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Quattromila e più emendamenti sono il ''No'' della destra in nome di una democrazia presunta, infantile, che punta a paralizzare l’attività amministrativa

La democrazia non la puoi tirare dove ti pare perché rischia di danneggiarsi inesorabilmente. Il guaio è che se si guasta la democrazia avanzano sfiducia, distacco, indifferenza. I mali peggiori per una società. Piccoli, il presidente del consiglio che ha proposto la riforma del regolamento, pare abbia in mano un jolly. Che tiene coperto
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Di Carmine Ragozzino - 20 marzo 2021

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Elezioni. C’è chi vince e c’è chi perde. Chi vince non ha solo il diritto di governareHa l’obbligo di governare. Chi perde ha il diritto di contestare chi governa. Chi perde ha l’obbligo di provare a far cambiare idee e programmi alla maggioranza. Dovrebbe farlo seminando contenuti anziché espedienti di piccolo cabotaggio e senza respiro ideale. I contenuti – e solo quelli – potrebbero, chissà, dare frutti al prossimo voto. Se gestiti con un minimo di credibilità i contenuti potrebbero anche fiorire a legislatura in corso.

 

La democrazia non la puoi tirare dove ti pare perché rischia di danneggiarsi inesorabilmente. Il guaio è che se si guasta la democrazia avanzano sfiduciadistaccoindifferenza. I mali peggiori per una società.

 

La democrazia: meno la si conosce, meno la si pratica, più la si esalta con parole vuote. Alcuni consiglieri della minoranza del consiglio comunale di Trento – non tutti perché l’onestà intellettuale travalica per fortuna le latitudini politiche - hanno un’idea di democrazia vaga e distorta. Anzi, decisamente pericolosa.

 

Secondo loro in nome di una democrazia presunta, infantile, si può e si deve paralizzare l’attività amministrativa. Lo si può e lo si deve fare quando non si riesce ad ottenere qualche contentino con cui gonfiarsi il petto di fronte ai propri sostenitori.

 

Ma gli elettori di una minoranza sono meno di quelli di una maggioranza. È la matematica, che non è mica un’opinione. Ci si sbaglierà, ma l’opinione diffusa tra gli elettori – quelli che vincono e anche quelli che perdono – è che una volta chiuse le urne la città debba essere “comunque” amministrata. Ci sarà chi darà un voto agli amministratori per valutazione o per fede. Ci sarà sempre chi boccia per partito preso. Ma nessuno godrà mai dell’immobilismo. Non godranno abitanti di sinistra, di destra e di centro.

 

I cittadini soffrono dalla stessa fastidiosa orticaria quando vedono i problemi, i loro problemi, impantanarsi nelle battaglie regolamentari. Le guerre “tecniche” – materia noiosa e distante - aiutano solo chi ha scarsa dimestichezza con le battaglie ideali. Nel consiglio comunale di Trento questa facile via di fuga dalla fatica dei contenuti è una pratica datata, consolidata ma non per questo meno deprecabile. È insopportabile.

 

Una parte della minoranza accampa senza vergogna la pretesa di bloccare l’amministrazione “ad libitum” usando il tempo concesso dal vigente regolamento come una clava. Al tempo – ma solo al “loro” tempo – tendono a non dare limiti: né limiti di buonsenso, né limiti di decenza.

 

Gli emendamenti – l’arma dal caricatore infinito perché funziona a fotocopie di virgole, commi e povere invenzioni linguistiche – garantiscono una vuota, interminabile e affannata oratoria a chicchessia. Se usati in modo contundente anziché come ragionata occasione di miglioramento, precisazione e anche sana opposizione, gli emendamenti diventano un tragico “passatempo”: deleterio. Viene rinviata, messa in freezer, la soluzione di un qualsiasi problema. Si congelano programmi, azioni, investimenti, eccetera.

 

Il risultato di questo andazzo ha un nome che inquieta: ricatto. Ma occhio, è un ricatto legittimo: ostruzionismo codificato. L’incapacità di creare consenso attorno alle proprie idee è autorizzata dal “regolamento”. Cosicché la minoranza inchioda alle calende greche la maggioranza immaginando (spesso a ragione), che quando il gioco si fa duro i duri mollano. Succede che per farla finita – per disperazione o per difetto grave di coraggio delle maggioranze - il pateracchio sostituisca alla nobiltà della mediazione. Per dirla meglio: la minoranza minaccia “consigli comunali da qui all’eternità” sapendo che le vesciche imploranti renderanno complicate le maratone e più facili i pasticci. E’ l’indistinto nella politica che allontana dalla politica.

 

La maggioranza cede – a volte senza nemmeno provare a resistere - su quisquiglie ma anche su questioni serie e dirimenti rispetto alla propria idea di governo. Bene (anzi male). In questi giorni a Trento una maggioranza che non è eroica ma che almeno non è pavida rispetto al mandato che gli elettori le hanno affidato sta tentando di garantirsi una maggiore agibilità. Lo fa consapevole di un momento in cui le disgrazie pandemiche stanno tramortendo Trento. Un momento in cui si impone un “fare” più veloce, più serio e più credibile di ogni altra epoca per così dire “normale”.

 

La maggioranza vuol mettere mano al regolamento del consiglio comunale proponendo nulla più che tempi “certi” alla sua attività e a quella dell’intero consiglio comunale. Tempi certi da stabilire non contro ma assieme alle minoranze, con tutela perfino eccessiva. Tempi certi che si traducono in una equità di spazio per le discussioni tra maggioranza e minoranza ma escludendo il rischio di non finire mai una discussionedi non arrivare mai ad un votoad una decisione.

 

Tempi certi per ristabilire la logica della politica: chi governa può e forse anche deve essere messo in croce dalle idee ma non può essere tanto masochista da fornire i chiodi all’ostruzionismo seriale. LegaTrento Unita (il movimento di Merler, aspirante frustrato al perenne ruolo di ego della bilancia) e Fratelli d’Italia: loro gridano al liberticidio. Bisogna capirli: con la riforma perderebbero la libertà di interdizione perpetua. Temono di aver poche altre carte da giocare.

 

Ma c’è minoranza e minoranza in consiglio a Trento. Capita che RinascimentoSi Può Fare e Onda Civica non si sentano poi così “imbavagliati” alla prospettiva di non vedersi limitati nell’esprimere le loro posizioni da una proposta di regolamento che assegnerebbe lo stesso tempo complessivo di intervento a maggioranza e minoranze negli argomenti più importanti per la città.

 

Può essere che la prossima settimana la faccenda quagli. O naufraghi. È difficile capire tra accuse reciprochegrida manzonianerinvii. Quattromila e più emendamenti sono il “no pasaran” targato destra. Discuterli vorrebbe dire votare quando Marte sarà raggiungibile in un nanosecondo. Piccoli, il presidente del consiglio che ha proposto la riforma del regolamento, pare abbia in mano un jolly. Che tiene coperto.

 

Comunque vada un passo avanti finalmente si è fatto. In consiglio comunale si è finalmente posto un problema che riabilita la parola democrazia. Altro che ferirla. La si toglie dall’ipocrisia di chi la cita a vanvera. Se la riforma del buonsenso resterà al palo quando la città si chiederà perché provvedimenti importanti ritardano o vengono inspiegabilmente edulcorati potrà darsi una spiegazione. Chiara.

 

Nota a margineNell’ultimo consiglio comunale, mercoledì, il presidente Piccoli si è cimentato come barzellettiere. In diretta streaming ha raccontato una storiella vagamente sessista, tanto brutta e scontata che al confronto Alvaro Vitali surclassa la genialità di Proietti. Le consigliere? Disattente, si spera. Inutile infierire. Meglio una battuta a nostra volta: “Bar Comune, nessun gaudio”. Eh sì, il Comune è pur sempre un’istituzione. Non è una succursale di “La sai l’ultima?”. Piccoli lo sa di sicuro e certo non insisterà. E se proprio, faccia spegnere la telecamera e il microfono della “diretta”.

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