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Savoi, l'insultatore seriale che la passa sempre liscia. L'indignazione non basta più: le opposizioni si accontentano dei like?

Per le minoranze in consiglio provinciale è perdente usare le regole, (mozioni eccetera) per indicare al consigliere la porta? Beh, se è così si azzardi almeno un po’ di creatività. L’indignazione a favore di like, l’indignazione social, non basta. Umilmente, suggeriamo. Quando Savoi entra in aula, in consiglio provinciale o in commissione, tutti quelli che credono agli obblighi morali di un ruolo pubblico lo lascino da solo o solo con chi lo difende anche se finge di rimbrottarlo
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Di Carmine Ragozzino - 22 marzo 2021

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

''Gli spiriti volgari non hanno futuro''. Lo diceva Platone. Se il filosofo avesse conosciuto Alessandro “Cionfoli” Savoi e coloro che ipocritamente gli reggono il bordone avrebbe cambiato mestiere. Platone non si sarebbe votato all’ottimismo. Di fronte alla recidività di Savoi la metafora di Platone è nulla più che una pur saggia illusione. Savoi è un leghista che e-rutta: parolacce, gestacci e insulti. Un vulcano di trivialità. E-rutta il peggio verbale senza vergogna. Forse – (ma è materia per psico-esperti) lo fa per fuggire ad un’esistenza politicamente anonima. Savoi è saldamente in vetta all’hit parade dell’indecenza. Tuttavia il successo del suo regresso, la notorietà in negativo che da Cembra è arrivata stavolta fino a Pantelleria, non sembra procurargli né accenni ad un vero pentimento né tantomeno considerazione del rischio.

 

Cosicché se ne frega. Cosicché fa un passo indietro da presidente leghista – carica scarica, onorifica e inconsistente - per fare prossimamente due passi avanti nella cialtroneria. Problema suo? Problema nostro. Siamo noi – contribuenti – che a Savoi paghiamo lautamente uno stipendio da consigliere provinciale. Lo paghiamo affinché amministri senza smarrirsi in un trionfo wagneriano di tronfiaggine. Può essere che Savoi non conosca l’abc della rappresentanza. Può essere anche che non conosca la differenza tra una bettola ed un’istituzione. È però certo che preferisce la prima. Per “non snaturarsi” nel momento in cui snatura un ruolo pubblico.

 

Rimanendo fedele a sé stesso - uomo di popolo che parla come mangia dopo aver ruminato tutto il menù dell’indigesto - Savoi non si cura mai della decenza. Arriva perfino a schernirsi se qualcuno glielo fa notare. L’ultima di quelle cadute che per lui sono un balzo verso la gloria meschina del “pane al pane” è la storia – tristissima - delle “tr.ie”. Due sue colleghe consigliere hanno smesso di essere “sorelle” leghiste. Sono repentinamente diventate “fratelle” d’Italia. Nel commentare il “tradimento” Savoi si è scordato di soffiare via le ragnatele alla Treccani. I sinonimi – ugualmente pessimi ma, volendo, più eleganti – non sono il suo forte. Se avesse mascherato quel “troie” per dire anche di peggio non sarebbe stato più lui. Non è che non lo avrebbero capito. È lui che non si sarebbe più riconosciuto.

 

La fantasia sembra stare a Savoi come le vongole stanno allo strudel. Il suo vocabolario è minimo. La povertà culturale lo inorgoglisce al punto che sarebbe da chiedere ai suoi professori del liceo classico se erano savi quando lo diplomarono. Non lo preoccupa il parallelo tra povertà culturale e povertà umana. Anzi, a dirla tutta per Savoi la parola, l’articolazione seppur acerba di un pensiero quale che sia, è perfino troppo. Lui preferisce il gesto. Mostra il medio nello stile dell’offesa ed è sicuro di aver fatto un comizio. E allora giù di “culatoni” in nome di un machismo smilzo. E allora via con le “zecche rosse”, manifestando oltre che l’anacronismo anche il daltonismo. La sinistra ormai è rossa solo per chi non la conosce.

 

Ma se Savoi fosse più furbo che altro? Qualcuno tra i suoi legittimi detrattori ci ha mai fatto un pensiero? Può essere che Savoi scambi Platone con un albero, (il platano), ma Esopo deve suonargli come reminiscenza famigliare. Se Savoi alzasse i decibel dell’offesa solo per contare divertito quanti urlano “al lupo al lupo” senza attrezzarsi davvero per impedire al lupo di nuocere? Ad ogni sua eruzione di volgarità si scatenano prevedibili e comprensibili reazioni. Sono reazioni esterrefatte: chiedono scuse e dimissioni. Lui di solito fa spallucce e arma, di nuovo, il dito medio. Non stavolta però. Stavolta ha chiesto venia ma non per onesta e tardiva convinzione. “Mi dimetto dal nulla, (la presidenza della Lega), per impedire le strumentalizzazioni”. Chi strumentalizza cosa lo sa solo Savoi. A meno che davvero non pensi che dare della “tro.a” ad una donna sia un complimento.

 

Chi dovesse accontentarsi della mea culpa che non lo discolpa mostra per l’ennesima volta che la reazione alle “savoiate” è nulla più che un rito. Quelli della sua parte – la Lega dei giustificazionisti seriali – sono dei Davide impacciati di fronte al Golia dell’insulto. Quel Binelli che Salvini ha messo a guidare la Lega trentina implora comprensione: “Va capito, esternava il suo malessere”. Un genio questo Binelli. In nome del malessere, il “tro.a” è derubricato a sfogo. D’altra parte da leghisti – (compreso l’assessore all’istruzione Bisesti) - che fanno festa e selfies attorno ad una torta con la glassa che recita “viva la figa” non ci si possono attendere slanci di civiltà.

 

Più di Binelli potrebbero Fugatti e Segnana se uno spiffero valoriale li toccasse anche di striscio. Il primo, presidente della Provincia, si limita al “non voler rogne”. Fa il pesce in barile quando separa sé stesso – statista di periferia – dalla Lega. Chiama a voce bassa il partito ad affrontare il problema. Ma “senza fretta”. Lui, Fugatti, è un fedele della “dimenticanza”. La seconda, Segnana, è un’iperbole: svicola goffamente quando condanna l’insulto con olimpica genericità “di genere”. L’insultatore ha un nome, un cognome ed una tessera di partito per tutti. Ma non per lei.

 

Della reazione in casa Lega non c’è da stupirsi. E la stessa di sempre: minimizzare e far passare il tempo. D’altra parte è così che hanno sgovernato fino ad ora, ma questa è un’altra, drammatica, storia. Ci sarebbe invece da aspettarsi qualcosa di meno scontato da chi inorridisce giustamente alle “savoiate” e a chi gli permette di farle. Per le minoranze in consiglio provinciale è perdente usare le regole, (mozioni eccetera) per indicare al consigliere la porta? Per chi crede nella dignità della politica è arduo imporgli le dimissioni da piazza Dante calcolando il rischio di una difesa d’ufficio alla quale pare non si negherebbero nemmeno le due signore offese?

 

Beh, se è così si azzardi almeno un po’ di creatività, si chieda aiuto all’irritualità, si la concretezza di una battaglia campale perché ideale. L’indignazione a favore di like, l’indignazione social, non basta. Facciamo allora un esempio. Umilmente, suggeriamo. Quando Savoi entra in aula, in consiglio provinciale o in commissione, tutti quelli che credono agli obblighi morali di un ruolo pubblico lo lascino da solo o solo con chi lo difende anche se finge di rimbrottarlo. Ma non lo si faccia una sola volta per “dimostrazione”. Lo si faccia sempre. Da oggi fino alle dimissioni: spontanee o no, chissenefrega. Si diserti insomma il consiglio provinciale, (e regionale) fino a quando la situazione – anche con l’eco nazionale di una simile protesta - sarà insostenibile. È un modo per scoprire il gioco di chi a parole biasima Savoi ma nei fatti lo lascia ringalluzzirsi. E magari perfino invidia la sua ruspante e ben retribuita vacuità.

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