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Resistenza, la storia dei tre trentini martiri a Venezia. Bruno De Gasperi e i fratelli Gelmi uccisi dai nazisti per rappresaglia

Il mio intervento ufficiale alla cerimonia per l'anniversario della Liberazione a palazzo Geremia
DAL BLOG
Di Giuseppe Ferrandi - 25 aprile 2018

Vive da sempre in Trentino, si occupa professionalmente di storia, pratica sport di resistenza ed è appassionato (ancora) di politica...

Riva “Sette Martiri”, dove oggi si accede ai giardini della Biennale di Venezia, in quell’estate del 1944 si chiamava “Riva dell’Impero”. E’ il luogo della fucilazione di Bruno De Gasperi e dei fratelli Alfredo e Luciano Gelmi, uccisi per rappresaglia dai nazisti insieme ad Aliprando Armellini, nome di battaglia “Franco”, nato a Nastro provincia di Vercelli, Gino Conti, partigiano di Cavarzere, Girolamo Guasto, siciliano e compagno di marina di Alfredo Gelmi, e il comandante partigiano Alfredo Vivian, veneziano, operaio e volontario repubblicano in Spagna.

 

I sette vennero prelevati dal Carcere di Santa Maria Maggiore e dalle celle di Ca’ Littoria nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1944. A loro carico l’accusa di essere parte della Resistenza, indicati come antifascisti e renitenti alla leva. Vennero scelti dai fascisti e consegnati alle autorità militari germaniche.

 

Fu appunto una rappresaglia. La notte precedente durante una festa sulle navi della Marina germanica attraccate alla Riva dell’Impero ci si accorse della sparizione di una sentinella tedesca. Immediata fu la reazione nazista. L’esecuzione dei 7 doveva essere anche una plateale “lezione” per gli abitanti di Via Garibaldi, una zona di Venezia considerata “antifascista”.

 

All’alba del 3 agosto pattuglie tedesche perquisirono le case rastrellando oltre 500 persone – uomini  e donne – che vennero allineate lungo la via, mani in alto e faccia al muro e così rimasero per due ore, prima di essere costrette ad assistere alla fucilazione.

 

Alle 6 di mattina ad un plotone di 24 soldati venne dato l’ordine di sparare. I 7, che la popolazione definì immediatamente “martiri”, erano stati disposti in fila, legati tra loro con le braccia distese, schiena alla laguna, tra due pali eretti sulla Riva. Poco prima don Marcello Dell’Andrea, cappellano delle carceri, li aveva confortati e confessati.

 

L’ufficiale tedesco lesse la sentenza di morte rivolto alla popolazione: “Il Comando tedesco è venuto nella determinazione di applicare le rappresaglie di guerra, per cui  in presenza vostra saranno adesso fucilate queste sette persone ree di atti terroristici, dopodiché tra voi prenderemo 150 ostaggi la cui sorte dipenderà dai risultati dell’inchiesta in corso”.

 

Un attimo prima della scarica di fucili Vivian gridò “Viva l’Italia libera”. Al fuoco la corda che teneva legati i 7 uomini si spezzò. I loro corpi rotolarono a terra. Venne dato il colpo di grazie agli agonizzanti e alcuni bambini furono costretti a ripulire la Riva dalle chiazze di sangue con scope e secchi d’acqua.

 

La laguna restituì pochi giorni dopo il corpo del soldato tedesco. Non aveva ferite: il marinaio era caduto in acqua ubriaco ed era annegato. Nel dopoguerra per questa esecuzione “spettacolarizzata” non vi fu alcun processo. Era stata una ordinaria rappresaglia di guerra.

 

Vi sono caratteristiche di questo episodio del 3 agosto 1944 che lo accomunano ad altri, a tantissimi altri episodi: esecuzioni, stragi, ritorsioni contro la popolazione civile. La logica è quella tipicamente terroristica. La rappresaglia colpisce in attesa di individuare i responsabili effettivi.

 

Chi era in carcere non poteva materialmente essere stato il responsabile, ma la popolazione civile è obbligata ad assistere. Le uccisioni e la successiva esposizione dei cadaveri devono servire da lezione, una lezione esemplare, sproporzionata. Anche i bambini vengono coinvolti. Devono vedere anche loro.

 

E’ una scena che si ripete nell’Europa occupata dai nazisti. In Italia, in molti casi, le milizie fasciste affiancano e alle volte sostituiscono con particolare zelo i camerati del Terzo Reich. Ma perché Bruno De Gasperi e i fratelli Alfredo e Luciano Gelmi si trovano a Venezia, nelle carceri fasciste? Chi sono questi tre giovani uomini nati e vissuti a Trento?

 

Nell’estate del 1944 Bruno De Gasperi ha da poco compiuto 20 anni. E’ nato a Trento nel 1924. Figlio di Bruno e di Teresa Dalla Libera risulta residente in via Torre Verde. Amico fraterno di Alfredo Gelmi era arruolato nel Corpo di Sicurezza Trentino, quando una sera sparì con lui.

 

Da allora renitente alla leva e ricercato dalla polizia tedesca, lo troviamo partigiano nella zona del Lago del Lago Maggiore, tra Pallanza e la Valgrande, poi in Veneto. Vent'anni è anche l’età di Alfredo Gelmi, mentre il fratello Luciano non ha ancora compiuto il giorno della sua morte i 19 anni.

 

I fratelli Gelmi sono figli di Vittorio e di Anna Martignoni. Sono cresciuti ai Casoni e la loro residenza è in via Damiano Chiesa al civico n. 3. La loro storia, che come quella di Bruno De Gasperi, andrebbe ricostruita e approfondita in modo preciso e dettagliato. E' raccontata in una toccante testimonianza della sorella Liliana, pubblicata sulla rivista del nostro Museo nel 1996 (Archivio trentino di storia contemporanea, 1/96, pp. 123-130).

 

Liliana è la sorella più piccola. Oltre ai due fratelli, vi sono anche due sorelle più grandi Graziella e Gina. Una ragazza determinata e coraggiosa, che venne incarcerata e tenuta come ostaggio, pur minorenne, per 1 mese e 15 giorni nelle carceri di Trento. Interrogata dalla Gestapo, ripetutamente controllata e seguita nei movimenti. E’ lei, per l'appunto, che ci racconta di Alfredo e di Luciano.

 

Alfredo era un marinaio imbarcato sul cacciatorpediniere “Aviere”, affondato al largo dell’Isola di Pantelleria. Sopravvisse al naufragio stando una quarantina di ore in mare. Ricoverato all’ospedale di Taranto, ottenne poi una licenza premio. Giusto in tempo per passare in città l’8 settembre 1943 e venir poi arruolato, come tanti trentini, nel Corpo di Sicurezza Trentino.

 

Il suo ribellismo, i suoi sentimenti antifascisti e antitedeschi, lo coinvolsero in una colluttazione con un soldato tedesco. Quindi fuggì insieme all’amico De Gasperi, che aveva assistito alla scena. I due si disfano della divisa in casa Gelmi. Si vestono in abiti civili. La sorella avrebbe dovuto eliminare le divise, ma viene sorpresa dalla Gestapo.

 

Si danno alla clandestinità, ma rimangono costantemente in collegamento con i fratelli. Liliana viene addirittura portata a Verona presso l'abitazione della sorella maggiore proprio da Alfredo. Quest'ultimo era stato informato da Luciano.

 

Mesi dopo lo troviamo nelle file della Resistenza nella zona del Lago Maggiore, sempre con Bruno ed insieme a loro vi è anche un suo compagno di marina, il sottoufficiale Girolamo Guasto, siciliano, anch’egli coinvolto nel naufragio del “L’Aviere”.

 

Bruno, Alfredo e Girolamo lì troviamo in Veneto. Sono stati letteralmente adescati da ragazze, che nel dopoguerra verranno imputate di collaborazionismo a scopo di lucro. Si tratta di Maria Teresa Rosina, Ottorina Martini e Arminia Serra. Sono loro che permettono la cattura dei tre. Condannate a 8 anni dalla Corte d’Assise straordinaria di Venezia la Cassazione il 13 gennaio 1948 annullò la sentenza senza rinvio.

 

Luciano Gelmi, il più giovane, era invece militarizzato nel servizio ferroviario. Esasperato dai turni massacranti, anch’egli insofferente per la situazione imposta dall’occupazione, ebbe una colluttazione con un militare tedesco, al quale sottrasse la pistola.

 

Riuscì a scappare e raggiunse Venezia alla ricerca del fratello maggiore, ma fuori dalla stazione, dopo un controllo, venne catturato. Trovò Alfredo in carcere. I due vennero rinchiusi nella stessa cella grazie all’interessamento del cappellano militare. Non si hanno date precise del loro incontro e di quanto durò la loro permanenza alle carceri di Santa Maria Maggiore. Comunque pochi giorni. Insieme, probabilmente, per poche ore.

 

L’ultima immagine è quella dell’alba del 3 agosto 1944. Scrive la sorella Liliana: “Il cappellano (dopo la guerra) raccontò a papà tutti i momenti precedenti alla morte, disse che erano vicini, legati con le braccia che si incrociavano e Luciano disse che si sentiva venir meno, Alfredo rispose: 'Appoggia la testa sulla mia spalla', e così le loro vite furono stroncate".

 

La comunicazione della morte dei due fratelli Gelmi e di Bruno De Gasperi venne comunicata dalla questura di Venezia a quella di Trento. Sono tre telegrammi che riportano pressappoco le stesse parole. Su quello di Bruno si legge: “Qui arrestato 31 luglio scorso…gravemente indiziato attività antinazionale et ribellistica. Medesimo mattino 3 corrente est stato unitamente altri fucilato locali autorità germaniche per rappresaglia seguito uccisione militare germanico avvenuta questa città giorno precedente opera sconosciuto. Prego darne notizia congiunti invitandoli rilevare oggetti personali defunto presso questo ufficio”.

 

Conclude il telegramma l’invito alla questura di Trento di raccogliere notizie sulla condotta e sulla posizione militare dei tre. Non sappiamo se vi fu una risposta, sicuramente è un nostro impegno di ricerca approfondire questa vicenda in modo da collocare la vicenda di questi tre giovani di 20 e 19 anni nella storia della Resistenza.

 

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