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HIV, a che punto siamo? Il ruolo del “paziente di Londra” nella ricerca per la cura

Nel 1981 si sono avute le prime notizie dell’epidemia di HIV che ha causato, ad oggi, 35 milioni di morti. Fino a un mese fa era noto un solo caso di paziente guarito: Timothy Ray Brown, chiamato anche “il paziente di Berlino”. Ora si sa che ce n'è stato un secondo. il paziente di Londra, diagnosticato nel 2003. Ma siamo vicini a trovare una cura?
Dal blog di Open Wet Lab - 04 maggio 2019 - 15:39

di Iona Belik 

 

Nel 1981 si sono avute le prime notizie dell’epidemia di HIV che ha causato, ad oggi, 35 milioni di morti. L’HIV, o virus dell’immunodeficienza umana, è infatti il retrovirus responsabile dell’AIDS (sindrome acquisita di immunodeficienza), una malattia del sistema immunitario che lo rende suscettibile ad infezioni e sviluppo di tumori. La via di trasmissione principale è quella sessuale, attraverso rapporti non protetti, ma l'infezione può essere portata anche dallo scambio di aghi infetti o per vie di passaggio diretto del virus tra madre e figlio.

 

Fino a un mese fa era noto un solo caso di paziente guarito dall’HIV: Timothy Ray Brown, chiamato anche “il paziente di Berlino” in quanto è nella capitale tedesca che è stata scoperta e curata la sua malattia nel 1995. Dopo una diagnosi di leucemia mieloide acuta, nel 2007 è stato sottoposto a un trattamento di radioterapia e chemioterapia ad alto dosaggio, in preparazione al trapianto di cellule staminali da midollo osseo. La differenza dalle procedure standard è stata la scelta del donatore: presentava, infatti, una mutazione del gene CCR5 che lo rendeva immune all’HIV.

 

Dopo due trapianti, (2007 e 2008) , inframmezzati da una ricaduta, Timothy è guarito sia dalla leucemia che dall’HIV e ha interrotto la terapia a base di farmaci antiretrovirali. Ad oggi, nonostante le numerose biopsie, non sono state rilevate quantità di virus degne di nota nel suo sangue. Ci sono stati vari tentativi di replicare il suo percorso di guarigione ma sempre poco efficaci, in quanto i pazienti hanno sempre mostrato segni di ricaduta dopo 4-6 mesi. Si è avuto, invece, un secondo caso di remissione da HIV: il paziente di Londra, diagnosticato nel 2003. Nove anni dopo ha ricevuto due trapianti di midollo osseo per curare un linfoma di Hodgkin in stadio avanzato, per poi smettere di assumere farmaci antiretrovirali. Ad un anno e mezzo non è stato osservato alcun segno di rebound virale, fenomeno che indicherebbe la ricomparsa della malattia in una forma aggressiva dopo la sospensione del trattamento farmacologico.

 

Quindi esiste una cura? La risposta, in breve, è no.

 

In entrambi i casi i pazienti soffrivano, oltre che dell’infezione di HIV, anche di un tumore del tessuto linfoide e il loro donatore di midollo osseo presentava una mutazione delle copie del gene CCR5 che codifica per una proteina situata sulle membrane dei globuli bianchi con un ruolo fondamentale nella risposta infiammatoria alle infezioni. Nello specifico, la mutazione si definisce CCR5-Δ32 e porta a un’assenza di recettori CCR5 sui linfociti (un gruppo di globuli bianchi) ai quali si lega la maggior parte dei ceppi di HIV. A causa della mancata funzionalità di questo recettore il virus non riesce a legarsi e, di conseguenza, le cellule diventano immuni all’infezione.

 

Quali sono le complicazioni di questa cura allora? Prima di tutto, per quanto questo sia il recettore principale, non è l’unico. Inoltre, allo stato attuale delle cose, si ha una remissione solo nel caso specifico del trapianto di midollo osseo come cura anticancro e la mutazione è presente in una persona su mille. Si tratterebbe dunque di un trattamento invasivo, non sempre efficace (come testimoniato dai pazienti successivi, che hanno visto i livelli di virus nel sangue aumentare dopo pochi mesi) e decisamente meno sicuro dei farmaci antiretrovirali, utilizzati da decenni e famosi per essere a basso rischio, permettendo ai pazienti una vita tranquilla.

 

A che punto siamo, allora, con la ricerca di una cura per l’HIV?

La presenza di un secondo paziente completamente guarito ha certamente aperto delle porte ma, data la complessità di questo virus, siamo ancora lontani dall’avere un rimedio effettivo. L’utilizzo di CRISPR, una tecnologia di genome editing sviluppata negli ultimi anni, potrebbe permettere l’ingegnerizzazione di cellule staminali in cui il gene CCR5 è disattivato, in modo da ridurre la quantità di cellule infettabili dal virus. La stessa logica viene applicata alla terapia genica sulle cellule CD4+ T, dove vengono aggiunti geni anti-HIV per renderle immuni al virus, essendo queste le prime cellule a venire attaccate.

 

È anche presente una terapia a base della proteina Tat che abbassa dell’80% la presenza di virus latente nel sistema, permettendo di diminuire la dose di farmaci, migliorando la qualità di vita e minimizzando gli effetti collaterali degli antiretrovirali. La complessità di questo virus rende difficile prevedere quando e come sarà possibile sviluppare una cura. Uno dei motivi per il quale non si riescono a trovare dei farmaci definitivi è che l’HIV entra nelle cellule linfocitiche, le porta ad assumere uno stato di quiescenza e, di conseguenza, diventare latenti. Dato che il meccanismo d’azione dei farmaci antiretrovirali si basa sull’inibizione della replicazione virale, sono inattivi sul virus latente che rimane nelle cellule per anni.

 

Inoltre, il virus dell’HIV ha la capacità di mutare diventando immune agli anticorpi neutralizzanti e resistente ai farmaci antiretrovirali. Per evitare questo problema si fa un test di resistenza prima dell’inizio del trattamento e si prescrive una terapia combinata in modo da abbattere la carica virale e azzerare la probabilità di emersione di mutazioni che conferiscono resistenza. Ci sono molti approcci possibili per una futura cura, a partire dal vaccino citato prima fino alla terapia con trapianto di midollo osseo, quindi in futuro si spera sarà possibile porre fine all’epidemia di HIV.

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