Sicurezza a Trento, basta con il ''gioco delle parti'' a destra e a sinistra. Si pensi a una ''tregua'' politica per il bene dei cittadini. Altro che esercito ci vuole impegno

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
Quindici anni fa il comico Beppe Braida parodiava con successo le miserie di un’informazione “gridata” (esagerata). Che oggi è terribilmente peggio di allora. Il suo tormentone? “Attentatoooooo”. Che si trattasse di un mozzicone gettato per strada o di un plurimo omicidio, tutto faceva identico clamore. Un clamore da prima, seconda e terza pagina. Quindici anni fa Devid Moranduzzo, orgoglioso leghista fin da prima della nascita, c'era ed era già consigliere circoscrizionale a Gardolo. E probabilmente dell’ironia di Braida, di quel denunciare come “attentatore” anche un ladro di caramelle, l’attuale consigliere comunale a Trento avrà anche ricordo.
Ci deve però essere un qualche genere di nemesi se è vero che oggi – in versione piuttosto casareccia - Moranduzzo imperversa su Facebook e sugli altri social. Imperversano i suoi allarmi che dipingono a tinte fosche una città “in preda alla delinquenza”. La “denuncite acuta” è una disfunzione rischiosa: porta a scambiare per terrorista anche chi ti passa davanti alla cassa del supermercato. Il social Moranduzzo ha il piglio di un tecno-tribuno che amplifica a dismisura ogni tristezza cittadina. Giunge sempre e comunque ad un’unica conclusione. Anzi due. La prima conclusione? Vade retro immigrati. La seconda? Colpa di un Comune molle.
Non è dato sapere come e quanto Moranduzzo abbia studiato come rendere efficace la sua prevedibile e monotematica comunicazione. Certo è che non improvvisa. Guarda in camera (quella del cellulare) con l’intensità di un arrabbiato patologico. Gesticola poco ma alza tanto la voce, quel tanto che basta (o lui crede così) a drammatizzare ogni argomento. È ripetitivo, il Moranduzzo, nei suoi innumerevoli “adesso basta”. Moltiplica i like e inanella commenti non sempre commentabili. Ma non incide nemmeno un briciolo, nemmeno di sbieco, sulla complessità dei problemi della sicurezza, del buon vivere, della convivenza e del decoro di una città.
A Moranduzzo, probabilmente, va bene così. La complessità non gli si addice. Le sue filippiche spaziano tra auto rubate, risse, spacciatori in libertà non vigilata e quant’altro accomuna Trento a tutto il resto d’Italia. Sono video sentenze che non prevedono dibattimento. A questo punto meglio evitare equivoci. Questo sfottò al quotidiano video assalto del simpatico leghista (e non è una battuta) non nasce dalla fregola (che sarebbe imbecille) di minimizzare la micro (e qualche volta macro) criminalità nel capoluogo. Nasce, piuttosto, da un imbarazzo. L’imbarazzo, cioè, di dover registrare come su questioni dirimenti per la tranquillità che una comunità meriterebbe, la politica (i politici) non riescano ad azzardare alcun salto di qualità: un guizzo di maturità. Non riescono, insomma, a darsi e darci una tregua da ruoli e posizioni che dall’una e dall’altra parte lasciano inalterati i problemi. Problemi che intanto crescono.
Alla destra che accusa il centro sinistra di lassismo, il centrosinistra reagisce – quando reagisce - piccato provando vanamente a distinguere i livelli di responsabilità (quelle statali e quelle provinciali, che fanno capo proprio alla destra). Non se ne esce perché accettare il dubbio, provare ad entrare “dentro” i troppi aspetti e le troppe contraddizioni di fenomeni in rapido mutamento quali sono quelli della sicurezza, è un esercizio impossibile. Esercizio troppo arduo per chi trova molto più semplice (ma non esattamente redditizio) accontentarsi di dare gli uni la colpa agli altri. Sperando sinceramente di sbagliare, si ha l’impressione che naufragherà in un mare di distinguo anche la virtuosa proposta fatta da Luca Malossini sul Corriere del Trentino. La proposta di un “patto” (ed una tregua) tra gli opposti al fine di affrontare con soluzioni credibili e soprattutto “fattibili” i problemi della sicurezza in città.
Quel “siamo disponibili” venuto senza entusiasmi (che non erano richiesti) da una Sorella d’Italia (la consigliera Goio) vale anche per il Fratello d’Italia Demattè, quello che ormai passa i minuti (altro che le ore) ad accusare sindaco, giunta e maggioranza di avere un pugno di burro? E dal centro sinistra paralizzato dai suoi eccessi di giustificazionismo sociale ci si potrà mai aspettare una presa di coscienza delle paure vere? Ci sarà mai una volta che la sinistra non farà di tutte le erbe un Fascio anche quando il fascismo non c’entra una mazza con l’inquietudine? Se mai ci saranno “tavoli” di reciproca comprensione e di inedita (e semmai benedetta) collaborazione meglio che abbiano le gambe rinforzate. L’abitudine alla colpa reciproca è un morbo, un virus. I tavoli diventano così troppo facili da ribaltare a colpi di “paletti”.
La maturità, la generosità da preferire per una volta al tornaconto e, perché no, un po' di umiltà: se davvero si vuole garantire sicurezza (ma qui si preferisce chiamarla serenità) alla città, bisogna che nessuno ciurli nel manico della propaganda e, uguale e contraria, della minimizzazione. Bisogna (si sogna) che nessuno si aggrappi alle proprie certezze (incerte) senza considerare gli altri punti di vista, le altrui proposte. Se prevalgono le pregiudiziali, i “si ma” infiniti, meglio lasciar perdere. Che ognuno, nichilisticamente, continui a curare il suo orto elettorale. Tuttavia il “lasciar perdere” è una sconfitta. Per tutti. Se davvero la politica – tutta – ha a cuore una questione non sottovalutabile anche se non ancora emergenziale è il caso di implorare almeno un po’ di serietà. Distinguere, onestamente, il delinquente dal povero cristo potrebbe essere un punto di partenza. Prendere atto che lo spaccio (non solo straniero) campa di clientela “locale” non è certo un concetto sacrilego. È solo un concetto scomodo.
Eccedere in faciloneria, vagheggiando la militarizzazione spinta di gran parte della città rischia di essere nulla più che uno slogan vuoto nel momento in cui si dovranno fare i conti con i problemi d’organico delle forze dell’ordine, con i costi degli interventi ma soprattutto con la capacità di “adattamento” e di rapida attuazione di contromisure della malvivenza organizzata. Le alternative “sociali”, però, peccano troppo spesso di altrettanta improvvisazione. “Presidiare” le ormai tante zone critiche della città con attività di aggregazione ha un senso solo se non ci si accontenta dell’estemporaneità degli eventi. È la continuità (la quasi quotidianità) delle iniziative che può, forse, dare qualche risultato. Ma non basta un calendario di concerti o di incontri. È, semmai, l’intero universo dell’associazionismo che va mobilitato, offrendo per esempio una sorta di “adozione” dei luoghi dove sperimentare una complicata ma non impossibile terapia dei rapporti con quei mondi ai margini che stanno al di là e al di qua della delinquenza.
Insomma, è dura. Durissima. Ma un fatto è sicuro: senza uno scatto di intelligenza, senza il tentativo di condividere soluzioni e sperimentazioni realmente possibili, senza capire che sul tema sicurezza nessuno ha la verità in tasca, la politica topperà ancora. Resterà paralizzata nel rito di quelle liti tra “spacciatori” di impotenza e di retorica tanto a destra quanto al centro e a sinistra. Trento si meriterebbe il miracolo di opposti che per una volta si attraggono per il fine comune dell’amore per una città. Sì, il miracolo di una politica che - anche una tantum - riesca a tirarsi “Fuori dal Coro” di un’improduttiva prevedibilità.












