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| 12 mag 2025 | 11:51

La politica viene fatta con la testa, la dedizione, se non si tratta di frivolo gioco intellettuale, ma di autentico agire umano, può essere generata e alimentata solo dalla passione

DAL BLOG
Di Nicola Zoller - 12 maggio 2025

Socialista dal 17° anno d'età, continua a dedicarsi allo studio del pensiero progressista e democratico

Politik als Beruf”: il titolo originario di questo saggio di Max Weber - tratto da una serie di lezioni tenute nell’inverno 1918 - 1919 a giovani militari rientrati dalla Grande guerra - rimanda al doppio significato del termine tedesco “Beruf”: professione ma anche vocazione.

 

Si era, allora, in una fase rivoluzionaria, quando la politica aveva una “tragica grandezza”, mentre oggi sembrerebbe “declinante”, come annota il curatore italiano della pubblicazione, Carlo Donolo. E però si resta colpiti dalle affinità tra passato e presente e dalle analogie che interessano tutte le fasi di trapasso, più o meno, rivoluzionarie. C’è “il desiderio di voler costruire un mondo nuovo”, e ci sono “le trappole in cui facilmente si cade”. C’è la voglia di “darsi alla politica nella forma dell’impegno personale”, e c’è anche la ricerca più prosaica del “possibile sbocco di una precarietà esistenziale”, del “procacciarsi da vivere spesso con mezzi eticamente discutibili”.

 

La giovane democrazia americana - in una certa fase - avrebbe sbrigativamente risolto il dilemma dando per scontato il disprezzo verso i politici, ma assicurandosi con il voto  un potere di controllo mancante nello scenario europeo: “Preferiamo avere come funzionari gente su cui sputiamo piuttosto che, come da voi, una casta di funzionari che sputa su di noi”.

 

Ma Weber constata che ora tale situazione non viene comunque più tollerata e tornerebbe dunque d’attualità generale il contrasto fra la politica come professione con la politica come vocazione, intendendo quest’ultima “come perseguimento del potere allo scopo di realizzare fini”.

 

Weber allora - ritenendo “irresolubile” questa tensione (ci sarà sempre chi vive di politica e contemporaneamente per la politica) - sposta l’attenzione sulle modalità di raggiungere i fini. Si viene dunque all’altro dilemma vero: l’azione politica è attraversata dal contrasto di principio tra etica della responsabilità ed etica dell’intenzione. Quest’ultima è un’etica assoluta, che si affida a princìpi intangibili e non si preoccupa delle conseguenze. Weber esemplifica: “Avete voglia a spiegare a un militante sindacalista convinto seguace dell’etica dell’intenzione che le conseguenze del suo fare saranno l’aumento delle possibilità della reazione, aumento della repressione della sua classe, freno al miglioramento della sua condizione. Non gli farete nessun effetto. Se le conseguenze di un agire in base a pura intenzione sono cattive, ritiene responsabile di ciò non chi agisce, ma il mondo, la stupidità degli altri uomini, oppure la volontà del dio che lo ha creato così”.

 

Seguendo invece l’etica della responsabilità, si è - appunto - “responsabili delle conseguenze (prevedibili) del proprio agire”, e - facendo i conti con i difetti medi dell’uomo - non ci si prende il diritto di rovesciare su altri le conseguenze del proprio agire.

 

L’etica dell’intenzione - aggiunge Weber - ha veramente solo una possibilità logica: rifiutare ogni agire che impieghi mezzi eticamente pericolosi. “Ma nel mondo reale - scrive il nostro autore - facciamo continuamente l’esperienza che l’etico dell’intenzione si trasforma in profeta chiliastico”: chi predica “amore contro violenza” o “bene contro male”, l’attimo dopo chiama alla violenza, anzi, all’ultima violenza, che porterà poi all’annientamento di ogni ricorso alla violenza. La storia è piena di questi “pacifici sanguinari” e di “incorruttibili” propugnatori di giustizia trasformatisi in disumani giustizieri. Ed anche quando la loro fede sarà soggettivamente “seria”, essi avranno uno stuolo di seguaci che cercheranno solo la “legittimazione etica della voglia di vendetta, di potere, di bottino, di prebende”.

 

Come uscirne, visto che il desiderio diabbandonarsi alla causaper cui si parteggia è sempre ardente? La vocazione politica si manifesta con la capacità di reggere la tensione ineluttabile tra intenzione e responsabilità. La politica vien fatta con la testa, non con altre parti del corpo o dell’animo. Eppure la dedizione ad essa, se non si tratta di mero e frivolo gioco intellettuale, ma di autentico agire umano, può essere generata e alimentata solo dalla passione.

 

Così Weber descrive il “politico appassionato”, il quale si distingue dal mero dilettante politico “sterilmente eccitato”, perché ha la capacità - nella calma del raccoglimento interiore - di valutare le cose e gli uomini e di assumersi la responsabilità verso i risultati generati dalla sua passione per la “causa”. La vocazione per la politica sta qui: tenere sotto controllo le due ottiche - intenzione e responsabilità - con un maturo baricentro interno, fatto di passione e precisione insieme.

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