è seccato dentro il tubetto. Se è vero che un candidato presidente di coalizione dovrebbe fare da collante qualcuno spieghi cosa terrà insieme. E come. Non terrà certo appiccicato al centrosinistra autonomista quel popolo dei diecimila – da moltiplicare almeno per tre – che nel Dolomiti Pride ha reso plastica la distanza siderale tra il buon senso trasversale di un intreccio generazionale e la presunzione.

 

La presunzione di un Rossi che giudica - (malamente) - quel che non conosce. Il centrosinistra non annasperà nell’urna d’ottobre solo perché un presidente arrogante ha liquidato il Dolomiti Pride come folclore. Ma chi quell’evento lo ha reso inaspettato moto popolare per i diritti civili non si sentirà garantito da Rossi. Né da chi ha scelto di appoggiarlo. Difficilmente Rossi farà breccia tra i giovani. Certo, i giovani ignorano tanto Rossi quanto la sua giunta, tanto il consiglio provinciale quanto quelli comunali e persino quelli delle circoscrizioni. Menefreghismo? Piuttosto una difesa. Se ti accorgi dei giovani solo quando sono già diventati vecchi, se non lasci loro che le ultime file, che altro t’aspetti? Ma una volta che i giovani si mobilitano, assieme agli adulti, per affermare diritti civili basilari non puoi voltarti dall’altra parte. Così come non puoi fare il sondaggista dell’arroganza quando alla vigilia di un voto nazionale pronostichi un cappotto del centrosinistra mostrando che la realtà – quella più imbarazzante e pericolosa per la convivenza civile – non ti è entrata nella testa nemmeno come spiffero.

 

Il Pd tutto questo forse lo sa. E forse sa molto altro del “sentire” di una base spaventata, inabile alla reazione ma non ancora sparita. Forse il Pd sa anche di un Trentino sempre meno enclave rispetto al resto d’Italia. Ma se lo sa, perché mai non ha provato ad abbandonare la sua prevedibilità nichilistica? I dirigenti spiegheranno che ci hanno provato. Hanno fatto casting sottotraccia – (ma mica poi tanto), cercando un’alternativa a Rossi. Ma un casting è la tappa finale di un percorso ideale che parte da lontano. Si fa quando si ha una sceneggiatura e non alla cieca. Si fa quando si sa cosa e come si vuol rivoluzionare nell’amministrazione del Trentino.

 

Un casting elettorale è una barzelletta se parte sapendo che comunque ci sono attori scritturati da tempo immemore e intoccabili – (gran parte dei consiglieri provinciali uscenti?) - ai quali aggiungere qualche faccia di facciata. Il Pd non poteva, (non voleva), “derossizzarsi” buttando la croce sul solo presidente. Doveva farla portare anche a chi con Rossi ha condiviso l’esperienza del centrosinistrautonomista. Yes-men e Yes-women che si sono distinti forse nei loro profili social ma raramente in giunta o in aula.

 

Va così. Andrà probabilmente male. Eppure una chance c’era. Era la chance del guardare oltre ottobre, oltre le provinciali. Era la chance di cambiare: temi, squadra, metodi, dialogando con la “meglio società” dei senza tessera anziché con la sezione staccata del museo archeologico che per due mesi si è seduta ad un “tavolo” elettorale mummificato. Dalla crisi si può uscire solo se non si lascia tutto uguale. Si può anche perdere qualche poltrona in Provincia per ritrovare l’umiltà, la riconoscibilità e la benzina per rimettersi in moto. Così il Pd rischia di perdere le poltrone ma anche la faccia. Ne vale la pena?

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